MOLTO RUMORE PER I CETACEI
Low Frequency Active Sonar e altre forme di inquinamento acustico minacciano il mare e i suoi abitanti
Non c’è alcun dubbio che l’immissione in mare di rumore da parte dell’uomo — una forma riconosciuta d’inquinamento - vada annoverata tra le minacce, presenti o potenziali, che insidiano tanto la sopravvivenza quanto la capacità dei cetacei di vivere nel loro ambiente in maniera decorosa. Questa considerazione è tanto più vera nella precarietà generalizzata del Mediterraneo, mare chiuso, fortemente trafficato, inquinato, costantemente a rischio per via delle merci pericolose che vi vengono trasportate via nave, e dove attività di pesca troppo spesso insostenibili se non addirittura illegali sottraggono alimento ai cetacei, quando addirittura non costituiscono per gli stessi un pericolo diretto. Suoni molto intensi possono arrivare addirittura a causare lesioni fisiche nei cetacei, ma anche a livelli più bassi ne possono perturbare il comportamento e impedire loro di avvertire segnali importanti per la loro esistenza. Oggi si ritiene che la soglia di rischio di lesione da esposizione al suono si collochi per i cetacei a un valore di 180 dB (*); purtroppo non siamo in grado di essere altrettanto precisi per quanto concerne il rischio di turbative del comportamento.
Ciò considerato, è facile intuire la preoccupazione per il futuro dei cetacei destata dalla notizia che le marine militari occidentali hanno adottato o sono in procinto di adottare un sistema di sonar a bassa frequenza (LFAS = Low Frequency Active Sonar), particolarmente efficace nell’individuazione dei sommergibili, costituito, nella sua configurazione più utilizzata, da una serie di trasduttori in grado di emettere, ciascuno, suoni di intensità superiori ai 200 dB. In condizioni medie tale sistema potrebbe essere "lesivo" (cioè con intensità pari o superiori ai 180 dB) entro un raggio di circa un km. É molto probabile che se - come pare - il LFAS funziona, verrà adottato da un numero crescente di marine militari causando in tal modo un preoccupante innalzamento dei livelli di rumore nel mare, particolarmente nelle basse frequenze che sono anche le più pericolose. L’ambiente sommerso finirebbe così per diventare ancora meno vivibile di quanto già sia per la fauna marina. Sbaglierebbe tuttavia chi volesse addebitare unicamente alle marine militari la responsabilità di immettere in mare rumore nocivo per l’ambiente e pericoloso per la sopravvivenza dei cetacei. Esistono molte altre fonti sonore altrettanto importanti di quelle militari per intensità e banda di frequenza, ma molto di più in considerazione della loro frequentissima, routinaria utilizzazione. Per esempio, sempre nell’ambito delle basse frequenze (per intenderci, al disotto dei 1000 Hz), il rumore prodotto dalle eliche delle grandi navi può superare (nel caso delle superpetroliere) i 200 dB, i traghetti veloci i 180 dB, le draghe i 175 dB, i sonar dei pescherecci i 170 dB, mentre i survey geofisici commissionati dalle compagnie petrolifere ed effettuati a mezzo di esplosivo oppure di dispositivi ad aria compressa ("airgun") potrebbero, a quanto pare, addirittura sfiorare i 210 dB. Il tutto senza la minima regolamentazione o attenzione verso l’eventuale vicinanza di cetacei, o l’esercizio delle operazioni in aree protette o sensibili.
Pertanto, di fronte a uno scenario così poco edificante e incoraggiante, il cittadino che decidesse di scegliere la via della protesta sulla base della propria coscienza e sensibilità ambienta-lista dovrebbe, a mio modo di vedere, fare attenzione a mantenere una posizione equilibrata, includendo nel proprio mirino tutti gli elementi causa di disturbo, senza dimenticare quelli più strettamente collegati agli interessi economici, che oggi per ragioni di carattere geopolitico godono di poteri ben più forti dei militari.
Ben diverso, al contrario, dovrebbe essere l’atteggiamento del ricercatore, il quale dovrebbe secondo me sentire il dovere di contribuire con la propria professionalità alla soluzione del problema, nei limiti delle umane possibilità - e senza che una simile posizione costruttiva debba necessariamente comportare la passiva accettazione dello stato di fatto.
Se Cartesio vivesse oggi, forse potrebbe aggiungere al suo celebre aforisma il corollario: "Sum, ergo inquino". Tutti consumiamo in qualche maniera, e per il solo fatto di esistere e di far parte di questa nostra società, inquiniamo. Tra le soluzioni praticabili del globale problema, la via dei miglioramenti scientifici e tecnologici è senz’altro la più congeniale a chi appartiene al mondo della ricerca; dobbiamo pertanto sforzarci di individuare soluzioni di questo genere che ci consentano di perfezionare l’imperativo di inquinare di meno.
Per quanto più da vicino riguarda il problema dell’inquinamento marino da rumore, dobbiamo riconoscere che, tra tutti i grandi inquinatori, le marine militari costituiscono ad oggi l’unico soggetto che si è dichiarato disponibile al dialogo, a elaborare e a mettere in atto procedure mitigati-ve quando possibile, e a investire risorse spesso rilevanti coinvolgendo ricercatori civili nell’impresa di capire meglio i fenomeni coinvolti. Dal punto di vista delle conoscenze, infatti, rimane un lungo cammino da percorrere. Siamo ancora totalmente all’oscuro di quali meccanismi fisiologici e comportamentali siano alla base delle reazioni al rumore dei cetacei, in particolar modo di quelle specie che effettuano immersioni a mirabolanti profondità e che in tali circostanze potrebbero essere particolarmente vulnerabili a stimoli e sollecitazioni acustiche inusitate.
Occorre attuare sperimentazioni in mare accuratamente progettate e controllate, utilizzando le più avanzate tecnologie oggi disponibili, selezionando accuratamente i soggetti sperimentali e osservandone in dettaglio il comportamento prima, durante e dopo l’esposizione ai suoni sperimentali, che soprattutto all’inizio della sperimen-tazione devono avere intensità estremamente ridotta per lasciarci capire quali livelli sono davvero sicuri. Un’altra strada tecnologica molto promettente consiste nello sviluppo di sonar a bassa potenza (inferiore cioè a 180 dB) con cui avvertire la presenza dei cetacei in prossimità delle navi. Simili sonar potrebbero essere preziosi sia sotto il profilo della prevenzione - pensiamo, per esempio, ad applicazioni civili soprattutto nel campo del problema delle collisioni tra cetacei e navi sempre più veloci — sia per consentire il monitoraggio del comportamento in condizioni sperimentali.
Per concludere, un accorato avvertimento, rivolto a tutti ma soprattutto ai colleghi del mondo della ricerca. Il mondo ambientalista è un mondo alquanto eterogeneo, dove elementi dotati di alta statura etica e mossi da altruistiche e condivisi-bili convinzioni si trovano frammisti a elementi cinici e spregiudicati il cui unico obiettivo è quello dell’autopromozione e dell’autosostentamen-to. A complicare le cose, tra i due estremi si colloca una folta compagine di figure intermedie, che un po’ ci credono e un po’ ci marciano. L’acustica subacquea è un campo difficile e per nulla intuitivo, che occorre conoscere a fondo non solo per evitare di fare affermazioni insensate, ma anche per valutare la sensatezza delle affermazioni udite. Chi per esempio sente affermare che suoni di 120-160 dB "uccidono" i cetacei, molto probabilmente può non sapere che tali livelli sono invece del tutto innocui, e comparabili al rumore prodotto da un motore fuoribordo che passa a una distanza compresa tra i dieci e i cento metri. In questo complesso scenario è facile cadere nell’equivoco e nella rappresentazione travisata della realtà, sotto la spinta di una emotività troppo facilmente vendibile. Difficile immaginare come un simile atteggiamento possa giovare al nostro obiettivo ultimo, che è quello di contribuire a garantire ai cetacei la miglior possibile esistenza.
Giuseppe Notarbartolo di Sciara
Presidente ICRAM
(*) Tutti i valori di dB (decibel) si intendono riferiti a 1µPa a 1 m di distanza dalla fonte.