Ventimila leghe sotto i mari
Mare blu dove sei? Arsenico, nichel, cromo ddt. Il Mare Nostrum richiede più attenzione. I soliti ambientalisti? No, dati ministeriali non divulgati. Ma il mare pulito da qualche parte c'è ancora...
"Pane, pomodoro” e amianto. La ricetta esplosiva la offre una delle spiagge più note di Bari e si riapre la voragine inquinamento. “Il litorale sud della città ospita da tempo fibre di ‘crocidolite’, amianto della peggior specie, assorbito nell’organismo umano per inalazione, fuorilegge dal 1986”, denuncia l’Arpa di Puglia nell’aprile scorso. Primi di maggio, il pm di Bari sequestra 400 metri di arenile, incriminati soprattutto i lidi di “Torre Quetta” e “Pane e Pomodoro”. Salta fuori che, al posto delle due spiagge, in passato prosperavano discariche abusive, pronte a smaltire anche il minerale sputato con buone probabilità dalla “Fibronit”, fabbrica operativa fino agli anni ’80. E se due più due fa quattro, ecco spiegati i residui di “fiocchi di lana” – come vuole il greco crocidolite o ‘amianto blu’ – sulle spiagge e nelle acque, rilasciati sulla costa durante le mareggiate. Il clima si infiamma, complice la stagione balneare alle porte, il Comune si sveglia e parla di bonifica.
Ma non solo amianto insidia l’ecosistema e la nostra salute. “L’inquinamento chimico – leggi metalli pesanti, idrocarburi e pesticidi – cresce ormai in modo preoccupante, senza limitarsi alle foci dei fiumi e alle aree più a rischio”, sottolineano Legambiente e WWF. “Non si gridi alla scoperta – aggiungono le due associazioni – abbiamo solo elaborato i dati del programma monitoraggio del Ministero dell’Ambiente, di fatto pubblici e accessibili a tutti dal sito web, raccolti dalle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente) negli ultimi tre anni. Che senso avrebbe, altrimenti, mettere insieme dati preziosi senza poi utilizzarli?”. E lo sguardo senza filtri in fondo al mare comunque non lascia il tempo che trova. Mercurio e cromo infestano i sedimenti marini di Friuli e Veneto, nichel in abbondanza in Toscana e Liguria, ancora tributilstagno in Basilicata. E, sensazione forse ancor più stridente, ddt sul fondo del mare laziale.
Per andare davvero fino in fondo è bene risalire alla foce, e quindi chiarire l’origine dei dati. Il programma di monitoraggio ha esaminato 8 mila km di coste, 15 regioni costiere, 63 aree critiche. Obiettivo, rintracciare la presenza nei sedimenti di 12 sostanze inquinanti, quelle ritenute più significative per gli effetti sull’ecosistema marino e, tramite la catena alimentare, sulla salute umana. Questo autentico check-up, partito nel giugno 2001 e concluso nel dicembre 2003, è nato da un accordo tra il “Servizio Difesa Mare” del Ministero dell’Ambiente e le Regioni, sostenute nel lavoro dalle Arpa, da Università, e da Enti di ricerca pubblici. Ora, come risultato, abbiamo una vera e propria radiografia dei sedimenti e della qualità delle acque. “Per quanto riguarda i sedimenti - spiega Sebastiano Venneri, responsabile mare Legambiente - abbiamo confrontato le concentrazioni di inquinanti rilevate con i limiti previsti dal decreto approvato a fine 2003. In vista della conclusione del monitoraggio, infatti, il governo ha prodotto un regolamento (367/2003) in cui stabilisce nuovi standard di qualità per le acque colpite da sostanze tossiche. E, in base a questi nuovi criteri i risultati delle rilevazioni sono poco confortanti”.
Soluzioni chimiche
La foce del torrente Lerone in Liguria, dove per molti anni ha scaricato veleni la Stoppani di Cogoleto, pullula di cromo con valori 145 volte superiori al limite di legge. Anche Pcb e nichel sono fuori misura. Punta Sottile, nelle vicinanze di Muggia (Trieste), vanta la concentrazione di Aldrin, pesticida parente del Ddt, più alta di tutto il programma di monitoraggio. Ancora alla foce del Sarno (Napoli) si registrano, insieme ad altre presenze poco piacevoli, valori di piombo quasi tre volte oltre la soglia di allarme, mentre il Ddt alberga nel Lazio soprattutto a Ladispoli in misura fino a 7 volte off-limits.
“Se la presenza massiccia di inquinanti nelle zone critiche, come foci e siti industriali, non ci sorprende – spiega Gaetano Benedetto, relazioni istituzionali WWF – è ben diverso, e senza dubbio allarmante, registrare veleni anche nelle “aree di bianco”, scelte in varie regioni come campione di controllo perché poco esposte alle pressioni esercitate dall’attività dell’uomo”.
Ecco allora spuntare le aree protette, alleate preziose dell’ecosistema, fiore all’occhiello dell’Italia blu – con 23 parchi marini abbiamo quasi l'8% delle coste e oltre 2 milioni e 800 mila ettari di territorio sotto tutela - ma da qualche tempo anche spie di un mondo in bilico. I sedimenti prelevati a Portoferraio, nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano, abbondano di cromo e nichel. Piombo a Punta Mesco nel Parco delle Cinque Terre, idrocarburi Ipa nell’area di Miramare in Friuli, arsenico a Capo Rizzuto (Calabria) e Punta Licosa (Campania).
“E’ più che evidente la necessità di provvedimenti concreti – incalza Venneri – un primo passo potrebbe essere rinnovare la convenzione triennale tra Ministero e Regioni, ancora non confermata, per proseguire un programma di monitoraggio in grado di coprire il territorio nazionale e omogeneo per metodi analitici e campionamento. Nell’attesa, sarebbe opportuno che i dati prodotti diventassero strumenti d’azione e non risultati fini a loro stessi”. Anche perché il programma ci fornisce un quadro a tutto tondo dello stato di salute del mare nostrum, analizzando oltre ai sedimenti la qualità delle acque.
E’ l’Apat (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici) che in questo caso ha elaborato i dati ministeriali sulla base del Trix, nomignolo sfizioso di un indicatore dello “stato trofico del mare”. In sostanza, quanto fitoplacton e nutrienti vivono ancora tra i flutti?
“In questo senso la realtà è un po’ meno preoccupante – commentano dall’Apat – il 74% delle stazioni di monitoraggio presenta uno stato ambientale elevato, in base all’obiettivo previsto dalla normativa (sempre il 367/2003), il 19% buono, il 5% mediocre e solo il 2% scadente, in particolare
Porto Garibaldi, in Emilia Romagna, e le foci dei fiumi Morto (provincia di Pisa), Marta (Viterbo) e Sarno (Napoli)”. Ma in generale – sottolinea Legambiente – la situazione lungo tutta la costa presenta un ambiente di qualità modesta, “il mare sta diventando il deposito finale della maggior parte dei contaminanti prodotti ed utilizzati in ambiente terrestre". E per noi bagnanti, alla ricerca di vele più o meno blu biologicamente parlando, certo non è un piacere icordare che l’estate scorsa il Ministero della Sanità ha divulgato i dati sulla balneabilità delle acque solo a fine agosto. Giusto in tempo per la fine della stagione. Forse quest’anno possiamo sperare in luglio…
Mentre scriviamo il rapporto sulla balneabilità redatto dal Ministero della Salute è pressoché introvabile. I dati tecnici, difficilmente comprensibili a un non esperto, indicano un lieve miglioramento della balneabilità. Quello che non dicono è che quasi un terzo del mare italiano non è balneabile. 5.017 km di litorale sono considerati balneabile. 405 km le spiagge inquinate da colibatteri, nitrati, ammoniaca, e 877 km sono occupati da porti e altre strutture che impediscono le attività natatorie. 1.057 km non sono stati affatto controllati e 17,7 quelli in cui il programma di analisi è giudicato incompleto.
A scanso equivoci è bene qui ricordare che la balneabilità di per sé non garantisce un mare in perfetta salute, ma l’assenza di sostanze dannose per l’uomo al contatto della pelle e delle mucose. In altre parole può risultare balneabile anche un fondale biologicamente morto, in cui non ci vegeta neanche un mollusco.
Legambiente intanto giudica grave l’atteggiamento del governo, che continua a rinviare il divieto di balneazione per sostanze come l’ossigeno disciolto, il ph e la trasparenza, emanando continui decreti di deroga. I dati ci dicono che la Campania, con i dintorni di Napoli, si conferma nettamente maglia nera con 81,8 km di mare proibito per inquinamento (il 17,4% del totale), seguita da Lazio (45,3 km, il 12,5%), Abruzzo (9,9 km, il 7,9%), Calabria (51,4 km, il 7,2%), Marche (10,4 km, il 6%), Puglia (48,6 km, il 5,6%), Sicilia (69,2 km, 4,7%), Sardegna (63,2 km, il 3,7%), Veneto (4,1 km, il 2,6%), Basilicata (1,6 km, il 2,6%), Liguria (8,8 km, il 2,5%) ed Emilia Romagna (3 km, il 2,3%). Le migliori sono invece il Friuli Venezia Giulia con nessun limite, la Toscana con l'1,3% di costa vietata alla balneazione (7,7 chilometri) e il Molise con il 2% (0,7 km). Nel raffronto con i dati dello scorso anno si registrano miglioramenti consistenti per Veneto ed Emilia Romagna.
Sara Mannocci