giovedì, settembre 30, 2004

INDONESIA: IL PESCE NAPOLEONE ''IN DRAMMATICO DECLINO''
Iniziativa di Greenpeace

28 settembre 2004 - Il pesce Napoleone, imperatore incontrastato delle barriere coralline del Pacifico, e' in ''drammatico declino'' nelle isole indonesiane, a causa della pesca illegale. Lo ha detto oggi Greenpeace, l'organizzazione di difesa dell'ambiente.
I pesci Napoleone spesso vengono venduti direttamente a navi provenienti da Honk Kong, che aggirano la legislazione in vigore inviandoli dritti sulle tavole dei ristoranti.
Greenpeace ha spedito a Bali la sua nave piu' importante, il ''Rainbow warrior'', per una conferenza stampa sul pesce minacciato, organizzata in collaborazione con un'altra organizzazione di difesa dell'ambiente, Telapak.
''Restano solo 320 mila pesci Napoleone in Indonesia, cioe' solamente tre o quattro per chilometro quadrato'', ha dichiarato Imran Amin, di Telapak.
Le due organizzazioni ambientaliste domandano che il pesce Napoleone sia inserito nel settore della commercializzazione controllata, riservato alle specie minacciate, previsto dalla 'Convenzione internazionale sul commercio delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione' (Cites). La Cites si riunira' all'inizio di ottobre a Bangkok e in quell'occasione il pesce Napoleone potrebbe essere incluso nella lista.
Un certo numero di specie marine non sono ancora sufficientemente protette dalla Cites: lo sostiene anche l'Unione europea, che spinge affinche' il commercio del pesce Napoleone sia limitato.
Il pesce Napoleone e' un vero fossile vivente, con una dentatura innocua ma impressionante, vive tra rocce e barriere coralline e puo' arrivare a misurare un metro e mezzo e a pesare 150 chili.
La Cites, o Convenzione di Washington, firmata nel 1973, e' uno strumento di regolamentazione commerciale che divide i vari animali e vegetali in tre diverse categorie, tenendo conto di quanto la loro vendita potrebbe pesare sulla sopravvivenza della specie.

Ansa-Afp









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giovedì, settembre 30, 2004
"Introduction, Bottlenose Dolphin" © Tom Brakefield
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mercoledì, settembre 29, 2004

“Curious pals: Fungie the dolphin and Jack the terrier jump into ecstasy when they meet in Dingle Bay. A yapping Jack is restrained from bounding out of owner John Doyle’s boat. Fungie sometimes responds to Jack by leaping over the bow. Since he was first seen in 1984, the dolphin has attracted swarms of human admirers and has become a living symbol for those seeking to raise Ireland’s environmental awareness.”

—From “Ireland on Fast-Forward,” September 1994, National Geographic magazine

photo by Sam Abell



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mercoledì, settembre 29, 2004

Off Kaikoura Peninsula, South Island, New Zealand  - photo by Maria Stenzel

Whale-watching tours operate off the Kaikoura Peninsula. These are attractive waters for cetaceans because of the bounty of prey found in the Kaikoura Canyon.

Tour operators are able to identify one of the sperm whales that frequents the canyon because of its extensive scarring from skirmishes with its prey, the giant squid.

(Photograph shot on assignment for, but not published in, "Deep Mysteries of Kaikoura Canyon," June 1998, National Geographic magazine)





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sabato, settembre 25, 2004

Il Mare

In eterno sussurra intorno a lidi solitari,
e con l'ansito possente dieci e dieci migliaia di caverne sazia,
finché di Ecate (dea della luna) l'incanto
lascia in lor loro antico oscuro rombo.
Spesso così soave lo ritrovi,
che appena la più piccola conchiglia
viene smossa per giorni di là dove
cadde una volta all'ultima nel cielo furia di vènti.
Oh voi! Voi che le pupille avete afflitte e stanche,
fate loro pascolo della vastità del mare;
voi cui stordì gli orecchi aspro frastuono
o déste loro troppo nutrimento di sazievole musica,
sedete di un'antica caverna sulla soglia in voi raccolti
e balzerete come ninfe udendo del mar cantare in coro.

John Keats














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venerdì, settembre 24, 2004
LA PESCA NEI PORTI NON E’ LIBERA
di G. Felicetti
Lo prevede il Codice della Navigazione. Invece, soprattutto d’estate, in tanti si scoprono novelli pescatori senza permesso. E chi deve controllare non lo fa sempre.
 
23 settembre 2004 - A tutti coloro che per vacanza anche questa estate hanno avuto la fortuna di frequentare una località marina, sarà capitato – come sempre – di vedere nugoli di pescatori-provetti alla presa con lenza ed ami nei porti. All’imbarco lasciato libero dal traghetto di turno, fra yacht e barche a vela, talvolta sotto il solleone che meriterebbe un bagno senza dar fastidio a nessuno, a prescindere dalla salubrità delle acque ferme delle zone di attracco, persone di ogni età ed anche bambini passano ore ed ore in attesa di uccidere un pesce. Una “passione” dice qualcuno, insana aggiungo io.
Ciò che è importante sapere è che l’articolo 1168 del Codice della Navigazione, ovvero del regio decreto n. 327 del 1942, sanziona con l’ammenda fino alle vecchie centomila lire ”chiunque, senza l'autorizzazione dell' autorità competente, esercita la pesca nei porti e nelle altre località di sosta o di transito della nave”. Se vi è la previsione di tale infrazione nell’annuale Ordinanza della Capitaneria di Porto (numero unico nazionale di telefono 1530) allora si può richiamare l’articolo 1164 del Codice che prevede una sanzione amministrativa per due milioni delle vecchie lire per "chiunque non osserva una disposizione di legge o regolamento, ovvero un provvedimento legalmente dato dall’autorità competente relativamente all’uso del demanio marittimo o delle zone portuali".
La prossima volta che vedrete un tendi-trappole in un porto, ora sapete a cosa appellarvi. Ed all’autorità portuale può essere chiesto di non rilasciare permessi. Anche se solo un pesce avrete salvato, quello vi ringrazierà. A vita.
 



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lunedì, settembre 20, 2004

«Il delfino Filippo è stato assassinato»

Vi scrivo a proposito del povero delfino Filippo, trovato agonizzante nel porto di Manfredonia, in Puglia, dove stazionava. Si è detto ch’è stato accidentalmente ucciso dall’elica di un'imbarcazione, ma non è andata così. Filippo aveva preferito la compagnia dell'uomo a quella dei suoi simili; aveva anche salvato un ragazzo caduto in mare e che non sapeva nuotare, era insomma un eroe nazionale. Gli esperti che lo conoscevano dicono che era bravissimo nello schivare reti e imbarcazioni, che nuotava velocissimo a un centimetro da un'elica. Se ne desume che Filippo sia stato intenzionalmente fiocinato (e forse precedentemente narcotizzato) da pescatori, infastiditi dal fatto che lui andasse a mangiare nelle loro reti.
C'è un precedente: un altro delfino fu già ucciso (tre colpi di pistola) qualche anno fa, forse scambiato per Filippo cui si accompagnava. Da allora vigeva uno stato di allerta e si è anche cercato di dirottare Filippo in un acquario (senza risultato).
Anche l'autopsia di Filippo parla chiaro: si è considerata l'ipotesi di una morte provocata intenzionalmente, poiché presentava uno squarcio su ambedue i lati del ventre, con rotture bilaterali delle costole, che gli hanno provocato lesioni polmonari e conseguente arresto cardiaco. Si doveva anche effettuare un decisivo esame tossicologico (il delfino, in altre parole, non sarebbe stato lì tranquillo a farsi infiocinare, se non narcotizzato prima), i cui risultati non mi pare siano stati però resi noti. Il sindaco cercherebbe di celare il fatto e di non alzare un polverone perchè non sarebbe decoroso per l'immagine di Manfredonia. Inoltre Filippo rappresentava un'attrazione turistica, che si vorrebbe ora perpetuare con un terzo delfino, Andrea, che da un po’ si aggira nella zona, e che potrebbe, in futuro, finire allo stesso modo dei suoi predecessori.
Queste e altre notizie si leggono nei link, dove si parla più liberamente. Ottimo anche il link animalieanimali.it. su cui si deve fare ricerca sotto il nome Filippo. Ho trovato anche l'articolo con foto e dati del ragazzo salvato quattro anni fa dal delfino. E infine un link relativo a una vicenda precedentemente accaduta in Italia, dove un esperto parla chiaramente del problema delfini-pescatori. Del caso si occupando la Capitaneria di porto di Manfredonia che ha segnalato il tutto alla magistratura, non potendo escludersi l'ipotesi di reato per maltrattamento di animali.
Tristissima e agghiacciante vicenda, questa, che non dovrebbe finire nel dimenticato o, peggio, venir celata. Filippo è stato barbaramente fatto a pezzi ed è morto con una lenta agonia. Questo è stato l'alto prezzo pagato per la sua scelta di stare vicino all'uomo. Credo che sia giusto gettare luce su questo orribile crimine, lo dobbiamo a un eroe come Filippo che mi auguro possa rimanere a lungo nel cuore di tanti italiani, altro purtroppo non si può più fare per lui.
Gemma Astori

«Ehi, capitano mio, / siamo accerchiati da cento barche, / arpioni, armi e cento barche, / fuggi via tu che sei veloce. / Mi hanno solo ferito, sopravviverò. / Sai che c’è / non ce ne frega niente, / la vita / è morire cento volte. / Siamo delfini, / giochiamo con la sorte». Sono versi di una canzone poca nota di Domenico Modugno, un artista che sperimentò la solitudine e l’accerchiamento. Filippo il delfino conosceva meno la natura umana, non giocava neppure quando faceva salti, era serissimo e voleva bene a tutti. Nel 2000 aveva salvato Davide Cece, 14 anni, ch’era caduto dalla barca e stava per affogare: lo spinse prima verso l’aria e poi fino al bordo della imbarcazione. Filippo aveva forse trent’anni, era lungo quasi tre metri pieni di cicatrici, pesava 280 chili. Gli piaceva farsi carezzare sulla pancia.
L’hanno trovato morto alle 10.30 del 6 agosto a circa un miglio dal Molo di Levante del porto vecchio di Manfredonia. In quelle acque era arrivato forse per voglia di libertà, forse perché abbandonato dal branco. Il sub che lo scoprì per primo - si era sentito toccare con amicizia, il 10 settembre 1997 - lo chiamò Black; poco dopo si stabilì nel porto e diventò per tutti Filippo, forse da Flipper, il delfino protagonista di una serie televisiva. Fu molto amato dai bambini perché era affettuoso, anche se continuò ad avere una certa timida ritrosia. Un giorno si fece un’amica, una bella femmina, ma la perse il 12 dicembre 1998: le spararono tre colpi di armi da fuoco, finì sballottata dalle onde su una spiaggia. Chi fu l’assassino non si è mai saputo.
Anche Filippo è stato ammazzato, dice la signora Gemma. Anche dal suo corpo sono stati estratti pallini da caccia, ma erano entrati quattro anni fa. La natura delle lesioni tende a escludere la tesi dell’impatto casuale con un’elica o uno speronamento. Sembra escluderlo anche l’abilità di Filippo nell’evitare affilate minacce. Allora chi è stato? Non un pesce, un uomo. Ed è stato un delitto atroce, ed è bene pretendere giustizia. Questa rubrica resta aperta a ogni novità sul caso di un delfino dal grande cuore.

PIETRO GARGANO

http://ilmattino.caltanet.it/








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domenica, settembre 19, 2004
Matan con explosivos y redes a ejemplares marinos en México
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En las costas mexicanas, a pesar de los tratados y convenios internacionales, siguen utilizándose explosivos y redes gigantescas para pescar, que matan sistemáticamente a tortugas, delfines y vaquitas marinas, denunció El Fondo Internacional para la Protección de los Animales y su Hábitat (IFAW).
En zonas de Guerrero, Campeche, Oaxaca y Sonora los pescadores lanzan explosivos al mar para que los pescados salgan a la superficie y capturarlos facilmente, detalló a Crónica Beatriz Bujeda, directora del IFAW para América Latina y el Caribe.
Luis Fueyo Mac Donald, titular de Inspección de los Recursos Marinos y Ecosistemas Costeros de la Profepa, reconoce que la falta de ordenamiento legal, para la pesca comercial, provoca que la captura “incidental” de especies en peligro de extinción al amparo de permisos y concesiones, no sea una actividad ilegal.
Incluso, afirma que se tienen registradas 145 playas de anidación de la tortuga marina en todo el país, pero no en todas existe vigilancia permanente, sólo en las más conflictivas.
Mientras ue en 1987 se registraban cinco mil nidos de tortuga Laud en las costas mexicanas, en el 2003 sólo hubo 330, la veinteava parte, por ejemplo. “Han sido exterminadas en las redes de pesca y por su venta indiscriminada en todo el país”, apuntó Bujeda.
En el caso de las vaquitas marinas, de diciembre del 2003 a mayo del 2004, se reportó la muerte de seis ejemplares en redes de pesca, entre ellas, una madre y su cría, lo que agudiza la situación de esta especie que está en peligro de extinción, al quedar una población de 600 ejemplares.
“A los pescadores no les interesa que cerca de ahí haya ballenas, tortugas o delfines, lanzan sus redes y sus explosivos”, explicó Bujeda y advirtió que las ondas expansivas de los explosivos dañan el sistema auditivo de estos animales marinos provocando que se desorienten y lleguen a vararse en las playas.
“Debemos hacer algo urgente para evitar que sigan muriendo accidentalmente estas especies. Sería una tragedia que nuestro país lo permitiera, pues aquí viven siete de las ocho especies de tortugas existentes en el planeta”, apuntó la representante de la IFAW.
La vaquita marina, dijo, es endémica de México y si se extingue las autoridades ambientales quedarán en una posición “vergonzosa ante el mundo”.
Apuntó que en numerosos países de África y Asia, los pescadores utilizan explosivos para su labor, pero en los últimos años se ha elevado su uso en mares de América Central y América del Sur.
La Profepa reconoció que la falta de un ordenamiento legal que especifique claramente qué métodos deben ser prohibidos para la pesca comercial, ocasiona el uso de mallas gigantescas, líneas con cientos o miles de anzuelos conocidas como palangres, y hasta explosivos o sustancias tóxicas.
De este modo, los pescadores van en busca de ejemplares autorizados, pero como trabajan en áreas donde viven mamíferos o quelonios, existe una alta probabilidad de que caigan atrapados.
“Es decir, el daño se genera por la falta de compatibilidad entre la pesca comercial y la protección a especies en peligro de extinción; como no hay regulación, no hay delito qué perseguir, porque ellos argumentan que fue incidental y que están trabajando en zonas permitidas con artes de pesca permitidas”, dijo Luis Fueyo Mac.
Explicó que la ilegalidad empieza en el momento que capturan un producto prohibido y lo comercializan en el mercado negro, lo cual investiga y combate la Procuraduría Federal de Protección al Ambiente en todo el país.
Luis Fueyo Mac Donald consideró que en el caso de los explosivos, resulta indispensable excluirlos total y absolutamente de los métodos de pesca.

* Registros
Mientras que en 1987, el gobierno mexicano registraba cinco mil nidos de tortuga Laud en el país, en 2003 reportó sólo 330, la veinteava parte.

* Endémicas
En México se encuentran siete de las ocho especies de tortuga marina que hay en el mundo, mismas que en teoría gozan de la protección del gobierno que en 1990 decretó la veda total de todas las especies y subespecies del territorio mexicano.

* Riesgo
Según la Profepa, hay 145 playas donde las tortugas marinas anidan y depositan sus huevos, de estas 22 son de altísimo riesgo, porque están en poder de los hueveros y los pescadores depredadores y las autoridades ni siquiera se atreven a entrar en dichas playas.

* Laúd
La tortuga laúd o garapacho, que llega a medir más de dos metros, es una especie en riesgo extremo de extinción y que está incluida en el apéndice 2 de la Convención Internacional para el Tratado de Especies en Peligro de Extinción (CITES).

* Cifras
Desde 1997 a la fecha se ha reducido en gran número la cifra de vaquitas marinas. Se calcula que quedan menos de 600 ejemplares en el Golfo de California, reportó el Fondo Mundial para la Naturaleza.

 Mariana Viayra Ramírez

http://www.cronica.com.mx






























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sabato, settembre 18, 2004
BAGNOLI, INAUGURATO IL “TURTLE POINT”
Nell’ex area Italsider c’è ora un centro di aiuto pubblico per le tartarughe marine.

14 settembre 2004 - E' operativo a Napoli il primo centro pubblico italiano dedicato esclusivamente alla riabilitazione delle tartarughe marine. Il 'Turtle point', realizzato su una superficie di 600 metri quadrati a Bagnoli, nell' area dell' ex Italsider e' stato inaugurato oggi ed e' stato realizzato dalla stazione zoologica 'Anton Dohrn' di Napoli.
Il 'Turtle point', oltre ad ospitare le tartarughe curate nel Rescue center di Napoli che hanno bisogno di un periodo di convalescenza prima di essere rimesse in liberta', sara' anche la sede di divulgazione e di informazione didattica per la salvaguardia delle tartarughe marine nel Mediterraneo.
L'inaugurazione del centro - promosso dalla societa' di riqualificazione urbana Bagnolifutura e dalla stazione zoologica di Napoli - ha coinciso con il ritorno in mare di Alida, Cappellino e Lily, tre tartarughe marine del tipo 'caretta caretta' che, conclusa la loro convalescenza, hanno riguadagnato le acque del golfo di Napoli con un particolare apparecchio per il monitoraggio satellitare del costo di 5 mila euro ciascuno, applicato sul loro ''guscio'' per individuare e studiare le rotte, le temperature e le profondità marine.
Senzaparole, trovata a Gallipoli il 13 settembre 2001 impigliata in una rete e con un amo conficcato in gola, invece dovrà ancora soggiornare in una delle 23 vasche del Turtle Point, come anche Iuta, rimasta imbrigliata in un sacco, Carapacerotto che, travolta da un'imbarcazione nel 2003, riporto' la frattura della carapace, e Pupetta che non vede da un occhio.
All' inaugurazione del Turtle point erano presenti, tra gli altri, il presidente di Bagnoli Futura, Sabatino Santangelo, il presidente della Stazione Zoologica 'Anton Dohrn' Giorgio Bernardi, la curatrice dell'acquario Flegra Bentivegna, la vice presidente di Bagnolifutura Grazia Francescato, il presidente della Provincia di Napoli Dino Di Palma, l' assessore al Mare della Provincia di Napoli, Antonella Basilico.
''Da oggi, con l'inaugurazione di questo nuovo centro - ha spiegato il presidente della Stazione Zoologica 'Anton Dohrn' Giorgio Bernardi, con la curatrice dell'acquario Flegra Bentivegna - le tartarughe curate nel Rescue Center di Napoli, che necessitano di un idoneo periodo di convalescenza per guarire definitivamente ed essere rimesse in libertà potranno essere trasferite qui. Negli ultimi anni il numero degli animali ricoverati e curati nell'acquario della stazione zoologica e' aumentato a dismisura perchè non arrivano solo esemplari trovati feriti in primavera ed estate ma anche quelli che in inverno rimangono assiderati lungo le coste del Sud Italia''.

Ansa







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sabato, settembre 18, 2004

GALAPAGOS: STOP A TURISTI PER SCIOPERO GUARDIE
Minacciata sospensione controlli in riserve marine

17 settembre 2004 - La protesta di 300 guardie ambientali operanti nell'arcipelago delle Galapagos, iniziata da sei giorni, si e' ulteriormente inasprita dopo la decisione di chiudere i centri turistici del Parco nazionale e la minaccia di sospendere i controlli nelle riserve marine.
Edgar Munoz, portavoce delle guardie in sciopero, ha accusato il ministro dell'ambiente dell'Ecuador, Fabian Valdivieso, di ”non essere interessato alle sorti dell'arcipelago, eludendo il dialogo con i lavoratori del Parco”.
Lo sciopero è iniziato venerdì scorso, dopo la sostituzione del direttore del Parco Edwin Naula con Fausto Cepeda, ex consulente del governo di Quito, che durante l'ultimo sciopero dei pescatori era intervenuto in loro favore per un aumento dei permessi di pesca nelle acque delle Galapagos.
''Abbiamo deciso di irrigidire la nostra posizione perchè vogliamo un incontro con le autorità”, ha aggiunto Munoz dopo aver fatto sapere che da giorni sta inutilmente chiedendo di poter parlare della crisi con i rappresentanti del governo.
l momento sono stati chiusi ai turisti i centri di orientamento sulle Isole di San Cristobal, Santa Cruz e Floreana, e quelli di allevamento delle tartarughe giganti e delle iguana terrestri sulle isole di Isabela e Santa Cruz.
Le guardie ambientali, inoltre, hanno minacciato di sospendere la riscossione dell'imposta ai turisti (82 euro per ogni straniero) che atterrano negli aeroporti dell'arcipelago.
Si chiede inoltre al governo di garantire la stabilità istituzionale (con Cepeda, infatti, è salito a otto il numero dei funzionari che si sono sostituiti alla direzione del Parco nell'ultimo anno), il rinnovo del contratto, l'aumento del personale amministrativo, e la definitiva rinuncia ad ogni ingerenza politica.
Le tensioni avranno sicuramente ripercussioni sul flusso turistico di cui e' oggetto la riserva naturale. Le severe regole del Parco, infatti, impongono che nessun turista possa muoversi nelle 19 isole (13 principali e sei minori) che formano le Galapagos senza essere accompagnato dalle guardie ambientali.
E sono più di 60.000 i visitatori che ogni anno raggiungono Puerto Ayora, la principale città dell'arcipelago situata sull'isola centrale di Santa Cruz.
Le Galapagos, che si estendono nell'Oceano Pacifico per una superficie totale di 50.000 km quadrati a una distanza di circa 1.000 chilometri dall'Ecuador, possiedono un ecosistema unico al mondo.
In proposito il direttore generale dell'Unesco Koichiro Matsuura, ha ricordato di recente che ”sono un santuario naturale unico ospitante piante ed animali che non si trovano in alcuna altra parte del pianeta'' e che esse ''hanno avuto un ruolo decisivo nelle ricerche di Charles Darwin''. Per questo, dopo essere state costituite in Parco nazionale nel 1959, nel 1978 furono dichiarate dall'Unesco “Patrimonio dell'umanità”.

www.animalieanimali.it












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giovedì, settembre 16, 2004

Gli acquari sono come gabbie

di Licia Colò
 
Andando dal dentista mi sono spesso, durante l'attesa, soffermata a guardare il grande acquario che copriva, quasi interamente la parete di fronte ai divani.
I colori delle varie specie, le loro movenze aggraziate. Il loro nascondersi fra la piccola vegetazione acquatica, il loro uscire dalle rocce, poste a mo di barriera corallina, attiravano la mia attenzione tanto da riportarmi in posti lontani. Oppure vuotavano completamente la mia testa dai vari pensieri e mi lasciavano a perdermi dietro a fantasticherie senza storia.

Indubbiamente il grande acquario era quanto di meglio si potesse sperare per sopportare serenamente i lunghi interminabili momenti dell'attesa.
Anche gli altri pazienti si dimenticavano di parlare immersi in quella osservazione.
Poi, proprio l'idea dei paesi lontani, dei fiumi e dei laghi mi hanno richiamata alla realtà.
Perché, io che non sopporto di vedere gli animali in gabbia non considero che anche gli acquari sono una gabbia, elegante, perfettamente accessoriata ma pur sempre una gabbia.
I pesci, forse proprio perché la loro vita è tanto lontana da noi, non ci fanno subito lo stesso effetto degli altri animali.
Li osserviamo con interesse, dubbiosi, non li possiamo accarezzare o creare storie umanizzate. Ma poi sono giunte le prime storie sui delfini, sulle orche che però sono dei mammiferi.
Ed oggi la gente gira il mondo proprio per poter andare a nuotare con loro. Attorno a questa forma di turismo si è creato un grosso giro economico.
E' dell'anno scorso che in uno spettacolo televisivo hanno realizzato il sogno di una bambina " poter andare a nuotare con i delfini."
Il delfino Filippo è entrato nelle nostre case attraverso la televisione ed ecco che sono sorti i primi delfinari...
La nostra necessità di toccare, di possedere, accarezzare viene prima di ogni altra cosa.
Perché non accontentarsi di osservare da lontano, in punta di piedi, senza disturbare. Oggi ci sono dei filmati fantastici sulla meraviglia degli abitanti delle barriere coralline. Non potremmo accontentarci di uno schermo e di una bella musica?!

 http://liciacolo.blog.tiscali.it














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mercoledì, settembre 15, 2004

QUANDO NEMO E’ UN KILLER: TROPPI PESCI LIBERATI DAGLI ACQUARI

Trovati pericolosi predatori, come il "pesce leone" in aree dove non avrebbero dovuto essere. I danni all'ecosistema.
 
30 luglio 2004 - Lo chiamano effetto "Nemo"; migliaia di bambini, dopo aver visto il film che racconta la fuga da un acquario di un piccolo pesce pagliaccio, hanno liberato in mare i loro silenziosi amici. Ma questa non sembra proprio una buona idea. La gran parte dei pesci liberati non sopravvive infatti più di qualche ora fuori dall'ambiente protetto dell'acquario e i pochi che ce la fanno rischiano di creare gravi danni ai delicati ambienti costieri.
Proprio dagli acquari sembrano infatti provenire alcuni pesci ritrovati recentemente nelle coste del Nord America, che gli esperti ritengono in grado di devastare i naturali ecosistemi marini predando le specie locali o trasmettendo agenti patogeni sconosciuti nell'area. Il caso più famoso è quello dello Pterois volitans, il pesce leone, splendido pesce adorato dagli acquariofili per i suoi splendidi colori ed in particolare per le spine dorsali. Spine che sembrano psichedeliche vele, ma sono in realtà raggi spinosi in grado di iniettare un potente veleno, che rende la puntura di questo pesce, originario delle barriere coralline del Pacifico e del Mar Rosso, dolorosissima.
Inoltre, il Pesce leone è un implacabile predatore di pesci, gamberi e granchi, e per questo le preoccupazioni degli esperti americani sono ancora maggiori, dato che i predatori spostati dall'uomo in ecosistemi a loro estranei hanno in passato avuto impatti devastanti sulle specie locali.
Finora non era mai stato possibile provare che queste presenze aliene fossero dovute a fuga dagli acquari (e non, per esempio, al trasporto accidentale nei serbatoi delle navi da carico). Ma recentemente i ricercatori dell'Università di Washington, analizzando i dati di oltre 49 mila immersioni fatte dai volontari della Reef Environmental Education Foundation, hanno dimostrato che proprio dagli acquari provengono i nuovi arrivi. Il pesce leone non è infatti il solo "evaso"; sono ben 16 specie tropicali in 32 diverse località dei caldi mari della Florida e degli stati del Sud Est degli Stati Uniti. Tutte specie provenienti dal Pacifico occidentale, dall'Oceano Indiano o dal Mar Rosso.
Insomma, oltre ai danni dovuti alla cattura in natura di pesci marini per rifornire gli acquari (oltre 20 milioni di individui, appartenenti a 1471 specie, catturati ogni anno nei mari tropicali; per un giro d'affari di 245 milioni di euro in costante e rapida crescita), esiste anche questo pericolo, meno conosciuto, legato al commercio dei pesci ornamentali.
E il rischio legato alle fughe non riguarda solo i pesci. Proprio da un acquario (questa volta quello del Museo Oceanografico di Monaco e non del salotto di qualche sprovveduto hobbista) proviene la Caulerpa taxifolia, l'alga killer rinvenuta per la prima volta nel 1984 nel principato (davanti al famoso museo creato dal comandante Cousteau) e che da allora si è espansa a tutto il Mediterraneo, distruggendo le delicate praterie di posidonia e provocando una vera e propria catastrofe ecologica nei nostri mari.
Per correre ai ripari è essenziale collaborare con il mondo degli acquari. In nord America, proprio in seguito ai risultati della ricerca dell'Università di Washington e del Reef Environmental Education Foundation, è stato creato un gruppo di lavoro con ricercatori ed esponenti delle potenti associazioni dei commercianti di pesci ornamentali. Obiettivo: mettere rapidamente a punto linee guida per evitare ulteriori fughe.
Un esempio di come intervenire viene dalla Gran Bretagna, dove l'Ornamental Aquatic Trade Association ha realizzato una campagna d'informazione che avverte chi compra pesci d'acquario dei rischi legati al rilascio in natura, e offre alcune facili soluzioni per chi, partendo per le vacanze, non sa cosa fare dei propri pennuti ospiti; riportarli al negozio, donarli a scuole o ad altre istituzioni. E, quando proprio non esistono alternative, l'associazione suggerisce di mettere il pesce in freezer; le basse temperature sono infatti un anestetico naturale per i pesci si addormentano senza sofferenze. Meglio sacrificare un individuo che mettere a repentaglio i delicati equilibri naturali. 

da
Repubblica.it










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