sabato, luglio 31, 2004

GREENPEACE E LEGAMBIENTE:

SULLE SPADARE IL MINISTERO NON DECIDE E LA PESCA ILLEGALE CONTINUA

Roma, 30 luglio 2004 - Greenpeace e Legambiente si sono sedute ieri al tavolo di confronto con il Ministero delle Politiche agricole, gli organi di controllo, le associazioni professionali della pesca e le associazioni ambientaliste promosso dallo stesso Ministero per affrontare il problema "spadare". Un tavolo proposto all'indomani della scoperta, il 21 luglio nel Porto di Marina Grande di Sorrento (proprio durante lo svolgimento lì dei lavori della Commissione baleniera internazionale), dell'ennesimo peschereccio con a bordo in bella evidenza le reti spadare, che scaricava indisturbato decine e decine di pesci spada anche ben al di sotto delle misure consentite (120 cm). Testimone anche il senatore Sauro Turroni insieme agli esponenti di Greenpeace e Wwf.

E' notizia ancora di oggi la presenza di una ventina di spadare nel porto di Calasetta, in Sardegna (alcune delle quali già filmate da Greenpeace a giugno).

La volontà di individuare finalmente misure concrete per contrastare l’illegalità, a beneficio dell’ambiente marino e della stragrande maggioranza dei pescatori italiani, ci hanno portato ad accettare il confronto. Il tavolo è stato convocato ieri dal Sottosegretario con delega alla Pesca, Paolo Scarpa Bonazza Buora, che dopo un primo incontro il 23 luglio si era impegnato a: emanare entro la settimana sia una nota urgente a tutti gli organismi di controllo e di polizia per sollecitare una sorveglianza stretta ed efficace, sia una circolare che chiarisse il divieto di detenere a bordo reti spadare; studiare a breve un provvedimento che rimediasse ai guasti dei decreti emanati dal Sottosegretario Scarpa Bonazza Buora, in particolare nell'aprile del 2003 e nel giugno del 2004, che hanno favorito la diffusione dell'uso delle spadare.

All'incontro, convocato nel tardo pomeriggio di ieri, era presente il direttore generale della Pesca Attilio Tripodi che, in sintesi, ha dichiarato di non poter assumere nessun concreto impegno, considerato che in Italia non sono previste sanzioni per la detenzione, peraltro vietata, di reti illegali. Greenpeace e Legambiente giudicano questa posizione inaccettabile. Per sperare che eventuali misure abbiano effetto reale nel corso della stagione di pesca 2004, è necessario che esse siano adottate immediatamente: la stagione di pesca delle spadare si chiude infatti, grosso modo, a settembre. A questo punto, considerando anche che siamo alla vigilia delle vacanze estive, chi si occuperà seriamente della questione? Il "tavolo" serviva solo per prendere un po' di tempo in attesa della fine della stagione di pesca? Siamo disponibili ad un confronto serio, che porti in tempi rapidi a decisioni efficaci, ma chiediamo la concretezza che non abbiamo visto in questo incontro.

Se non si blocca il processo di conversione da rete da posta a spadara (consentito di fatto dai recenti decreti del Ministero), nel 2005 potremmo avere più "spadare" che nel 1998 (ultimo anno prima della "riconversione"). Per questo motivo, a tutela delle risorse marine e dei pescatori onesti, Greenpeace e Legambiente chiedono al Ministro Alemanno: l’emanazione di provvedimenti che impediscano la detenzione e l'uso di attrezzi da pesca non conformi alla norma nazionale e/o comunitaria; una circolare che chiarisca alle autorità competenti cosa bisogna controllare e indichi anche il tipo di sanzione da applicare in caso di infrazione accertata, consentendo a chi questi controlli li fa già di poter operare in un regime di certezza del diritto.

Per ulteriori informazioni:
GREENPEACE: Ufficio stampa 348.3988607 – Alessandro Giannì 338.4675004
LEGAMBIENTE: Ufficio stampa 349.4597846

www.greenpeace.it















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giovedì, luglio 29, 2004

L’ORCA TENTA DI AFFOGARE IL TRAINER

Peta: reagisce a violenze. Troppe sofferenze e non rispetto per ecologia della specie.

28 luglio 2004 - L'orca Ky, nata in cattività e figlia di tillikum e haida, venerdi' scorso (ma la notizia e' stata diffusa solo oggi) ha ripetutamente e con violenza sbattuto sott'acqua il suo addestratore Steve Abel, cercando di annegarlo, così come i suoi genitori fecero nel 1991 provocando la morte dell'addestratore Kelthye Lee Byrne. Al fianco del cetaceo si schierano gli animalisti italiani della Peta. “Ky ha semplicemente reagito con quello che potrebbe sembrare un atto di violenza ai continui soprusi che invece subisce da oltre dieci anni da parte del suo addestratore che ha rischiato la morte - dichiara Ilaria Ferri direttore dei settori cattività e ambiente marino degli animalisti italiani onlus - in molti sembrano non accorgersi a quante deprivazioni quotidiane e continue siano sottoposti in cattività questi meravigliosi animali”.
In natura, le orche, sono capaci di percorrere miglia e miglia e se ne conoscono tre forme ben distinte: quella “residente” (resident) che si nutre di pesce, quella di "passaggio" (transient) che è abile cacciatrice di mammiferi marini e quella che vive in "mare aperto" (off-shore), anch'essa ittiofaga. queste tre forme sono diverse in morfologia, ecologia, comportamento e genetica. “ciò sta a dimostrare quanto siano complesse ed articolate le esigenze di questi animali che, rinchiusi fino alla loro precoce morte negli oceanari (in natura vivono fino a 80-90 anni), possono ricordarci quanto sia crudele ed inutile mostrarli come pagliacci o anacronistici ambasciatori di una specie che invece meriterebbe solo rispetto e tutela”.
L'episodio degli stati uniti, gli animalisti italiani della Peta vogliono ricordare "ai genitori che possono essere indotti a portare i bambini nei delfinari, quanta violenza, deprivazione e crudeltà si nascondono dietro un delfino o un'orca che saltano in una vasca”. per l'associazione, è “certamente più educativo mostrare questi animali liberi in natura piuttosto che in cattività. il 'nostro' mediterraneo- è il consiglio, dunque, dell'associazione- è ricco di delfini e balene e con il whale watching e l'ecovolontariato è facile incontrare questi animali e conoscerli nel loro ambiente naturale, senza rendersi complici di sofferenze e inutili deprivazioni, spesso anche nel nome di una falsa scienza”.
Nel nome di questa falsa scienza, accusano ancora gli animalisti, "si continua a mostrare gli animali come non sono in realtà e con comportamenti spiccatamente antropomorfi: il delfino che sorride ed è felice di farsi cavalcare, di farsi lavare i denti con lo spazzolino o l'orca che si diverte nel trainare l'addestratore. inoltre la superficiale promozione dei programmi di nuoto con delfini e orche che dovrebbero regalare benefici, in realtà è una pratica pericolosa oltre che vietata in Italia. L'aggressività di questi cetacei, indotta da numerose costrizioni e dagli spazi enormemente ridotti ha provocato negli ultimi 15 anni incidenti gravi (graffi, morsi, abrasioni, ossa rotte e traumi) oltre che la morte dell'addestratore Byrne”.

www.animalieanimali.it

"Emerging, Killer Whale" © Tom Brakefield





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martedì, luglio 27, 2004
Ventimila leghe sotto i mari

Mare blu dove sei? Arsenico, nichel, cromo ddt. Il Mare Nostrum richiede più attenzione. I soliti ambientalisti? No, dati ministeriali non divulgati. Ma il mare pulito da qualche parte c'è ancora...

"Pane, pomodoro” e amianto. La ricetta esplosiva la offre una delle spiagge più note di Bari e si riapre la voragine inquinamento. “Il litorale sud della città ospita da tempo fibre di ‘crocidolite’, amianto della peggior specie, assorbito nell’organismo umano per inalazione, fuorilegge dal 1986”, denuncia l’Arpa di Puglia nell’aprile scorso. Primi di maggio, il pm di Bari sequestra 400 metri di arenile, incriminati soprattutto i lidi di “Torre Quetta” e “Pane e Pomodoro”. Salta fuori che, al posto delle due spiagge, in passato prosperavano discariche abusive, pronte a smaltire anche il minerale sputato con buone probabilità dalla “Fibronit”, fabbrica operativa fino agli anni ’80. E se due più due fa quattro, ecco spiegati i residui di “fiocchi di lana” – come vuole il greco crocidolite o ‘amianto blu’ – sulle spiagge e nelle acque, rilasciati sulla costa durante le mareggiate. Il clima si infiamma, complice la stagione balneare alle porte, il Comune si sveglia e parla di bonifica.

Ma non solo amianto insidia l’ecosistema e la nostra salute. “L’inquinamento chimico – leggi metalli pesanti, idrocarburi e pesticidi – cresce ormai in modo preoccupante, senza limitarsi alle foci dei fiumi e alle aree più a rischio”, sottolineano Legambiente e WWF. “Non si gridi alla scoperta – aggiungono le due associazioni – abbiamo solo elaborato i dati del programma monitoraggio del Ministero dell’Ambiente, di fatto pubblici e accessibili a tutti dal sito web, raccolti dalle Arpa (Agenzie regionali protezione ambiente) negli ultimi tre anni. Che senso avrebbe, altrimenti, mettere insieme dati preziosi senza poi utilizzarli?”. E lo sguardo senza filtri in fondo al mare comunque non lascia il tempo che trova. Mercurio e cromo infestano i sedimenti marini di Friuli e Veneto, nichel in abbondanza in Toscana e Liguria, ancora tributilstagno in Basilicata. E, sensazione forse ancor più stridente, ddt sul fondo del mare laziale.

Per andare davvero fino in fondo è bene risalire alla foce, e quindi chiarire l’origine dei dati. Il programma di monitoraggio ha esaminato 8 mila km di coste, 15 regioni costiere, 63 aree critiche. Obiettivo, rintracciare la presenza nei sedimenti di 12 sostanze inquinanti, quelle ritenute più significative per gli effetti sull’ecosistema marino e, tramite la catena alimentare, sulla salute umana. Questo autentico check-up, partito nel giugno 2001 e concluso nel dicembre 2003, è nato da un accordo tra il “Servizio Difesa Mare” del Ministero dell’Ambiente e le Regioni, sostenute nel lavoro dalle Arpa, da Università, e da Enti di ricerca pubblici. Ora, come risultato, abbiamo una vera e propria radiografia dei sedimenti e della qualità delle acque. “Per quanto riguarda i sedimenti - spiega Sebastiano Venneri, responsabile mare Legambiente - abbiamo confrontato le concentrazioni di inquinanti rilevate con i limiti previsti dal decreto approvato a fine 2003. In vista della conclusione del monitoraggio, infatti, il governo ha prodotto un regolamento (367/2003) in cui stabilisce nuovi standard di qualità per le acque colpite da sostanze tossiche. E, in base a questi nuovi criteri i risultati delle rilevazioni sono poco confortanti”.

Soluzioni chimiche

La foce del torrente Lerone in Liguria, dove per molti anni ha scaricato veleni la Stoppani di Cogoleto, pullula di cromo con valori 145 volte superiori al limite di legge. Anche Pcb e nichel sono fuori misura. Punta Sottile, nelle vicinanze di Muggia (Trieste), vanta la concentrazione di Aldrin, pesticida parente del Ddt, più alta di tutto il programma di monitoraggio. Ancora alla foce del Sarno (Napoli) si registrano, insieme ad altre presenze poco piacevoli, valori di piombo quasi tre volte oltre la soglia di allarme, mentre il Ddt alberga nel Lazio soprattutto a Ladispoli in misura fino a 7 volte off-limits.
“Se la presenza massiccia di inquinanti nelle zone critiche, come foci e siti industriali, non ci sorprende – spiega Gaetano Benedetto, relazioni istituzionali WWF – è ben diverso, e senza dubbio allarmante, registrare veleni anche nelle “aree di bianco”, scelte in varie regioni come campione di controllo perché poco esposte alle pressioni esercitate dall’attività dell’uomo”.
Ecco allora spuntare le aree protette, alleate preziose dell’ecosistema, fiore all’occhiello dell’Italia blu – con 23 parchi marini abbiamo quasi l'8% delle coste e oltre 2 milioni e 800 mila ettari di territorio sotto tutela - ma da qualche tempo anche spie di un mondo in bilico. I sedimenti prelevati a Portoferraio, nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano, abbondano di cromo e nichel. Piombo a Punta Mesco nel Parco delle Cinque Terre, idrocarburi Ipa nell’area di Miramare in Friuli, arsenico a Capo Rizzuto (Calabria) e Punta Licosa (Campania).
“E’ più che evidente la necessità di provvedimenti concreti – incalza Venneri – un primo passo potrebbe essere rinnovare la convenzione triennale tra Ministero e Regioni, ancora non confermata, per proseguire un programma di monitoraggio in grado di coprire il territorio nazionale e omogeneo per metodi analitici e campionamento. Nell’attesa, sarebbe opportuno che i dati prodotti diventassero strumenti d’azione e non risultati fini a loro stessi”. Anche perché il programma ci fornisce un quadro a tutto tondo dello stato di salute del mare nostrum, analizzando oltre ai sedimenti la qualità delle acque.

E’ l’Apat (Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici) che in questo caso ha elaborato i dati ministeriali sulla base del Trix, nomignolo sfizioso di un indicatore dello “stato trofico del mare”. In sostanza, quanto fitoplacton e nutrienti vivono ancora tra i flutti?
“In questo senso la realtà è un po’ meno preoccupante – commentano dall’Apat – il 74% delle stazioni di monitoraggio presenta uno stato ambientale elevato, in base all’obiettivo previsto dalla normativa (sempre il 367/2003), il 19% buono, il 5% mediocre e solo il 2% scadente, in particolare
Porto Garibaldi, in Emilia Romagna, e le foci dei fiumi Morto (provincia di Pisa), Marta (Viterbo) e Sarno (Napoli)”. Ma in generale – sottolinea Legambiente – la situazione lungo tutta la costa presenta un ambiente di qualità modesta, “il mare sta diventando il deposito finale della maggior parte dei contaminanti prodotti ed utilizzati in ambiente terrestre". E per noi bagnanti, alla ricerca di vele più o meno blu biologicamente parlando, certo non è un piacere icordare che l’estate scorsa il Ministero della Sanità ha divulgato i dati sulla balneabilità delle acque solo a fine agosto. Giusto in tempo per la fine della stagione. Forse quest’anno possiamo sperare in luglio…

Mentre scriviamo il rapporto sulla balneabilità redatto dal Ministero della Salute è pressoché introvabile. I dati tecnici, difficilmente comprensibili a un non esperto, indicano un lieve miglioramento della balneabilità. Quello che non dicono è che quasi un terzo del mare italiano non è balneabile. 5.017 km di litorale sono considerati balneabile. 405 km le spiagge inquinate da colibatteri, nitrati, ammoniaca, e 877 km sono occupati da porti e altre strutture che impediscono le attività natatorie. 1.057 km non sono stati affatto controllati e 17,7 quelli in cui il programma di analisi è giudicato incompleto.
A scanso equivoci è bene qui ricordare che la balneabilità di per sé non garantisce un mare in perfetta salute, ma l’assenza di sostanze dannose per l’uomo al contatto della pelle e delle mucose. In altre parole può risultare balneabile anche un fondale biologicamente morto, in cui non ci vegeta neanche un mollusco.
Legambiente intanto giudica grave l’atteggiamento del governo, che continua a rinviare il divieto di balneazione per sostanze come l’ossigeno disciolto, il ph e la trasparenza, emanando continui decreti di deroga. I dati ci dicono che la Campania, con i dintorni di Napoli, si conferma nettamente maglia nera con 81,8 km di mare proibito per inquinamento (il 17,4% del totale), seguita da Lazio (45,3 km, il 12,5%), Abruzzo (9,9 km, il 7,9%), Calabria (51,4 km, il 7,2%), Marche (10,4 km, il 6%), Puglia (48,6 km, il 5,6%), Sicilia (69,2 km, 4,7%), Sardegna (63,2 km, il 3,7%), Veneto (4,1 km, il 2,6%), Basilicata (1,6 km, il 2,6%), Liguria (8,8 km, il 2,5%) ed Emilia Romagna (3 km, il 2,3%). Le migliori sono invece il Friuli Venezia Giulia con nessun limite, la Toscana con l'1,3% di costa vietata alla balneazione (7,7 chilometri) e il Molise con il 2% (0,7 km). Nel raffronto con i dati dello scorso anno si registrano miglioramenti consistenti per Veneto ed Emilia Romagna.
 
Sara Mannocci





















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martedì, luglio 27, 2004

Delfini uccisi con una balestra: si cerca uno yacht

25/07/04 - Sanremo (Imperia) - C’è una pista per il killer dei due delfini stenella uccisi davanti alle coste liguri. Si cerca uno yacht: perché più segnalazioni arrivate alla Capitaneria di porto di Sanremo descrivono «un’imbarcazione tipo yacht» avvistata in circostanze poco chiare proprio nel punto e durante l’arco di tempo sott’accusa. E non è tutto: gli uomini della Guardia costiera che si stanno occupando delle indagini adesso hanno anche indicazioni utili sul tipo di arma utilizzata dall’«ammazzadelfini». L’autopsia avrebbe infatti stabilito che ci sono buone probabilità che si sia trattato di una balestra anche se i controlli nelle armerie della zona per ora non hanno portato a nessun risultato.
Cosimo Nicastro, il comandante della Capitaneria sanremese che conduce l’inchiesta, insiste con l’appello a eventuali testimoni: «Telefonatemi allo 0184-504.603» ripete. «Garantiamo anche la tutela dell’anonimato». I suoi continui appelli a «chi ha visto o sentito qualcosa» hanno già dato i primi frutti: quattro-cinque telefonate ricevute nelle ultime ore hanno raccontato, con dettagli «abbastanza precisi e in gran parte concordanti» di un’imbarcazione sospetta che potrebbe essere, appunto, uno yacht. Nella fascia oraria in cui i due delfini sono stati uccisi, quella barca sarebbe stata vista arrivare dalla zona di confine, fra Ventimiglia e la Francia. Si sarebbe fermata al largo delle coste di Bordighera, proprio dove i due stenella sono morti, avrebbe calato in mare un gommone e alcune persone ci sarebbero salite a bordo armeggiando con una strumento non meglio identificato.
«Basterebbe anche solo l’iniziale di una sigla identificativa. Un colore, un nome» spiega il comandante Nicastro. E non è detto che indicazioni più precise non arrivino. Perché alcune delle persone che hanno chiamato per segnalare barche o circostanze sospette devono ancora presentarsi in capitaneria a raccontare dettagli appena accennati al telefono. Lo faranno domani, mentre motovedette ed elicotteri scandaglieranno le coste liguri a caccia di nuovi indizi. Il killer dei delfini potrebbe fare un nuovo passo. Falso, si spera.

Giusi Fasano

Fonte: Corriere della Sera





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lunedì, luglio 26, 2004

A proposito di: SQUALI

 

Uno dei vocaboli più utilizzati dai pubblicitari - per rendere appetibile e memorizzabile uno spot - dopo la parola “Amore”, è “Squalo”.

Con i suoi 400 milioni di anni di evoluzione, lo squalo è uno dei più antichi animali del mondo;

·         ne esistono 370 specie, che variano da pochi centimetri alle dimensioni enormi dello squalo balena (grande come un autobus), sebbene la media si aggiri intorno ai 6 metri di lunghezza.

 

A differenza degli altri pesci, lo squalo non possiede la vescica natatoria, per cui - per rimanere in superficie - deve muoversi continuamente. Inoltre, per la struttura delle sue pinne, può nuotare solo in avanti.

·         Ha uno scheletro di cartilagine, come le mante e le razze;

·         Divide la stessa nicchia ecologica con il pesce spada;

·         Possiede un apparato sensoriale che si basa sull’elettricità, e questa particolare facoltà lo rende in grado di percepire i campi elettrici di ogni essere vivente che si sta muovendo nei dintorni e persino il battito cardiaco della futura preda.

 

Il senso di elettroricezione dello squalo - localizzato sul muso (ricoperto da speciali sensori) e sulla linea laterale lungo il fianco - è di tipo passivo, cioè percepisce i campi elettrici generati da altri animali e si differenzia dalla forma attiva della torpedine (in grado di fornire una scossa di 350 Volt), del gimnoto (già noto all'epoca degli antichi egizi e capace di uccidere un cavallo) e del siluro, poiché permette al pesce che ne è dotato di generare attivamente un campo elettrico e di analizzarne le perturbazioni, al fine di evitare ostacoli, reperire nascondigli, scovare prede e trovare partner sessuali.

 

·         Quando si avvicina alla preda, oltre all’elettroricezione, lo squalo si serve dell’olfatto, vero e proprio laboratorio chimico (percepisce una particella di sangue in una piscina olimpionica) e, come i grandi predatori dalla terraferma, si nutre degli animali più deboli o ammalati, selezionando i più forti e limitando l’espandersi della malattia.

 

Come ha recentemente raccontato il grande fotografo subacqueo Alberto Luca Recchi, capita che, accostandosi ad una preda (o al subacqueo che lo sta fotografando), uno squalo le dia dei "colpetti" con il muso: ebbene, questi colpetti stanno a significare che sta leggendo il menù. 

Per quanto riguarda l’alimentazione, lo squalo è un animale selettivo: di solito, il suo pasto base è costituito da pesce azzurro, però alcuni tipi di squali si cibano anche di delfini e foche; e se ha ingoiato qualcosa che non è di suo gradimento, estroflette lo stomaco e si libera del cibo.

·         Raggiunge la maturità sessuale intorno ai 10 anni e l’accoppiamento è decisamente brusco. Il maschio morde la prescelta sulla schiena (la cui pelle è rinforzata nelle femmine), vicino alla pinna dorsale, e la copula avviene come nei mammiferi cetacei.

 

Si fantastica e si ironizza molto sul perché lo squalo abbia due peni; la spiegazione è semplice: essendo organi fissi e di tessuto rigido, uno è di riserva nel caso l’altro si rompa. Inoltre, questo duplice apparato sessuale si riscontra anche nelle femmine, che possiedono due uteri.

·         Lo squalo si differenzia, poi, dagli altri pesci altresì per le modalità riproduttive: alcune specie fanno le uova, altre hanno la placenta, come ad esempio lo squalo martello, che è dotato di ombelico.

·         Per dare alla luce i piccoli, le femmine si appartano in luoghi adibiti a nursery;

·         Dopo il parto, perdono dell’appetito (strategia evolutiva atta ad evitare di cibarsi dei propri figli).

·         Al contrario di ciò che si pensa, raramente uno squalo attacca l’uomo e, quando succede, la causa è spesso riscontrabile nella forte somiglianza che la tavola da surf ha, per questi pesci, con la foca, vista da sotto. Infatti, per catturare una foca, lo squalo si posiziona sotto di essa e sale di sorpresa a fauci spalancate.

 

Tuttavia, l’unico nemico che questo animale ha, e che lo sta estinguendo, è l’uomo: oltre ai danni provocati dalle eliche delle imbarcazioni e dai fucili, lo squalo è cacciato per le sue pinne;

·         le pinne di squalo in Oriente vengono usate come afrodisiaco e come status symbol (una di queste viene a costare parecchi milioni). Ma, al di là delle superstizioni o credenze stupide, la vera barbarie sta nella modalità con cui i pescatori cinesi catturano questi pesci: da vivi, li amputano delle loro preziose pinne e li rilasciano agonizzanti in mare, destinati a morte sicura.

Molti studiosi stanno cercando di arginare questo fenomeno, ma la sensibilizzazione mediatica non da sempre i frutti sperati nei tempi necessari ad evitare il disastro ecologico.

 

Maria Cecilia Camozzi

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domenica, luglio 25, 2004

In arrivo fra Eolie ed Egadi il veliero Cts dei delfini

Arriva in Sicilia il Veliero dei Delfini, la campagna per la promozione delle Aree Marine Protette e la salvaguardia dei delfini promossa dal CTS Ambiente e dal Ministero dell' Ambiente. Le isole di Lipari, Vulcano, Ustica e Marittimo saranno le prossime tappe della traversata.
L'antica imbarcazione sara' a Lipari il 25 e 27 luglio, e proseguira' successivamente la sua crociera allestendo nei rispettivi porti dei punti informativi dove i biologi saranno a disposizione del pubblico per dare informazioni sui cetacei, sulle minacce alla loro conservazione nel Mediterraneo e per promuovere la conoscenza delle Aree Marine Protette.
I turisti avranno modo cosi' di scoprire il patrimonio ambientale delle Isole Eolie, che saranno presto istituite Area Marina Protetta, dell' Area Marina Protetta di Ustica e dell' Area Marina Protetta delle Isole Egadi.
''Questa iniziativa - spiega Aldo Cosentino, Direttore Generale della Direzione Protezione della Natura del Ministero dell' Ambiente e della Tutela del Territorio - si propone di fare conoscere al grande pubblico e alle popolazioni locali l'importanza dei delfini non soltanto in termini di biodiversita' ma anche per gli aspetti socio - economici. La presenza stabile di questi animali in una determinata area, infatti, oltre a costituire un indice del buono stato di salute dell' habitat, permette lo sviluppo di forme di ecoturismo, che si basano sull'osservazione dei cetacei in liberta'''.
Nel corso della campagna si raccoglieranno dati sulla consistenza numerica, la distribuzione, lo stato di salute e il comportamento del delfino costiero o tursiope (Tursiops truncatus), la specie piu' diffusa nei nostri mari, ma ancora poco conosciuta e fortemente minacciata, dall'inquinamento, dal traffico nautico e da alcune attivita' di pesca. E proprio su questi ultimi due fattori di minaccia i biologi a bordo del veliero raccoglieranno nuove informazioni grazie alla collaborazione dei pescatori e delle Capitanerie di Porto.
''Il Veliero dei Delfini - commenta Stefano Di Marco Vice Presidente Nazionale del CTS e Responsabile del CTS Ambiente - rientra in un piu' ampio progetto che portiamo avanti da oltre dieci anni, il Progetto Delfino Costiero, che vede ogni estate mettersi in moto ben sette stazioni di ricerca in Italia, il cui ruolo è proprio quello di delineare le strategie piu' idonee per la conservazione di questi mammiferi marini, sempre piu' a rischio a causa della pesca, dell'inquinamento e del traffico nautico''.

www.animalieanimali.it

Stenella - Spinner Dolphin (Stenella longirostris), foto di Roberto Sozzani







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sabato, luglio 24, 2004

Balene, «santuario» negato

La Commissione baleniera internazionale riunita a Sorrento respinge l'istituzione di nuove aree protette per i cetacei, nonostante una lettera del presidente brasiliano Lula. Ma non passa lo stop alla moratoria della caccia

Ilaria Urbani

Anche le balene hanno un fan importante. E' il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula Da Silva, che ieri ha spedito una lettera ai 57 paesi membri dell'International whaling commission riunita a Sorrento per decidere le sorti delle balene. Lula ha chiesto all'Iwc di schierarsi a favore dell'istituzione di un nuovo santuario nell'Atlantico del sud. «Desidero richiedere il vostro prezioso supporto - scrive Lula - per la proposta di creare il santuario delle balene nell'Atlantico meridionale che il Brasile e l'Argentina presenteranno nuovamente alla commissione baleniera internazionale». Le parole di Lula avranno fatto riflettere la commissione ma non abbastanza. Le proposte per la creazione di un santuario a sud del Pacifico e dell'Atlantico, infatti, non sono passate. Per ampliare le zone protette del Pacifico sarebbero serviti i tre quarti dei voti della commissione, ma Australia e Nuova Zelanda, artefici della proposta, sono stati costretti ad incassare una sconfitta, così come il Brasile e l'Argentina, per l'istituzione del santuario. La sensibilità dei paesi per la salvaguardia delle balene è comunque cresciuta. I membri dell'Iwc hanno infatti approvato una risoluzione che li vede impegnati nel mitigare le sofferenze e abbreviare i tempi di agonia dei mammiferi cacciati. Greenpeace in ogni caso lancia l'allarme alla luce dei due insuccessi: «E' grave l'atteggiamento degli stati che continuano ad opporsi all'istituzione di nuove aree protette per i cetacei. La fase di stallo che si è determinata all'interno della commissione mina la possibilità di progressi significativi per la tutela delle balene anche nel corso delle prossime votazioni», spiega Emanuela Marinelli della campagna balene di Greenpeace. L'insoddisfazione degli ambientalisti è scaturita anche dalla discussione a porte chiuse dell'Rms, il piano di gestione delle quote di caccia proposto da Giappone, Olanda, Spagna, Danimarca, Islanda, Svezia ed Usa. L'associazione ambientalista vede in questo atteggiamento della commissione una tendenza alla riapertura della caccia commerciale delle balene.

E in effetti, anche se nessun accordo ieri è stato raggiunto, in mattinata il presidente della Iwmc, Eugene Lapointe, si è detto convinto che la moratoria contro la caccia dei grandi mammiferi del 1986 sarà abolita l'anno prossimo al 57esimo summit della commissione in Corea del Sud. Lapointe ha aggiunto che i tempi sono ormai maturi per la ripresa della caccia delle specie in sovrannumero e che la commissione ha ormai capito che le posizione delle ong sono solo dettate dalla demagogia. «Non vogliono realmente la conservazione delle specie animali ma guadagnare sempre più visibilità tra l'opinione pubblica e dunque influenza sui governi istituendo dei totem di comunicazione ad alto impatto, come quello delle balene. Altro che ambientalismo«, per il presidente dell'Iwmc sarebbero queste le pretese degli ecologisti e non la salvaguardia di Moby Dick. Accuse pesanti che Lapointe ha argomentato con la certezza di aiuti finanziari e compensi dalla Nuova Zelanda ai piccoli paesi in cambio del sostegno alla moratoria sulla caccia. Ma non è tutto, Lapointe pur di difendere il Giappone, accusato da sempre di corrompere i nuovi paesi membri della commissione per far cadere la caccia, se la prende anche con Stati Uniti e Australia, oppositori della caccia alle balene. «In Australia - ha aggiunto - addirittura il bersaglio preferito sono i canguri e i koala, che mi pare siano realmente a rischio estinzione, diversamente dalle balene dove il pericolo esiste solo per alcune specie». L'unico dato positivo di ieri, dopo scontri e polemiche, è la proroga del Santuario dell'Antartico, creato nel `94 per la difesa dei cetacei. Il Giappone è stato battuto. E megattera, balenottera azzurra, balena franca australe e capodoglio potranno dormire sonni tranquilli ancora per 10 anni: la proposta è passata con 30 voti, di cui uno dell'Italia.




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sabato, luglio 24, 2004

CACCIA ALLE BALENE

L’ISLANDA SI DIFENDE

Il Governo islandese ha risposto con una lettera aperta alle migliaia di fax ed email di protesta che ha ricevuto in questi giorni. Vi sottoponiamo la risposta standard inviata a tutti coloro che hanno fatto sentire la propria voce in difesa delle balene. Troverete in grassetto alcune nostre riflessioni che mirano ad evidenziare tutta la debolezza delle tesi a favore della ripresa della caccia islandese.

2 settembre 2003 - L'Islanda non intende cacciare le specie di balene minacciate di estinzione, precedentemente decimate dalle grandi baleniere nazionali. Il programma scientifico islandese rientra nel suo generale politica per l'uso durevole delle risorse marine e non tocca le specie in pericolo.

Greenpeace: Nessuno si oppone, infatti, allo studio delle balene, chiediamo solo che non venga condotto impiegando tecniche che prevedono l’uccisione dell’animale. Non appena l’Islanda rivelò il proprio piano, apparve chiaramente come gli obiettivi prefissati nell’ambito di questo programma non avessero alcuna rilevanza utile alla determinazione di nuove tecniche per la gestione delle balene sotto l’egida dell’IWC e come, i migliori risultati in tal senso, si sarebbero potuti raggiungere attraverso l’impiego di metodi non letali.

Le autorità islandesi sono completamente coscienti dell'esigenza della conservazione delle risorse marine. L'economia del paese dipende da esso per più di due terzi delle relative esportazioni. Uno squilibrio ecologico causato dalla sovrappopolazione o da altre cause delle acque islandese avrebbe conseguenze drammatiche per la sopravvivenza dell'Islanda. L'Islanda è stata una dei primi cinque paesi a spostare la propria zona di pesca oltre le 200 miglia nautiche dalla costa nel 1975, per impedire la pesca non controllata intorno all'Islanda dalle sciabiche che vengono da altri paesi europei mettendo in pericolo le specie marine. Da allora l'Islanda ha adottato tutte le misure per garantire una pesca equilibrata e duratura nelle proprie acque applicando un sistema rigoroso di quote per parecchie specie dei pesci come il merluzzo, le aringhe ed il malloto ed è orgogliosa di essere un pioniere nella lotta contro "l'estinzione e di essere stata un esempio per altri paesi". Le quote sono fissate conformemente alle raccomandazioni degli scienziati, che osservano regolarmente lo sviluppo di tutte le specie. Le balene, che sono parte integrante dell'ecosistema marino, devono ovviamente essere incluse in uno studio che sia completo. Secondo gli studi presentati al comitato scientifico della Commissione Internazionale Whale-Boats, ci sono quantità significativi di determinate specie, mentre altre specie continuano ad essere in pericolo. Si considera che ci sono più di 67,000 balene minori, 24,000 balenottere comuni e 10,000 balenottere boreali nel mezzo dell'Atlantico del nord. Il consumo annuale dei pesci dalle balene in questa zona, di krill e di altre biomasse, è valutato a circa 6 milione di tonnellate, notevolmente superiori alla quantità pescata dagli islandesi che ammonta a 1,5 - 2 milioni di tonnellate. Ciò è soltanto un esempio dell'effetto delle balene sull'ecosistema marino.

Greenpeace: Tutto questo non corrisponde a verità. Non esiste un solo biologo marino che affermi come, il consumo di pesce da parte delle balene – esseri viventi che popolano i nostri mari da oltre 10 milioni di anni - possa essere il responsabile dell’impoverimento delle risorse ittiche. L’unica vera causa è l’uomo e la pesca industriale che questo conduce!

Sarebbe irresponsabile non tenere conto di questo elemento molto significativo. Da una parte si precisa che molte balenottere minacciano la ripopolazione di parecchie specie, per esempio il merluzzo, di cui fanno un consumo enorme. Dall'altra, sembra probabile alcune specie di balene, come la balenottera minore, quella comune e quella boreale stanno occupando il posto ecologico che altre specie di balene, ora in pericolo, occupavano prima, così che queste ultime trovano maggiore difficoltà
a ripopolarsi.

Greenpeace: Questa è pseudo-scienza! Se fosse vero che talune specie di cetacei non sono in grado di competere con altre nel reperimento di cibo, questo sarebbe successo milioni di anni fa e le specie più deboli sarebbero giunte fino a noi sottoforma di fossili. Anni fa, quando il Comitato Scientifico dell’IWC approfondì una simile ipotesi riferita alla popolazione di cetacei dell’emisfero meridionale a rischio di estinzione, concluse che non vi era alcuna prova di possibili interazioni fra le specie minacciate e le più numerose balenottere minori. Anzi, comprese come la presenza di quest’ultime giovasse all’intero gruppo, compreso quello di dimensioni inferiori.

E' stato eseguito uno studio a tal proposito. Il progetto dell'Islanda di catturare 38 balenottere minori in questo anno appartiene ad una ricerca generale scientifica sulle interazioni ecologiche fra le balenottere ed altre specie marine. Sarebbero utili inoltre per studiare determinate funzioni dell'ecologia biologica del cibo e della patologia "dell'alettone insano" della balenottera boreale nell'Atlantico del nord. L'Islanda è stata uno dei primi paesi a comprendere l'importanza di salvaguardare le specie di balene.

Greenpeace: Come abbiamo detto, la cattura di queste prime 38 balenottere minori non rappresenta che l’inizio di un piano che va ben oltre quanto dichiarato. Sappiamo infatti che a partire dal 2004 questo programma di caccia prevede l’uccisione di un totale di 250 esemplari così suddivisi: 100 balenottere minori, 50 balenottere boreali e 100 balenottere comuni. Due specie fra quelle considerate maggiormente in pericolo. Lo scopo ultimo resta la ripresa della caccia su larga scala.

Già all'inizio del secolo scorso quando ci furono i primi allarmi per l'eccessiva presenza di baleniere nel mare, L'Islanda aveva proibito la caccia alle grandi balene dal 1915 al 1935. La caccia è stata ripresa soltanto nel 1948 (non considerando alcune limitate catture da parte di una stazione di terra fra 1935 e 1939). L'Islanda ha imposto una regolazione rigorosa e delle limitazioni severe per la caccia alle balene; fra 1948 e 1985 questa viene ulteriormente limitata alla caccia in piccola scala da parte di una stazione di terra, nel momento stesso in cui ogni operazione commerciale delle baleniere era stata bloccata a causa della cosiddetta moratoria internazionale firmata da chi a tale caccia si opponeva. Questo è uno dei motivi per cui le quantità delle principali grandi balene, vale a dire le balenottere minori e comuni, sono così abbondanti nel mezzo dell'Atlantico del nord. L'Islanda è sempre stata considerata un campione di collaborazione internazionale per difendere un'amministrazione durevole delle risorse naturali, comprese le balene. L'Islanda non ha mai abbandonato questo atteggiamento incluso all'interno della Commissione Internazionale Whale-Boats (CBI), basato sulla convenzione internazionale per la regolazione della caccia alla balena del 2 dicembre 1946. Il ruolo del CBI è di provvedere alla mantenimento delle quantità, di modo che la l'industria delle baleniere possa svilupparsi in un senso ordinato. Poco tempo fa Islanda ha riunito ancora il CBI, ma per ciò che concerne la cosiddetta moratoria pronunciata contro la caccia e il commercio di balene. L'Islanda aveva lasciato il CBI per protestare contro la mancanza di questa nel regolamentare la caccia alla balena e promuovere le baleniere di ricerca, nonché contro la proibizione totale della caccia alle balene senza tenere conto delle scoperte scientifiche in questo campo. L'Islanda entra nell'organizzazione e partecipa alla relativa Nuova Procedura di Amministrazione (NPG) fondata sul concetto del massimo equilibrio. L'Islanda si è impegnata a non
autorizzare la caccia commerciale della balena prima del 2006 o durante lo sviluppo del NPG. Inoltre ha dichiarato che la caccia commerciale della balena sarebbe autorizzata soltanto per seri motivi scientifici e con la garanzia di un idonea regolamentazione dall'efficace applicazione. Per l'ora, l'Islanda non ha in progetto la caccia commerciale della balena.

Greenpeace: La Delegazione Islandese all’International Whaling Commission (IWC) sta chiedendo con insistenza che la moratoria posta alla caccia commerciale venga eliminata nel più breve tempo possibile. Perché stanno portando avanti questa battaglia se non hanno intenzione di riprendere a cacciare le balene su larga scala?

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venerdì, luglio 23, 2004

BALENE: TRA LUCI E OMBRE, SI CHIUDE IL SIPARIO

A Sorrento 4 giorni di dibattito, non prevalgono gli arpioni

23 luglio 2004 - Cambiare tutto per non cambiare nulla. Il personaggio di Tancredi del "Gattopardo" sembra aver ispirato la Commissione Baleniera Internazionale (Iwc) riunitasi con la partecipazione dei delegati di 56 paesi e rappresentanti di 140 associazioni ambientaliste a Sorrento. Ha chiuso stasera la 56ma riunione dopo quattro giornate intense di lavoro in difesa della balena, specie bandiera dei sette mari come è stata definita dal presidente brasiliano Ignacio Lula in un appello disatteso per l'istituzione del santuario dei cetacei nel Sud Atlantico. Il convegno di Sorrento ha comunque un bilancio positivo , espressione più dei numerosi "scampato pericolo” che dei riconoscimenti ottenuti.

"Crimson Flight, Humpback Whale, Alaska" © AlaskaStock.com

Scampato pericolo infatti per Moby Dick che ha visto oggi respingere due risoluzioni presentate dal Giappone per aumentare il numero di animali, di specie Bryde e Minke, da cacciare per scopi scientifici. Scampato pericolo anche per la bocciatura di emendamenti “pericolosi per la conservazione dei cetacei” nel processo di revisione dell'Rms (Revised Management Scheme) che, attraverso automatismi, avrebbero potuto eliminare la moratoria per cinque anni nelle acque costiere, e gettare le basi per la riapertura della caccia commerciale alle balene. La discussione dell'Rms è rinviata alla riunione Iwc numero 57 che si terrà in Korea a giugno 2005.

Unica concessione lasciata oggi al fronte dei balenieri e' una tutto sommato accettabile autorizzazione alla pesca alle comunità locali che praticano la pesca ai "giganti del mare" per tradizione culturale e gastronomica.
Sul fronte dei quattro goal realizzati perché è cosi che si vincono le partite il tabellone segna la conferma e la proroga delle attività per un altro decennio del "Santuario Southern Ocean" (Sos) che preserva i cetacei nelle acque dell'Antartide, avviando ricerche scientifiche e promuovendo attività economiche alternative come il whale-watching. Salvataggio della struttura dovuta anche al forte attivismo pro-santuari della delegazione italiana.
E' stato inoltre valorizzato il “comitato di conservazione”, istituito lo scorso anno a Berlino, legittimazione che suona come una introduzione nello statuto e nella mission dell'Iwc della funzione di “tutela della conservazione dei cetacei” e non di mero comitato per la definizione delle aree marine di caccia.

Terzo punto a favore delle balene è il pieno consenso all'adozione di misure per mitigare la sofferenza dei mammiferi marini durante la caccia, abbreviando i tempi di agonia.
Ultimo gol, decisivo nel bacino Mediterraneo, è che il consesso mondiale ha accolto le indicazioni del Comitato scientifico sul By-catch, le catture accidentali di delfini e balene con sistemi di pesca non selettivi che portano alla morte ogni anno 300.000 cetacei in tutto il mondo.
In termini di consensi e di risveglio dell'attenzione pubblica sul tema della difesa della balena il congresso, ospitato per la prima volta dall'Italia, non può che avere un bilancio positivo. L'istituzione dei santuari ha avuto parole di apprezzamento da parte del ministro delle Politiche Agricole e forestali che ha acceso i riflettori sul Santuario presente nel mar Ligure, definito "unico baluardo degli ecosistemi dell'emisfero settentrionale”. La proposta di istituzione dei nuovi santuari fatta da Argentina e Brasile da una parte e da Australia e Nuova Zelanda dall'altra ha trovati molti consensi tra i Paesi membri Iwc e nell'opinione pubblica di tutto il mondo, anche per la valenza di recupero delle comunità aborigene e Maori e come possibile carta per riscatto economico dei paesi sudamericani. I nuovi santuari sono stati bocciati, per un meccanismo di volto che richiede una maggioranza qualificata impossibile da raggiungere in un consesso dalle correnti cosi fluide.

Tra luci e ombre dunque lo “status quo” e l'immobilismo Iwc tutelano ancora le balene, anche se c’è molta delusione tra conservazionisti e uomini del mondo scientifico. “L'Iwc riunisce tutto questo variegato mondo” commenta il Wwf Italia secondo cui “la commissione baleniera è la sede giusta per decidere la sorte dei giganti del mare e contrastare il partito degli arpioni attraverso il rafforzamento delle funzioni di conservazione dei cetacei, proprie della Commissione Baleniera”.

Fonte: Ansa







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venerdì, luglio 23, 2004

Cetacei: votata risoluzione e favore della Balena grigia

l’IWC ha votato all’unanimità per una risoluzione a favore di una delle specie maggiormente minacciate nel mondo, la Balena grigia del Pacifico occidentale, della quale restano meno di 100 esemplari

In pieno svolgimento della 56ma Commissione Baleniera Internazionale il mare consegna una brutta notizia: pochi giorni fa, nel cuore del Santuario dei cetacei del Mar Ligure, a 20 miglia da Finale Ligure, un esemplare di Balenottera comune (Balaenoptera physalus), un giovane animale lungo circa 15 metri, è stato trovato morto al rientro da una delle spedizioni di whale-watching che il WWF organizza da 7 anni nell’area protetta in collaborazione con la Cooperativa battellieri.

Vai al sito della Cooperativa Battellieri del porto di Genova per i dettagli sulel gite di whalewatching

Gli operatori del WWF e i 150 turisti a bordo della motonave, dopo una giornata di avvistamenti di delfini, stenelle, globicefali, si sono trovato davanti ad una brutta sorpresa: il grosso animale galleggiava inerte, probabilmente morto in seguito alla collisione con una nave dato che un esemplare così giovane non può essere morto di vecchiaia.

“La Balenottera comune e il Capodoglio, i due veri giganti del nostro mare, sono purtroppo le specie maggiormente minacciate dall’intenso traffico marittimo nel Mediterraneo – ha dichiarato Massimiliano Rocco, responsabile Programma Specie del WWF Italia - E’ un messaggio che suona come un appello lanciato dai grandi mammiferi marini ai delegati di tutto il mondo riuniti qui a Sorrento.
(nella foto la balenottera comune trovata nel mar ligure - foto Carlo Baracchini/Coop.battellieri/WWF)

Per fortuna, a fianco di una cattiva notizia ne arriva un’altra positiva: l’IWC oggi ha votato all’unanimità per una risoluzione a favore di una delle specie maggiormente minacciate nel mondo, la Balena grigia del Pacifico occidentale, della quale restano meno di 100 esemplari di cui solo 23 femmine in grado di riprodursi. Si tratta di una risoluzione, presentata da Gran Bretagna, Sudafrica, Belgio e Germania, che invita tutti gli stati a difendere questa specie e che il WWF spera possa servire come pressione per contrastare le minacce che ancora incombono su questa specie, come il progetto petrolifero della Royal Dutch Shell che prevede la costruzione di una piattaforma di perforazione e di un oleodotto sottomarino vicino all’isola di Sakhalin nell’Estremo Oriente russo, ancora in attesa di una decisione definitiva.

La stessa Commissione Baleniera Internazionale (IWC) ha, infatti, approvato un rapporto secondo il quale il progetto di Sakhalin è una minaccia per la popolazione occidentale di Balena grigia.

Sue Lieberman, Direttrice del Programma Specie del WWF Internazionale, ha dichiarato: “E’ un richiamo alla Shell perché presti la dovuta attenzione alle balene ogni qualvolta progetta grandi piani di sfruttamento petrolifero. La possibilità di un catastrofico sversamento di petrolio è un rischio inaccettabile per questa popolazione di cetacei a un passo dall’estinzione”.

Un altro dei temi su cui i conservazionisti puntano l’attenzione è quello che riguarda l’implementazione dell’RMS (Revised Management Scheme). Le proposte del gruppo di lavoro che si occupa dello sviluppo della Revisione dello Schema di Gestione all’interno dell’IWC dovrebbero, secondo il WWF, essere modificate attraverso un processo più trasparente e aperto al contributo di tutti i Commissari dell’IWC. Il documento reso pubblico ieri è inaccettabile perché omette una serie di misure di conservazione che sono invece essenziali per la realizzazione di un RMS rigoroso. Ecco gli elementi più gravi dal punto di vista della conservazione: il nuovo RMS applicherebbe meccanismi di verifica inadeguati, darebbe minore importanza al monitoraggio genetico, non prevederebbe alcuna spesa per l’RMS a carico dei balenieri, suggerisce una revoca automatica della Moratoria sulla caccia commerciale alle balene non appena si approva l’RMS, e assume falsamente che il bando al commercio internazionale costituisca una violazione alle norme del WTO.

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giovedì, luglio 22, 2004

BOCCIATI A SORRENTO I SANTUARI DI PROTEZIONE DELLE BALENE

Sorrento, 21 luglio 2004 - Nella terza giornata dei lavori della riunione annuale della Commissione Baleniera Internazionale (Iwc), in corso a Sorrento, si è votato sui Santuari di protezione dei cetacei. La proposta di Australia e Nuova Zelanda di ampliare la rete di aree marine protette attualmente esistenti tramite la creazione di un Santuario nel Pacifico meridionale non è passata per la mancanza della maggioranza qualificata dei tre quarti richiesta per questa votazione. La maggioranza semplice ottenuta in questo voto si è riproposta anche per la risoluzione del Brasile e dell'Argentina per l'istituzione di un santuario nell'Atlantico meridionale, dove il whale-watching è una realtà in forte crescita.

"E' grave l'atteggiamento di quegli stati che continuano ad opporsi all'istituzione di nuove aree protette per i cetacei. La fase di stallo che si è determinata all'interno della Commissione mina la possibilità di progressi significativi per la tutela delle balene anche nel corso delle prossime votazioni. Siamo soddisfatti, invece, che il tentativo del Giappone di rimettere in discussione il Santuario antartico, dove si concentra un gran numero di cetacei. sia stato arginato dal compatto fronte conservazionista" commenta Emanuela Marinelli, campagna balene di Greenpeace.

Secondo Greenpeace l'unica novità tangibile di questa riunione è purtroppo un passo indietro per le balene: il RMS (Revised Management Scheme), piano di gestione delle quote di caccia, proposto da Danimarca, Islanda, Giappone, Olanda, Spagna, Svezia ed Usa, potrebbe portare ad una riapertura della caccia commerciale alle balene.

"Nessun accordo finale è stato raggiunto su questo punto, che sarà discusso più a fondo l'anno prossimo. E' grave però che un piano così importante sia stato deciso a porte chiuse. La Iwc deve continuare a lavorare in maniera trasparente, come chiedono milioni di persone nel mondo che si oppongono alla caccia" ha concluso Marinelli.

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giovedì, luglio 22, 2004
BALENE, PROROGA 10 ANNI SANTUARIO OCEANO MERIDIONALE
A Sorrento un ulteriore passo avanti per la tutela dei cetacei. Respinta la proposta del Giappone di eliminare il santuario per la tutela dei cetacei dell'Oceano Australe, estendendo la validita' del santuario fino al 2014

"Tail Glide" © AlaskaStock.com

21 luglio 2004 - La terza giornata di lavori della Commissione Baleniera Internazionale (Iwc) riunitasi a Sorrento segna un altro passo avanti per la tutela dei cetacei. Ha infatti ottenuto una proroga di ulteriori dieci anni l'attività del "Southern Ocean Whale Sanctuary (Sos)", fondato nel 1994 nell'oceano meridionale. Nella votazione conclusasi stamani il piu' importante centro scientifico Sos dell'emisfero australe ha ottenuto il voto favorevole di 30 paesi, 19 contrari e due astenuti. Gli studi dell'istituzione scientifica hanno quindi ottenuto una proroga fino al 2014 quando si procedera' alla verifica del ventennio di attività di studio e alla revisione delle aree dove e' consentita la caccia alle balene. Oggi, nella discussione plenaria, e' stato riconosciuto, anche per merito dell'attivita' di valorizzazione del Sos da parte della delegazione italiana, il valore fondamentale del Southern Ocean Whale Sanctuary per le ricerche sulla conservazione delle balene azzurra e grigia e per l'avvio di attività economiche alternative come il turismo del whale-watching. E' improbabile invece l'approvazione degli altri due santuari il South Pacific Whale Sanctuary e il South Atlantic Whale Sanctuary - proposti nella votazione del pomeriggio a causa del sistema di voto adottato in ambito Iwc. Serve infatti la maggioranza qualificata, con i tre quarti di consensi per i quali si nutrono poche speranze con schieramenti delle nazioni così fluidi, per l'approvazione dei due nuovi santuari proposti rispettivamente da Australia e Nuova Zelanda e da Brasile e Argentina. Quello che e' invece tangibile è il crescente consenso internazionale rispetto alla istituzione dei santuari, per il quale viene riconosciuto come ''determinante il forte supporto della delegazione italiana”. “La proposta di nuovi santuari ricorda il Wwf Italia - aveva gia' ottenuto lo scorso anno una maggioranza dei voti con 24 sì e 19 no. Sarà difficile ottenere stasera i numeri per la maggioranza qualificata anche se la proroga fino al 2014 del Southern Ocean Whale Sanctuary e' una bella vittoria sottolinea il responsabile programma Specie Massimiliano Rocco che, se non sarà un preludio all'approvazione dei nuovi due centri nel sud Pacifico e Atlantico, dimostra che lo sviluppo delle attività dei santuari delle balene sia la giusta strada per la conservazione dei mammiferi marini, un pilastro dunque per la salvaguardia dei cetacei”.

www.animalieanimali.it


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