venerdì, dicembre 31, 2004

LO TSUNAMI HA SPAZZATO VIA LA BARRIERA CORALLINA
Perchè l'habitat ritorni alla normalità ci vorranno decine e decine di anni

29 dicembre 2004 - E' stata pesantemente danneggiata la splendida barriera corallina dei mari del Sudest asiatico. Perchè l'habitat ritorni alla normalità ci vorranno decine e decine di anni. Una perdita immane per l'intero ecosistema terrestre. La delicatissima e suggestiva muraglia naturale creata da millenni di depositi di piccoli animali marini, è stata irrimediabilmente modificata dalle scosse sismiche e dal violento maremoto. La loro esistenza è possibile soltanto nei mari tropicali, dove le acque sono tiepide, limpidissime e poco profonde. La materia prima di questa coloratissima muraglia naturale sono gli scheletri pietrificati di coralli e madrepore, saldati nel tempo tra loro dalle alghe calcaree.
La più estesa barriera corallina del mondo è la Grande Barriera Corallina australiana, che misura in lunghezza più di 2.000 km. Una opera della natura 'colossale', che dà asilo a circa 350 specie di coralli e offre uno spettacolo straordinario al momento della loro riproduzione. Le uova e lo sperma, infatti, liberati direttamente nell'acqua da tutti i componenti della colonia nella notte successiva a quella di luna piena, sono simili ai 'fiocchi' di un'enorme tempesta di neve sottomarina.
Non sono però soltanto i suoi costruttori a prendere casa nella barriera. La abitano moltissime specie marine, animali e vegetali: moltitudini di pesci dai colori dell'arcobaleno, molluschi bivalvi, echinodermi come i coloratissimi cetrioli di mare. Tutti dipendono, per la loro sopravvivenza, dai coralli calcarei che riciclano gli scarsi elementi nutritivi delle chiare e azzurre acque tropicali.

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venerdì, dicembre 31, 2004

Il destino della balena franca
Il clima dell'Atlantico del Nord ha forti impatti sull'abbondanza di zooplancton

Le balene franche, che vivono vicino alla costa americana dell'Atlantico del Nord, la cui popolazione è a forte rischio di estinzione, stanno affrontando come ogni anno un difficile percorso verso le regioni dove si riproducono. Ma il loro destino, secondo alcuni ecologi della Cornell University, potrebbe diventare ancora più precario se il clima dell'oceano dovesse peggiorare.
Gli scienziati sostengono che le condizioni atmosferiche invernali sull'Atlantico del Nord influiscono sull'abbondanza dello zooplancton di cui si nutrono i cetacei, una delle specie di mammiferi marini più in pericolo. Nuovi modelli da loro sviluppati spiegano le relazioni fra i cambiamenti climatici, le temperature atmosferiche e i venti, gli schemi delle correnti oceaniche, la temperatura e la salinità dell'acqua, le risorse alimentari necessarie alle balene e ad altri animali, e il successo riproduttivo delle balene franche.
I dettagli dello studio sono stati riportati da Charles H. Greene e Andrew J. Pershing in un articolo intitolato "Impact of Climate Variability on the Recovery of Endangered North Atlantic Right Whales", di prossima pubblicazione sul numero di dicembre della rivista "
Oceanography". Un secondo articolo sarà pubblicato sul numero di febbraio 2004 della rivista "Frontiers in Ecology and the Environment".
Come spiega Pershing, "nel Nord Atlantico rimangono solo circa 300 balene franche, e la loro salute riproduttiva è legata al fatto di trovare abbastanza cibo. In inverno, le balene cominciano un viaggio verso il Golfo del Maine, dove si nutrono di copepodi, minuscoli crostacei. Ma le condizioni atmosferiche di quella regione sono molto variabili". Le previsioni a lungo termine delle simulazioni al computer mostrano che il destino delle balene franche sarebbe molto più favorevole se il clima non variasse così tanto come negli anni recenti.

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giovedì, dicembre 30, 2004

Il nuoto dei delfini

Una nuova ricerca ha scoperto che sia i delfini allo stato brado che quelli in cattività nell'emisfero nord nuotano in cerchio in senso antiorario, mentre i delfini dell'emisfero sud compiono dei cerchi in senso orario. Si pensava che questa scelta del senso del nuoto fosse dovuta alla anatomia dell'animale, forse ad un'asimmetria del loro cervello.

Quando si riposano questi mammiferi marini dormono soltanto con una metà dei loro cervello alla volta e nuotano continuamente pigramente compiendo dei cerchi. Paul Manger, un neuroetologo svedese che si occupa di delfini, una volta giunto in Sud Africa nell'Università di Witwatersrand, si accorse che tutti i dati, che riportavano il fatto che i delfini nuotavano in senso antiorario nelle loro vasche, riguardavano delfini provenienti dell'emisfero nord.

Per confermare questa sua osservazione si recò al delfinario locale e vide che i delfini dell'emisfero sud passano l'86% della loro giornata nuotando in senso orario. Questo vorrebbe dire che il senso del nuoto dipende dagli emisferi e non da conformazioni anatomiche. Non tutti gli scienziati sono d'accordo con questa teoria, Andrew Read, che si interessa di delfini alla Duke University di Beaufort, North Carolina, dice di aver bisogno di più prove per convincersi.

Secondo Manger, la forza che causa questo potrebbe essere la forza di Coriolis, un effetto di rotazione della terra che produce correnti su grande scala nell'oceano e nell'atmosfera. I risultati della ricerca ottenuti da Manger assieme alla collega Guinevere Stafne sono stati pubblicati dal periodico “Physiology & Behavior”.

Donata Allegri

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categoria:etologia dei cetacei
giovedì, dicembre 30, 2004

La decompressione delle balene
Osservati casi di osteonecrosi nei mammiferi marini

Secondo uno studio pubblicato sul numero del 24 dicembre 2004 della rivista "Science", i capodogli subiscono lo stesso tipo di danno alle ossa che può verificarsi nei sommozzatori umani. Lo studio contraddice l'ipotesi comune per la quale i mammiferi marini non soffrono per la decompressione.
Michael Moore e Greg Early del
Woods Hole Oceanographic Institution hanno scoperto che le costole, le vertebre e altre ossa provenienti da scheletri di capodogli possono essere bucherellate ed erose, indice di una condizione chiamata "osteonecrosi". Negli esseri umani, questa patologia è tipicamente associata con la sindrome da decompressione dei sommozzatori, che si verifica quando un nuotatore risale in superficie troppo velocemente.
I ricercatori fanno notare che, se i capodogli non sono immuni agli effetti del nuoto in profondità, queste scoperte sollevano questioni sugli eventuali danni che attività umane quali la sperimentazione di sonar militari possano fare alle balene, interferendo con il loro comportamento di nuoto e di risalita in superficie.

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mercoledì, dicembre 29, 2004

DELFINO: L’ITALIA E’ IN PRIMA LINEA NELLA TUTELA

28 dicembre 2004 - “L'Italia è impegnata in prima linea nella tutela dei cetacei ed è contraria alla ripresa della caccia commerciale”: è quanto ha ribadito il Sottosegretario al ministero delle Politiche agricole e forestali Teresio Delfino, rispondendo ad un'interpellanza parlamentare, presentata dal deputato Sergio Cola (An), sullo stato dei mammiferi acquatici, in particolare nel mar Ligure, nella quale si evidenzia la necessità di imprimere un impulso ulteriore alle attività di monitoraggio e controllo per evitarne l'estinzione.
Nel corso del 2004, sono stati novemila i controlli effettuati dai Centri di controllo area pesca che operano nell'area marina protetta del Santuario dei mammiferi marini - informa il Sottosegretario - e delle 7 carcasse di cetacei registrate, solo in due casi sono stati rilevati segni di morte violenta. A testimoniare, sempre secondo Delfino, il livello di attenzione ed impegno del nostro Paese anche gli sforzi per l'approvazione con le parti contraenti l'Accordo sul Santuario dei mammiferi marini in mediterraneo “di un piano di gestione ed una linea di azione comune, volti ad adottare concrete misure di protezione e ad individuare le principali fonti di inquinamento in grado di minacciare la specie”. Per quanto riguarda, invece, l'utilizzo a fini commerciali della carne, Delfino ha ricordato l'esistenza del divieto di utilizzare per il consumo umano mammiferi ed altri animali acquatici protetti, nonché "l'obbligo di verificare le specie catturate e/o trasformate da parte degli stabilimenti di lavorazione dei prodotti della pesca, delle navi officina, degli organi di controllo".

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martedì, dicembre 28, 2004
Lo tsunami, quell'onda gigantesca che ha travolto tutto

Di Di (Adnkronos)

Roma, 27 dic. (Adnkronos) - E' stato un muro d'acqua, onde gigantesche alte come montagne a provocare morte e devastazione in tutto il Sud est asiatico, uccidendo, secondo le ultime stime, oltre 17 mila persone. A scatenare il dramma è stato un violento maremoto che i giapponesi chiamano tsunami, onde anomale nel nostro Paese. Lo tsunami è una serie di onde oceaniche gigantesche generate prevalentemente da movimenti tellurici che hanno il loro epicentro nel mare. Le onde prodotte dal sisma possono arrivare a percorrere migliaia di chilometri lungo l'oceano, per poi abbattersi sulle coste sotto forma di enormi pareti d'acqua. Gli tsunami si formano sotto la superficie del Pacifico e si abbattono con forza violentissima sulle coste asiatiche o americane. L'energia sprigionata dai movimenti tettonici sul fondo marino acquista una forza crescente a causa della profondità del mare e della grandezza dell'oceano, che provocano il moltiplicarsi dell'energia durante il percorso dell'onda. Quando l'onda arriva nelle vicinanze della costa incontra i fondali più bassi e l'energia che fino ad allora è stata verticale si sviluppa in orizzontale, abbattendosi con forza devastatrice. Lo tsunami non sempre si manifesta sotto forma di onda anomala e gigantesca. A volte assume contorni di bassa marea, le acque si ritraggono rapidamente scoprendo il fondale per poi rigonfiarsi con altrettanta rapidità, abbattendosi su tutto ciò che incontrano.

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martedì, dicembre 28, 2004

La competizione fra lumache marine
L'analisi dei gusci fossili rivela una grande estinzione all'epoca del Pliocene

Per nutrirsi di molluschi, le lumache marine ne trapanano i gusci molto lentamente. Ma se si trovano sotto stress competitivo, cercheranno un metodo più rapido. Questi comportamenti, registrati nei fossili, dimostrano che circa due milioni di anni fa una catastrofe sconosciuta ha modificato l'equilibrio competitivo nell'Oceano Atlantico occidentale, e che l'ecosistema deve ancora riprendersi completamente, almeno secondo uno studio pubblicato sul numero del 24 dicembre 2004 della rivista "Science".
Nei banchi di alghe del golfo del Messico, le lumache marine Chicoreus e Phyllonotus si cibano di molluschi scavando lentamente un buco attraverso la loro conchiglia. Il processo può richiedere anche una settimana, durante la quale la lumaca rischia di perdere la sua preda o di essere a sua volta attaccata da pesci, granchi o altri predatori. Alti livelli di competizione, secondo il geologo Geerat Vermeij dell'
Università della California di Davis, dovrebbero favorire una caccia più rapida. Per esempio, le lumache potrebbero trapanare le parti più sottili del guscio, anche se rischierebbero che la chiusura della conchiglia strappi loro la proboscide con cui si nutrono.
L'analisi dei buchi nelle conchiglie fossili può pertanto fornire indizi sulla vita negli oceani milioni di anni fa e permettere di confrontarla con quella odierna. In laboratorio, Vermeij e colleghi hanno infatti scoperto che, quando le moderne lumache devono competere con altre lumache, cominciano a perforare le prede più verso l'orlo del guscio. La differenza di comportamento sembra legata all'ambiente competitivo.
Una grave estinzione regionale, alla fine del Pliocene - 1,7 miliardi di anni fa - sembrerebbe aver spostato l'equilibrio da un'alta competizione a una competizione più bassa. Secondo i ricercatori, a quel tempo nell'Atlantico occidentale scomparve il 70 per cento delle specie marine. I risultati dell'analisi dei gusci fossili rivelano che l'intensità della competizione non è ancora ritornata ai livelli precedenti l'estinzione, pur se da quell'evento è trascorso molto tempo.

Gregory P. Dietl, Gregory S. Herbert, Geerat J. Vermeij, "Reduced Competition and Altered Feeding Behavior Among Marine Snails After a Mass Extinction".
Science, Vol. 306, No. 5705 (24 dicembre 2004): 2229-2231.

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lunedì, dicembre 27, 2004

“Pinger” lo strumento per tenere lontani i delfini dalle reti

Non è facile mettere d’accordo pescatori e ambientalisti. Specialmente quando si parla di delfini. Spesso i pescatori lamentano rotture e danni alle reti per il passaggio dei suddetti cetacei, mentre gli altri denunciano numerose catture accidentali a causa delle reti derivanti.
“Pinger” lo strumento per tenere lontani i delfini dalle retiSolo nelle acque siciliane si è appurato che vengono catturati 1 o 2 delfini ogni barca in tre anni, mentre la pesca subisce una perdita di profitto pari al 30 – 40% a causa della rottura delle reti provocata dai cetacei.
Ma ora i ricercatori del Gruppo interdisciplinare di oceanografia dell' Istituto di ricerche sulle risorse marine e l'ambiente del Cnr e Mazara del Vallo hanno messo a punto un “pinger”: uno strumento collegato alle reti che emette suoni in grado di tenere lontani i delfini.
In effetti questi ultimi hanno una forte sensibilità nel ricevere suoni ed elaborarli in modo da capire che cosa succede attorno e se ci sono ostacoli da superare.
I ricercatori hanno così concentrato la loro attenzione sulla possibilità di utilizzare un metodo acustico per evitare che i delfini possano avvicinarsi agli attrezzi da pesca.
Sono state sviluppate due linee di ricerca: una che usa suoni simili a quelli emessi dalle orche (note predatrici dei delfini) in modo che i delfini scappino di fronte al presunto predatore; un’altra che prevede l’emissione di suoni che interferiscano con il sonar naturale dei delfini. La seconda linea ha dato risultati ottimali e duraturi, mentre la prima ha avuto efficacia solo per due settimane: i delfini hanno ben presto capito che al suono dell’orca non era associato il pericolo reale.
Tutti i pescatori che hanno utilizzato il “pinger” non hanno più subito danni alle reti.

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domenica, dicembre 26, 2004

Mentre cercavo notizie su come nutrire l'ostrica di Stefania, sopravvissuta al Natale, ho trovato alcune notizie sulla vita e la fisiologia di queste creature marine su questo bel sito.

BIVALVIA

Noti anche come pelecipodi, i Bivalvi comprendono circa 20000 specie distribuite sia in acque marine che in acque dolci di tutto il mondo. Le dimensioni di questi Molluschi variano fra il millimetro e oltre un metro (Tridacna gigas). Sono caratterizzati dall'avere una conchiglia formata da due valve, secrete da un mantello che avvolge entrambi i lati del corpo.

Le valve sono tenute assieme da un legamento elastico, posto sul margine dorsale della conchiglia, e sono collegate da uno o da due muscoli adduttori. Il loro corpo è compresso lateralmente. Cavità palleale ampia, quasi sempre provvista di due branchie spesso di aspetto laminare (da qui il nome di Lamellibranchi). Il capo è assente.
Le uniche strutture esterne sono i palpi labiali e, solo in alcuni gruppi, tentacoli sensoriali e fotorecettori. I Bivalvi respirano tramite due ctenidi. La maggior parte dei Bivalvi sono filtratori, alcuni predatori, altri si nutrono di animali morti. I Bivalvi sono, insieme con i Cefalopodi, caratterizzati dall'assenza di radula.

ANATOMIA E FISIOLOGIA

Il corpo di un tipico Bivalve è caratterizzato da una massa viscerale, un mantello, un piede ed una conchiglia.
La massa viscerale è sospesa lungo la linea dorsale mediana ed il piede muscolare è attaccato alla massa viscerale antero-ventralmente. Gli ctenidi sono trattenuti in basso da entrambi i lati e ciascuno di essi è coperto da una piega del mantello. I margini posteriori delle pieghe del mantello sono modificati per formare le aperture dorsale esalante e ventrale inalante.
In alcuni Bivalvi marini il mantello è trasformato in lunghi sifoni muscolosi, che consentono all'organismo di affossarsi nel fango o nella sabbia e di estendere i sifoni verso l'acqua sovrastante.

I Bivalvi iniziano il movimento estendendo un sottile piede muscoloso tra le valve. Il sangue penetra nel piede, rendendolo turgido in modo che agisca come un'ancora nel fango o nella sabbia. Successivamente i muscoli longitudinali si contraggono per accorciare il piede e trascinare in avanti l'animale. Si muovono, generalmente, infossandosi per mezzo di un grosso piede muscolare, oppure possono attaccarsi al substrato o, in alcuni casi, muoversi con un caratteristico movimento a jet, chiudendo rapidamente le valve.

La conchiglia dei Bivalvi è tipicamente costituita da tre strati: uno strato esterno, poco sviluppato, proteico (periostraco); uno strato intermedio prismatico, costituito da carbonato di calcio in fase calcitica (mesostraco); uno strato più interno, costituito da carbonato di calcio in fase aragonitica (ipostraco); quest'ultimo, detto anche madreperlaceo, è responsabile della formazione della madreperla e delle perle.

Lo scambio gassoso viene effetuato sia dal mantello che dalle branchie. Le branchie della maggior parte dei Bivalvi sono notevolmente modificate per la filtrazione: l'acqua entra nel sifone inalante, spinta dall'azione ciliare, penetra poi nei dotti attraverso dei pori, collocati tra i filamenti delle lamelle, prosegue dorsalmente entro una camera soprabranchiale comune ed esce infine attraverso l'apertura esalante.

I principali tipi di nutrizione dei Bivalvi sono definiti dalla struttura delle branchie: nei Protobranchi, ad esempio, gli ctenidi vengono usati solamente per la respirazione ed il cibo è preso tramite i palpi labiali.
Nei Lamellibranchi e nei Filibranchi gli ctenidi catturano le particelle di cibo tramite il loro rivestimento mucoso, trasferendole successivamente ai palpi labiali per mezzo di cilia; questi due gruppi differiscono nel fatto che nei Filibranchi i vari tipi di ctenidi sono connessi solo da giunzioni ciliari, mentre nei Lamellibranchi le giunzioni sono ricoperte da tessuto. I Settibranchi presentano un setto-pompa attorno alla cavità del mantello, la cui funzone è quella di pompare il cibo.

Il sistema circolatorio è costituito da un cuore tricamerato, che giace nella cavità pericardica; è costituito da due atri e un ventricolo. Una parte del sangue viene ossigenata nel mantello e successivamente riportata nel ventricolo attraverso gli atri; la restante parte circola attraverso i seni e con una vena raggiunge i reni; da lì va fino alle branchie per l'ossigenazione, ritorna poi agli atri. un paio di reni a forma di U giace in posizione ventrale e posteriore rispetto al cuore.

Il sistema nervoso consiste di tre paia di gangli ampiamente separati e collegati da commissure e di un sistema di nervi. Gli organi sensoriali sono poco sviluppati.

Il sistema riproduttore è caratterizzato dalla separazione dei sessi. I gameti vengono liberati nella camera soprabranchiale per essere rilasciata all'esterno con la corrente esalante. Nella maggior parte dei Bivalvi la fecondazione è esterna. L'embrione si sviluppa in trocofora o veliger.
In alcuni Bivalvi d'acqua dolce la fecondazione è interna. Le uova raggiungono le lamelle branchiali, dove sono fecondate dagli spermatozoi che penetrano con la corrente inalante. Qui si sviluppa uno stadio larvale bivalve chiamato glochidium, che è un veliger specializzato.


HABITAT ED ECOLOGIA

La gran parte dei Bivalvi è marina, bentonica, e vive in prossimirtà delle coste. Non mancano, tuttavia, le specie abissali che si spingono fino ai 5000 metri di profondità. Molte specie sono adattate ad infossarsi più o meno profondamente nel substrato, nascondendosi così ai predatori ed utilizzando come alimento i detriti del fondo o particelle sospese nell'acqua. Anche la maggior parte dei Bivalvi di acqua dolce appartiene a questa categoria.

Altre specie vivono, invece, sulla superficie del substrato ancorandosi con il bisso o saldandosi ala substratoora con la valva destra, ora con la valva sinistra. Altre specie di superficie non si agganciano al substrato, né con il bisso, né mediante fusione di una valva; queste sono specie adattate alla vita su fondi sabbiosi, con valve vistosamente colorate e dotate della possibilità di nuotare a propulsione, chiudendo velocemente le valve.
Nelle acque dolci, lacustri o fluviali, Dreissena polymorpha, si aggancia al fondo e ai substrati scoscesi o sospesi, mediante filamenti di bisso, originando fitte popolazioni, spesso dannose all'ambiente e all'economia umana.

Particolarmente interessante è il modo di vita dei Bivalvi scavatori, alcuni derivanti da specie dell'epifauna provviste di bisso, altre daspecie che usavano infossarsi nel substrato. Sin dalle prime fasi che seguono alla caduta sul fondo, la larva in metamorfosi si ancora, vuoi mediante il piede provvisto di una superficie a ventosa, vuoi mediante il bisso, ed inizia a scavare meccanicamente, mediante l'azione della parte anteriore delle valve, o mediante l'azione combinata di secrezioni del mantello e l'azione delle valve.

Alcune specie di Bivalvi scavano il legno, nutrendosi del materiale via via asportato. Tali specie erano particolarmente temute in passato, quando il legno era l'unico materiale utilizzato nell'industria canteristica. I Bivalvi ora ricordati restano imprigionati, per tutta la vita, nelle loro gallerie e comunicano con l'esterno solo tramite lunghi sifoni.

Il principale fattore limitante per le specie marine è ovviamente la salinità. Esistono, tuttavia, accanto alle specie stenoaline, numerose specie eurialine, che tollerano variazione ampie della salinità e che, quindi, sono in grado di colonizzare le foci dei fiumi, o lagune costiere o mari poco salati.

http://terrym.interfree.it/bivalvi.htm








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domenica, dicembre 26, 2004

IL LIGURIAN DOLPHIN PROJECT

Il Ligurian Bottlenose Dolphin Project nasce per monitorare la presenza e la distribuzione dei tursiopi (Tursiops truncatus) lungo le coste del Mar Ligure, all'interno del Santuario Internazionale dei Cetacei.

I tursiopi in passato erano comuni lungo quasi tutta la fascia costiera del Mediterraneo. Negli ultimi decenni hanno subito una forte frammentazione delle loro popolazioni, diventando oggetto di azioni mirate di monitoraggio e di conservazione. Un provvedimento particolarmente importante per la loro protezione, e di quella dei cetacei in genere, è l'istituzione del Santuario Internazionale dei Cetacei del bacino Corso-Liguro-Provenzale, la prima area protetta internazionale istituita nel Mediterraneo, per la tutela dell'ambiente marino.

La ricchezza di vita del Santuario dei Cetacei deriva dalla particolare morfologia costiera dell'area e dalla complessa circolazione delle acque, che inducono fenomeni di up-welling (risalita di nutrienti dal fondale), che favoriscono lo sviluppo di plancton e della collegata catena alimentare.

L'attività di ricerca del LDP si svolge in barca a vela, uno dei mezzi da diporto più rispettosi dell'ambiente. La nostra barca naviga regolarmente alla ricerca di delfini nelle ricche acque del Santuario.

LA RICERCA DEL LDP

L'area del Santuario include circa 100.000 Km2 di acque nazionali ed internazionali, comprese tra Tolone (costa francese), Capo Falcone (Sardegna occidentale), Capo Ferro (Sardegna orientale) e Fosso Chiarone (Toscana). L'istituzione del Santuario dei Cetacei si basa sull'evidenza scientifica che il Bacino Corso-Ligure-Provenzale gioca un ruolo chiave nell'ecologia dei mammiferi marini del Mediterraneo.

Pochi sono i dati relativi ai tursiopi presenti nell'area del Santuario del Mar Ligure. Dalle campagne condotte da parte del WWF, dell'Istituto Tethys e di ricercatori francesi emerge una presenza sorprendentemente bassa di questa specie nell'area.

All'interno del Bacino Corso-Ligure-Provenzale la ridotta superficie di aree costiere, rispetto a quelle pelagiche, può rappresentare un fattore limitante per una specie costiera come il tursiope. La scarsità di dati può quindi derivare sia da un'effettiva bassa densità di animali nell'area, dovuta ad un habitat non particolarmente favorevole alla specie, sia da una raccolta dati che, privilegiando il monitoraggio della zona pelagica, favorisce l'incontro con specie meno costiere, quali la stenella, la balenottera comune e il capodoglio, a scapito di quello con specie più costiere quali il tursiope.

LDP è un progetto di ricerca mirato allo studio del tursiope in una fascia tipicamente costiera, che intende verificare la presenza e distribuzione di questa specie nell'area del Santuario.

http://www.sealandweb.org/




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venerdì, dicembre 24, 2004

Tanti Auguri di Buon Natale e Strepitoso Anno Nuovo!!

"Wild About Christmas" © ImageState

Spero che il 2005 porti più consapevolezza verso la salvaguardia della Natura, in modo da poter lasciare a tutte le creature del futuro un mondo pulito.

Un abbraccio ecologico, Maria Cecilia Camozzi

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venerdì, dicembre 24, 2004

Appello a Regione Abruzzo, aree per cani sui litorali

22 dicembre - Pescara. L'accesso ai cani almeno in un'area del litorale per ogni Comune costiero e' stata chiesta alla Regione Abruzzo dall'associazione 'Animalisti Italiani’.
”La richiesta di individuare aree per cani nelle spiagge, che rivolgiamo ogni anno alle Regioni - ha dichiarato il presidente degli 'Animalisti Italiani', Walter Caporale - ha permesso di passare dalle due o tre spiagge disponibili negli anni scorsi, alle 66 del 2004. Questo, purtroppo, non basta: il 35% delle famiglie italiane possiede un cane o un gatto e sono ancora enormi le difficoltà che si incontrano in vacanza a causa del divieto di accesso con animali sulla maggior parte dei litorali”.
”Siamo pronti - ha sottolineato Caporale - ad indirizzare i milioni di italiani che vivono con un cane verso le regioni che offriranno opzioni valide e, come negli anni precedenti, anche nel 2005 verrà presentata e pubblicizzata sul sito www.animalisti.it, ma anche su tutte le riviste animaliste, la lista 'Spiagge e Pensioni' con le indicazioni dei luoghi accessibili anche agli animali. Un maggiore impegno di istituzioni, amministrazioni locali e gestori di stabilimenti - ha concluso - porterebbe a risultati vantaggiosi sia per gli animali che per chi trae profitto dal turismo”.

www.animalieanimali.it



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