Ocean Indigo
Ci sono anime che hanno cieli azzurri e vibrazioni indaco nel cuore...
là, dove cantano le megattere ai confini del mare.


martedì, novembre 30, 2004, 10:06

Italia in Comitato Scientifico per protezione internazionale dei cetacei

Roma 29-11-2004 - Quanti delfini e balene nuotano ancora nei mari? A quali nuovi pericoli stanno andando incontro?
Cosa si fa per monitorare le popolazioni superstiti e proteggere la loro esistenza? Sono soltanto alcune fra le numerose domande cui devono rispondere gli scienziati europei dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sull'Atlantico e sul Mar Nero e che hanno aderito a un accordo internazionale per la protezione dei cetacei, denominato Accobams. Anche l'Italia e' chiamata a fornire il suo contributo attraverso l'Icram, l'Istituto di ricerca marina del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio, presieduto da Folco Quilici, che ha nominato un suo rappresentante in seno al Comitato Scientifico durante una riunione dei Paesi aderenti tenutasi a Palma di Maiorca.
Si tratta del biologo marino Giancarlo Lauriano, romano, 42 anni che ha all'attivo numerose campagne sui cetacei, in Italia e all'estero fino in Antartide. Il Comitato Scientifico è composto da 12 'saggi' grandi esperti di cetacei, che hanno definito le linee di azione per il triennio 2005-2007 allo scopo di salvare delfini e balene, attraverso una serie di campagne scientifiche concordate.

fonte ANSA



scritto da camozzi
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martedì, novembre 30, 2004, 09:52
Delfini di fiume in pericolo
Un allarme dal WWF pakistano

Dal Wwf del Pakistan arriva un allarme: i delfini di fiume dell’Asia meridionale sono in grave rischio di estinzione.
Si tratta di animali ciechi e solitari, in contrasto con l’immagine di socievolezza dei delfini. Il loro movimento ha una caratteristica unica, nuotano girati su un fianco, anche se possono farlo pure nel modo tradizionale. Evoluti dai delfini marini, questi Platanistidi si sono adattati alle acque dolci, ora inquinate da pesticidi, fertilizzanti, rifiuti organici e industriali e altro ancora. Ne sono stati trovati, sempre in numero ridotto, nei fiumi dell’India, del Pakistan e del Bangladesh. La loro cecità è un adattamento alle condizioni ambientali; nei torbidi fiumi dove vivono la visibilità è ridotta a tre, quattro centimetri e così i loro occhi si sono ridotti a dimensioni minime, sembrano capocchie di spillo, capaci di captare appena la luce.
Nel delta dell’Indo, in Pakistan, nuota il delfino chiamato localmente «bhulan», la cui popolazione è stimata in 250-500 individui, e in quello del Gange, sia in Bangladesh sia in India, il «suso», di cui si contano circa 5000 esemplari. Entrambi sono classificati come in pericolo di estinzione dall’
IUCN (International Union for the Conservation of Nature). Oltre che dall’inquinamento delle acque, i rari delfini sono minacciati dalla caccia (ne viene usato il grasso per curare i dolori muscolari e delle ossa), dalla cattura, dal prosciugamento dei fiumi per l’irrigazione. Tutto ciò è provocato dalla veloce e incontrollata industrializzazione del Sud asiatico. Per salvare questi animali, commenta il Wwf pakistano, bisogna sensibilizzare le popolazioni locali, sia pescatori che agricoltori, attualmente poco scolarizzate e non consapevoli dell’importanza di conservare le specie selvatiche. Soltanto loro possono diventare davvero i difensori dei delfini di fiume.
Nel mondo esistono altre due specie di delfini d’acqua dolce, il «baiji» dello Yangtze e il «boto» amazzonico. Il cetaceo cinese è in grave crisi a causa dell’industrializzazione e della pesca e «presto sarà estinto», dice Gill Braulik, biologo marino che lavora con il Wwf del Pakistan. Se la passa meglio il delfino dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni, che, per ora, non è a rischio di estinzione. E non è nemmeno cieco.

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lunedì, novembre 29, 2004, 16:48

Australia. Strage di balene e delfini: "E' un mistero della natura

29/11/2004 - Le squadre di soccorso in una remota spiaggia di King Island, nello stretto di Bass che separa la Tasmania dal continente australiano, sono riusciti dopo due giorni di sforzi a guidare al largo, con l'aiuto di natanti della polizia, un numeroso branco di circa 50 balene e delfini arenatisi a 250 metri dalla riva.
Molti altri cetacei però, in tutto 55 balene e 25 delfini, non ce l'hanno fatta e ora giacciono morti presso la spiaggia.

Intanto i ranger e i volontari sono dovuti accorrere alla vicina Maria Island, dove circa altre 50 balene della stessa specie, balene pilota dalla pinna lunga o globicefali, restano intrappolate nell'acqua bassa.
Secondo un portavoce del ministero dell'Ambiente della Tasmania, Warwick Brennan, il successo delle operazioni di salvataggio dipenderà dalle condizioni degli animali e dalla profondità dell'acqua.

Zoologi della Tasmania hanno raggiunto oggi King Island per assistere all'autopsia degli animali e tentare di comprendere perchè si siano diretti verso la riva.
Brennan ha spiegato che non è inconsueto vedere insieme balene pilota e delfini poichè si alimentano dello stesso cibo.

Un anno fa in un episodio simile in una spiaggia remota nel sud-ovest della Tasmania morirono 110 animali delle due specie. "Perchè questo avvenga rimane uno dei grandi misteri della natura", ha detto. "Però esamineremo una serie di possibili fattori, come i locali modelli meteorologici".
Dopo lo spiaggiamento di massa di un anno fa, gli scienziati avevano ipotizzato la presenza di un predatore, probabilmente una balena killer, che avrebbe spinto gli animali verso la morte; oppure che nella ricerca di cibo essi si fossero avventurati troppo vicino alla riva.

qn.it
http://portale.lifegate.it






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lunedì, novembre 29, 2004, 08:16
Gli acquari danneggiano gli ecosistemi
La pesca sta riducendo le popolazioni dei pesci più belli e apprezzati

Il commercio dei pesci per gli acquari ha spesso impiegato metodi distruttivi e dannosi per le scogliere coralline, come l’uso del cianuro o addirittura della dinamite, che distruggevano gran parte dell’ecosistema. Oggi la tendenza è quella di usare metodi non distruttivi, come la pesca con reti a mano, e gli importatori di pesce affermano che in questo modo i pesci delle scogliere possono essere raccolti indefinitamente. Ma i ricercatori non sembrano essere d’accordo.
“La frase ‘metodi di pesca non distruttivi’, citata spesso dai commercianti di acquari, - affermano Niclas Kolm e Anders Berglund dell’
Università di Uppsala, in Svezia, sul numero di giugno della rivista “Conservation Biology” - può in realtà ingannare per quanto riguarda la conservazione dei pesci”.
Le scogliere coralline presentano la maggiore diversità di pesci di tutto il mondo e molte specie sono uniche e caratteristiche di particolari zone. Molto apprezzati per i colori vivaci, questi pesci sono catturati in centinaia di migliaia di esemplari l’anno. Se i metodi di pesca non distruttivi costituiscono comunque un passo avanti rispetto al cianuro o alla dinamite, non sono necessariamente benigni e si sa poco dei loro effetti sulle popolazioni dei pesci”.
Kolm e Berglund hanno studiato gli effetti sul pesce cardinale delle isole Banggai, lungo circa cinque centimetri e di colore argento con strisce nere. Molto popolare nel Nord America, in Giappone e in Europa, il pesce si trova solo nell’arcipelago indonesiano di Banggai, dove vive in gruppi vicino ai ricci di mare. I pescatori lo catturano mettendo i ricci nelle gabbie e attirando così i pesci. Ma i ricercatori hanno scoperto che la pesca ha ridotto progressivamente della metà la dimensione dei gruppi di pesci, passata in media da 11,5 a 5,7 pesci per gruppo.

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venerdì, novembre 26, 2004, 19:10

Le spine dei ricci di mare
Si formano a partire da materiale amorfo che si trasforma in cristallo in poche ore

Le spine del riccio di mare rappresentano un capolavoro di ingegneria: composte da un singolo cristallo, dalla base alla punta aguzza, ricrescono nel giro di pochi giorni dopo essere state spezzate. Ora un gruppo di ricercatori del Weizmann Institute of Science ha scoperto il loro segreto.
Anche se molti cristalli crescono a partire da atomi o molecole che si dissolvono in un liquido (zucchero e sale sono gli esempi più familiari), Lia Addadi e Steve Weiner hanno scoperto che i ricci di mare usano una differente strategia. Il materiale delle spine viene prima ammassato in una forma non cristallina, chiamata "carbonato di calcio amorfo" (CCA). Pacchetti di CCA fuoriescono dalle cellule che circondano la base della spina rotta e vengono spinti su fino all'estremità in crescita. Entro poche ore da quando arriva sul luogo, il materiale amorfo (composto da molecole disorganizzate ma densamente ammucchiate) si trasforma in cristalli di calcite, dove le molecole si allineano in una struttura ordinata.
Addadi, Weiner e colleghi hanno usato quattro metodi di ricerca differenti, fra cui due tipi di microscopia elettronica, per studiare il CCA mentre viene depositato e trasformato in cristallo. "Ci siamo chiesti - ha affermato Weiner - perché gli scienziati non erano mai riusciti ad osservare un processo che sembrerebbe molto semplice. In effetti, poiché il CCA è una fase transitoria, abbiamo dovuto sviluppare nuovi metodi per individuarlo prima che sparisse". Lo studio è stato descritto in un articolo pubblicato sul numero del 12 novembre 2004 della rivista "
Science".

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venerdì, novembre 26, 2004, 08:22

Prosegue il censimento della vita marina
Tracciata una mappa della distribuzione delle specie oceaniche

Persino in Europa e nei mari più studiati, la continua e rapida scoperta di nuove specie marine sembra non avere fine. Lo conferma il Census of Marine Life (CoML), la gigantesca collaborazione di centinaia di scienziati in più di 70 paesi con lo scopo di catalogare tutte le specie marine del nostro pianeta.
Gli autori hanno messo insieme un database con più di 5,2 milioni di osservazioni, nuove e passate, che tracciano una mappa della distribuzione di 38.000 specie marine. Si tratta di un incremento esponenziale rispetto all'anno scorso, quando il database conteneva "appena" 1,1 milioni di osservazioni per 25.000 specie. I nuovi risultati saranno annunciati il 29 novembre 2004 a un meeting di esperti ad Amburgo, in Germania, insieme alla presentazione di un network di nove organizzazioni regionali (in Australia, Canada, Cina, Europa, Giappone, India, Nuova Zelanda, Sud America, e Africa sub-Sahariana) per migliorare le conoscenze delle rotte marine. Successivamente, a Parigi si terrà dal primo al 3 dicembre un convegno del comitato scientifico internazionale del CoML.
Nonostante sia ancora in costruzione, il database dell'
Ocean Biographic Information System (OBIS), costato 9,5 milioni di dollari, mostra già per la prima volta i dati relativi al 95 per cento di tutte le osservazioni esistenti sulla vita negli oceani. Nel 2004 sono state finora aggiunte al database 106 nuove specie di pesci marini, con una media di circa due specie alla settimana, portando così il totale delle specie di pesci a 15.482. Secondo gli esperti del CoML, il conto totale sarà di circa 20.000. Il database contiene anche più di 6.800 specie di zooplancton.

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giovedì, novembre 25, 2004, 16:01

CENSIMENTO MARI USA, CENTINAIA I NUOVI PESCI!

Lo scorso anno sono state aggiunte 178 nuove specie alla conoscenza umana, mentre quest'anno ne sono gia' state scoperte 106

24 novembre 2004 - Chiedersi quanti pesci ci siano nel mare e' un po' come chiedersi quante stelle brillino nel cielo: neppure il primo 'Censimento della vita marina', un massiccio progetto internazionale guidato dagli Usa di inventario degli abitanti dell'oceano, offre una risposta. Ma lo scorso anno sono state aggiunte 178 nuove specie di pesci alla conoscenza umana, mentre quest'anno ne sono gia' state scoperte 106, in media piu' di due alla settimana.
Fra gli animali curiosi scoperti l'anno scorso c'e' il pesce goby, che sguazza nelle acque di Guam sempre in compagnia di un gamberetto. La strana coppia vive in perfetta armonia e collaborazione: mentre il pesce, che sfoggia squame dorate a strisce rosse, monta di guardia, il gamberetto scava le buche in cui i due vanno a ripararsi.
Per avere una visione piu' 'ittica' della vita sottomarina, a piu' di 1500 pesci sono state applicate piastrine elettroniche che hanno permesso di seguirli e disegnare la mappa delle autostrade dei mari che vengono percorse dai branchi di tonni e salmoni. Si e' scoperto, ad esempio, che per raggiungere le Hawaii dall'Alaska, i salmoni ci impiegano due anni.
Il miliardo di dollari investito nel progetto e la collaborazione di 70 stati incrementeranno negli anni a venire le scoperte sulla vita sotto la superficie degli oceani, anche se gli scienziati sanno che difficilmente il censimento potra' mai essere completato.
I ricercatori del Censimento studiano le biodiversita' dalle acque polari a quelle tropicali e dalle coste alle profondita' del mare aperto, dove la vita e' alimentata non dal sole ma da energia di natura chimica. Il database che raccogliera' la massa di informazione e' l'Ocean Biographic Information System (OBIS), un progetto da 9,5 milioni di dollari ancora in fase di costruzione.
Per ora i dati raccolti dall'OBIS coprono il 95 per cento di animali e piante acquatici conosciuti, di cui pero' solo lo 0,1 per cento vive nella meta' piu' profonda della colonna d'acqua,zona ancora in gran parte misteriosa.
I documenti di cui si avvale l'OBIS non derivano esclusivamente dalle ricerche piu' moderne, ma vengono integrati con carteggi storici di pescatori, marinai e biologi risalenti anche a centinaia di anni fa.
Grazie a questo studio incrociato di materiale, si e' potuto anche ricostruire quale e' stato l'impatto dell'uomo nel corso del tempo sulla popolazione marina: ad esempio e' emerso che la pesca intensiva ha causato la riduzione delle dimensioni dei pesci in molte parti del mondo, mentre in Messico ha fatto crollare il numero di squali del 99 per cento.
Se questo lavoro di raccolta di informazioni riguardanti ogni singolo specchio di acqua salata sul globo sembra ciclopico, in realta' ''abbiamo appena cominciato - ha detto il dottor Frederick Grassle che fa parte della direzione dell'OBIS -,l'uomo ha esplorato meno del 5 per cento degli oceani e c'e' ancora tantissimo da scoprire''.

(ANSA)









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mercoledì, novembre 24, 2004, 21:08

NUOVA ZELANDA, DELFINI PROTEGGONO NUOTATORI DA SQUALO BIANCO
Protagonista un bagnino, la figlia e due sue amiche

24 novembre 2004 - Delfini proteggono i nuotatori da grande squalo bianco. E' accaduto in Nuova Zelanda ad un bagnino. L'uomo si allenava nel nuoto con la figlia 15/enne e due sue amiche a 100 metri dalla riva a Ocean Beach, sulla costa nord-est, quando un branco di sette delfini li ha circondati costringendoli a radunarsi, tracciando attorno a loro cerchi sempre piu' stretti.
Quando il bagnino, di nome Rob Howes, ha cercato di allontanarsi dal gruppo, due dei delfini piu' grandi lo hanno respinto indietro. L'uomo ha finalmente capito perche': uno squalo bianco di tre metri si stava dirigendo verso di loro a circa due metri di profondita'.''Sono rimasto impietrito'', ha detto Howe all'agenzia di stampa neozelandese Nzpa. ''Era ad appena due metri da me. L'acqua era cristallina e lo squalo era chiaro come il naso sulla mia faccia. Allora ho capito che i delfini avevano formato una barriera di protezione attorno a noi''.
Un altro bagnino, Matt Fleet, era in ricognizione in un gommone di salvataggio quando ha notato l'inconsueto comportamento dei delfini. Quando si e' tuffato per raggiungere il gruppo, ha visto lo squalo e ha raggiunto gli altri dietro la 'barriera'. I delfini hanno continuato a circondare i cinque per circa 40 minuti, continuando a battere con la coda sulla superficie dell'acqua, prima di permettere che tornassero a riva. Solo allora i due bagnini hanno rivelato alle ragazze la presenza dello squalo. L'episodio e' avvenuto tre settimane fa, ma Howe e Fleet dicono di non averne parlato con nessuno finche' non hanno potuto confrontare tra loro quello che avevano visto.
Secondo la studiosa di mammiferi marini Rochelle Constantine, dell'universita' di Auckland, i delfini sono sempre all'erta in presenza di squali, e la loro reazione altruistica e' normale.
''Amano aiutare gli indifesi'', ha detto. ''Battere la coda sull'acqua e' la loro maniera di comunicare e potrebbe essere stata una funzione di gruppo per mantenere la barriera protettiva''.
Un'altra esperta di mammiferi marini, Olga Visser del gruppo ambientalista Orca Research, ha detto che vi sono stati diversi casi nel mondo di delfini che hanno protetto dei nuotatori.
''Devono aver percepito che quei quattro erano in pericolo e sono intervenuti per proteggerli. E comunque, non e' raro che i delfini attacchino gli squali per proteggere se stessi e la prole''.

(ANSA)








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mercoledì, novembre 24, 2004, 09:01

Identificare i delfini
Non ci sarà più bisogno di etichette o marcatori fisici

22.11.2004 - I principi dei software per il riconoscimento dei volti possono essere usati anche per identificare singoli delfini o balene a partire da fotografie delle loro pinne. Il metodo promette di rendere più semplice ai ricercatori e ai conservazionisti rintracciare i mammiferi marini, senza bisogno di etichette o marcatori fisici.
La capacità di riconoscere singoli animali all'interno di una popolazione è fondamentale per i ricercatori che studiano il comportamento dei mammiferi marini, e per i conservazionisti che cercano di valutare lo stato di differenti specie selvatiche. Sapendo quali balene compiono un determinato viaggio, per esempio, è possibile comprendere gli schemi migratori generali. "Riuscire a identificare i singoli animali - spiega Luke Rendell dell'
Università di St. Andrews - ci consente di quantificare le popolazioni e di effettuare così analisi più consistenti".
In passato, i biologi segnavano le balene con marchi termici o con azoto liquido. Ma oltre a essere poco pratici, questi approcci potevano danneggiare gli animali o influenzare il loro comportamento. Ora Chandan Gope dell'
Università del Texas e colleghi hanno sviluppato un software che analizza gli schemi delle curve alle estremità delle pinne dorsali di delfini, balene e leoni di mare, partendo da semplici fotografie.
Le forme di queste parti del corpo cambiano poco con il passare del tempo, e costituiscono una "impronta" caratteristica che può essere individuata in differenti fotografie dello stesso animale. Il programma confronta le curve con quelle presenti in un database e trova i risultati che combaciano meglio. Il metodo è stato descritto sulla rivista "
Pattern Recognition".

C. Gope, et al.,
An affine invariant curve matching method for photo-identification of marine mammals. Pattern Recognition, 38. 125 - 132 (gennaio 2005).

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martedì, novembre 23, 2004, 15:28

Come progettare una riserva marina
Lo studio si è concentrato sul Mare di Cortés nella Baja California

Uno studio apparso sulla rivista “Science”, opera di ricercatori dell’Istituto di Oceanografia Scripps dell’Università di California di San Diego, potrebbe costituire un nuovo e potente strumento nella progettazione e nell’istituzione delle aree marine protette. Lo studio, che ha richiesto centinaia di immersioni, analisi scientifiche, ricerche e sviluppo di software dedicato, ha visto la collaborazione dell’Universidad Autonoma de Baja California di La Paz, in Messico, in Messico, e del WWF.
Le reti di riserve, che uniscono più aree dove le specie sono protette, costituiscono un importante strumento per la conservazione della vita marina. In anni recenti sono sorte molte teorie su come realizzare queste reti nel migliore dei modi. Tuttavia, le applicazioni su larga scala nel mondo reale sono ancora rare.
Il progetto dello Scripps si è concentrato sul Golfo della California (o Mare di Cortés), il tratto di mare fra la Baja California e il Messico continentale. Biologicamente molto ricco, questo golfo ospita quasi 900 specie di pesci e più di 30 specie di mammiferi marini. I ricercatori hanno raccolto dati sulla biodiversità e sugli habitat della costa rocciosa del golfo grazie a numerosi sopralluoghi, immersioni e analisi. Una volta a conoscenza degli importanti processi ecologici della regione, tutte le informazioni sono state inserite in un computer per determinare il numero e la posizione delle riserve in grado di ottimizzare la conservazione e di evitare conflitti sociali con gli interessi dei pescatori e delle comunità dei residenti.

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martedì, novembre 23, 2004, 15:18

Fitoplancton e gas sottomarini nocivi. Un aiuto dalle sardine

Un piccolo pesce potrebbe contribuire a limitare le gigantesche eruzioni di gas che renderebbero altrimenti inabitabile per la vita marina un tratto della costa africana.
In un articolo pubblicato sulla rivista "Ecology Letters", due ricercatori ipotizzano che banchi di sardine affamate stiano spazzando via il fitoplancton dalle acque al largo della Namibia, riducendo la produzione di gas tossici e contribuendo così a limitare il riscaldamento globale. 

Per più di un secolo, gli abitanti della costa atlantica della Namibia sono stati testimoni di gas sulfurei nocivi in risalita dal fondo del mare vicino. Spesso, le eruzioni erano accompagnate da massicce morie di pesci e crostacei.
Ma soltanto negli ultimi anni i ricercatori hanno cominciato a studiare attentamente le eruzioni sottomarine di metano e solfuro di idrogeno, visibili anche nelle immagini dei satelliti sotto forma di gigantesche fasce di acqua color turchese.
Molti scienziati sono convinti che i gas siano rilasciati dal fitoplancton in decomposizione. 

Due anni fa, Andrew Bakun dell'Università di Miami e Scarla Weeks dell'Università di Cape Town avevano notato una breve pausa nell'attività eruttiva che era coincisa con una crescita delle popolazioni locali di sardine.
Ora hanno ipotizzato che milioni di sardine abbiano divorato il fitoplancton che altrimenti avrebbe invaso il fondale marino, riducendo così la produzione di gas. 

Questo collegamento deve essere ulteriormente testato, ma Bakun è convinto che il caso della Namibia possa servire da avvertimento per altre aree, come il Marocco e la California, le quali sperimentano eruzioni gassose simili che potrebbero rivelarsi letali per la vita marina se i cambiamenti climatici globali favorissero l'esplosione del fitoplancton. 

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lunedì, novembre 22, 2004, 15:53

Uganda: un'epidemia uccide 194 ippopotami

Un'epidemia di antrace ha ucciso 194 ippopotami in un parco nazionale dell'Uganda occidentale. Lo ha reso noto la direzione del parco aggiungendo che una task force è stata formata per tentare di mettere a punto un sistema per effettuare rapide diagnosi e contenere l'epidemia.
I primi ippopotami sono morti alla fine di luglio nel Queen Elizabeth National Park - questo il nome del parco - ma ci sono voluti mesi di ricerca e di test per determinarne la causa, ha spiegato John Bosco Nuwe, direttore del parco. La malattia ha anche ucciso 14 bufali, ha aggiunto Nuwe.
Secondo notizie non confermate, inoltre, 10 persone sarebbero morte dopo aver mangiato carne di ippopotamo infetta. "Stiamo vaccinando il bestiame intorno al parco e quello nelle immediate vicinanze", ha detto ancora Nuwe. "Stiamo dicendo alla gente di non andare in panico e di smettere di mangiare carne di ippopotamo".
Sono stati i ricercatori del Robert Koch Institute di Berlino a identificare la malattia che è provocata dal batterio Bacillus Anthracis. Quest'ultimo produce spore tossiche che restano nel terreno per anni e che uccidono gli animali. I sintomi includono febbre alta ed emorragie.
Fabian Leendertz, esperto del Max Planck Institute di Antropologia dell'Evoluzione di Lipsia, in Germania, fa parte della task force formata per combattere l'epidemia e finanziata dall'agenzia tedesca Gtz. Leendertz lavorerà a identificare il batterio e a determinare i livelli di contaminazione dell'acqua e del terreno. La task force prevede anche un training agli scienziati ugandesi su come affrontare la malattia.
Trasformato in un arma biologica , l'antrace esiste in natura nella maggior parte dei Paesi del pianeta. Il Queen Elizabeth National Park ospita circa 5.000 ippopotami, la metà degli esemplari presenti in Uganda.
 
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domenica, novembre 21, 2004, 09:41

L'uomo distrugge la biodiversità

Il numero di specie viventi a rischio di estinzione sta aumentando a un ritmo senza precedenti. L'uomo sta rapidamente annientando il pianeta. Questi gli allarmanti dati emersi da quello che può essere considerato il più grande studio sulla biodiversità condotto fino ad oggi.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla World Conservation Union (Iucn), infatti, ben 15.568 specie animali sono attualmente in grave pericolo d'estinzione. Rispetto allo scorso anno, vi sono qualcosa come 3.300 specie in più che rischiano di scomparire per sempre.
 
 
Di queste, hanno commentato gli esperti, una su tre appartiene agli anfibi, e quasi la metà di tutte le tartarughe d'acqua dolce sono minacciate, ma ci sono anche numerosi uccelli e mammiferi. Causa principale del problema è, come dimostrato anche da altri studi precedenti, la perdita degli habitat naturali.
I  dati evidenziano, al di sopra di qualsiasi dubbio, che il numero di specie minacciate è in crescita nelle regioni dove il tasso di sviluppo della popolazione è alto, in prima linea Camerun e India.
 
 
 
scritto da camozzi
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sabato, novembre 20, 2004, 09:14

UN MUSTELIDE UN PO’ TROPPO A RISCHIO: la lontra
Colloquio con lo zoologo Antonio Di Croce che ci fa conoscere più da vicino le lontre, specie minacciata in Italia

19 novembre 2004 - Chi conosce le lontre? Probabilmente la maggior parte di noi non le ha neanche mai viste. Intorno alle lontre, inoltre, si sono sviluppate anche delle leggende. Conosciamole meglio con lo zoologo Antonio Di Croce.

1) Parliamo della Lontra; quali sono le caratteristiche biologiche ed ecologiche di questa specie?
La lontra è un mammifero della famiglia dei mustelidi; questo nome difficile caratterizza animali come la faina, la martora, la puzzola, il tasso e la donnola. E’ un animale di taglia media, si contraddistingue per una folta pelliccia di colore marrone scuro, per zampe corte con dita palmate, per un corpo allungato che finisce con una robusta coda dal pelo folto e per un muso corto e arrotondato. Possiede, inoltre robusti baffi molto vistosi. La lontra italiana vive in ambienti di acqua dolce contraddistinti da ecosistemi relativamente incontaminati, dove vi sia disponibilità di fauna ittica e di abbondante vegetazione riparia. Un tempo viveva lungo i corsi d’acqua interni dei bacini idrografici dell’intera penisola, sia a carattere torrentizio, sia fluviale.

2) Qual è lo stato attuale; dove vive la Lontra oggi?
Oggi la Lontra è presente solo in alcuni corsi d’acqua del centro-sud, a partire dal Molise e dalla Campania. E’ scomparsa gradualmente, a seguito di estinzioni locali, dai corsi d’acqua dell’Italia centro-settentrionale a causa di diversi fattori legati alla presenza ed alle attività dell’uomo.

3) Quali sono i principali fattori di minaccia, e perché l’uomo ha portato al declino alcune popolazioni locali?
Innanzitutto, è stata perseguitata direttamente per molti decenni perché considerata specie nociva e in conflitto con gli interessi umani; la figura del “lontraro” è esistita fino alla prima metà del novecento. A questo bisogna aggiungere la distruzione generalizzata degli habitat e delle principali risorse; l’inquinamento, la cementificazione, la captazione idrica, lo sfruttamento intensivo dei corsi d’acqua, le centrali idroelettriche, lo sviluppo della rete stradale e in generale tutte le attività antropiche, collegate in qualche modo ai bacini idrografici, hanno portato alla scomparsa delle condizioni idonee alla vita per questa specie.

4) Oggi queste condizioni persistono ed anche le popolazioni del centro-sud sono in pericolo, oppure si è fatto o si sta facendo qualcosa per invertire questa tendenza?
Le popolazioni del centro-sud molto probabilmente hanno subito un minor impatto e sembra che abbiano mantenuto densità tali da “godere ancora di buona salute” oggi. Tuttavia non si sa ancora moltissimo, poiché solo negli ultimi decenni questa specie è stata oggetto di ricerche, inizialmente volte a determinare la presenza, la distribuzione e la dieta mediante metodi indiretti. Oggi sono in corso alcune ricerche per approfondire le conoscenze sulla biologia e sull’ecologia, ancora poco conosciute nonostante tutto. Da ricordare il progetto di ricerca dell’Università di Roma “La Sapienza” nel Parco Nazionale del Cilento, in corso da cinque anni, che sta portando a risultati incoraggianti.

www.animalieanimali.it














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