domenica, gennaio 30, 2005

Appello alle Nazioni Unite
Nel futuro un mondo senza pesci

23.11.04- Tre milioni e trecentomila squali, cinquantanovemila tartarughe marine, ventimila delfini e settantaseimila albatros oltre a decine di altre specie che abitano le acque oceaniche, dalle balene ai tonni. Sono in totale quasi 4,5 milioni le creature dell'Oceano Pacifico che ogni anno vengono uccise dall'ultimo ritrovato dell'industria della pesca: le reti lunghe fino a cento km e con centinaia di ami che i pescherecci trascinano a decine di metri sotto la superficie.

La denuncia è contenuta nel rapporto «Il saccheggio del Pacifico» realizzato con il contributo di 600 scienziati di 54 nazioni e consegnato alle Nazioni Unite assieme alla richiesta di imporre una moratoria internazionale delle reti-killer. Ironia della sorte vuole che a suggerire questo metodo di pesca tanto efficiente quanto spietato siano state nel recente passato alcune organizzazioni ecologiste nemiche giurate delle reti a strascico che distruggevano i fondali marini portando via tutto ciò che trovavano sul loro cammino. Il rimedio trovato si è rivelato nell'arco di poche stagioni terribile per fauna e flora marine quanto lo era il metodo precedente ed a farne le spese è l'ecosistema dell'Oceano più esteso del Pianeta. Fra le creature che stanno pagando il prezzo più alto ci sono le tartarughe marine che potrebbero estinguersi nel giro di vent'anni per via del fatto che le reti «verdi» vanno a razziare proprio le profondità preferite da loro, al pari di quanto avviene per i balenotteri.

La strage di creature viventi dell'Oceano Pacifico si sta svolgendo ad un ritmo tale da spingere Greenpeace ad invocare un rimedio estremo: la creazione di un gran numero di riserve marine lungo le coste dell'Asia, dell'Oceania e delle Americhe per proteggere pesci ed uccelli visto che il mare aperto resta dominio incontrastato dell'esercito dei pescatori. Ma la lettera sulla moratoria con cui Sylvia Earle, direttore del programma marino di «Conservation International», si rivolge al segretario generale dell'Onu Kofi Annan va oltre il dibattito su questo o quel rimedio ed affronta il cuore del problema lanciando un appello a tutte «le nazioni pescatrici»: prima di gettare le reti in acqua bisogna studiare il mare, per rendersi conto delle conseguenze.

Maurizio Molinari  -
www.lastampa.it

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domenica, gennaio 30, 2005

Negli ultimi anni anche la "ricerca scientifica" e sonar militari tra le principali cause di morte di migliaia di cetacei

Come muore una balena

"Impazzito per il dolore inferto da questi nuovi assalti, il capodoglio infuriato si rivoltola, solleva la sua testa enorme e spalancando le mascelle tira morsi a quanto gli sta attorno; si scaglia di testa contro le lance, le spinge in avanti a gran velocità e a volte le distrugge completamente. ...E' cosa che meraviglia assai, che si sia trascurata così totalmente ogni osservazione sulle abitudini di un animale tanto interessante, e dal punto di vista commerciale tanto importante qual è il capodoglio; e che esso abbia suscitato così poca curiosità in quei numerosi e per lo più competenti osservatori, che negli ultimi anni devono avere avuto occasioni più frequenti e convenienti di osservare di persona le abitudini di questi animali".

Così annotava nel suo libro "Storia del capodoglio" del 1839, il naturalista inglese Thomas Beale, uno dei primi osservatori "scientifici" di questi stupendi mammiferi, vissuti praticamente fino ad allora tra mito e leggenda. Ancora qualche decina d'anni, e l'invenzione del cannoncino lanciarpione nel 1868, ad opera del norvegese Sven Foyn, cancellerà definitivamente, non solo l'elemento simbolico-mitologico del conflitto primordiale tra l'uomo e le forze misteriose della natura incarnate in questo caso dalle balene, ma organizzerà industrialmente anche un attività, che esprimeva ancora, nella logica di quel contesto e di quei tempi, almeno la vitalità e le virtù eroiche degli equipaggi delle baleniere.
Era l'inizio di un epoca di caccia dura e spietata che, anche se con forti limitazioni, continua ancora oggi.

Negli anni venti le navi-officina si moltiplicarono e nel 1938 si raggiunse il numero record di 54.835 catture! Negli anni a seguire, dopo la seconda guerra mondiale, a causa del cosiddetto "overfishing", l'industria della caccia alla balena si dovette rivolgere verso specie di taglia più piccola come balene blu, balenottere e capodogli.

Non è da oggi che i cetacei di ogni specie sono minacciati d'estinzione. Solo nell'Antartico, secondo uno studio dello scorso anno della Commissione baleniera internazionale resterebbero meno di 1000 balene blu, 2000 balenottere comuni e 3000 capodogli. Lo studio riferisce anche che varie specie di balene sono completamente scomparse mentre all'inizio del secolo scorso ne esistevano centinaia di migliaia di rappresentanti di ciascuna. Una mattanza che tra proteste, moratorie, leggi permissive, prosegue comunque implacabile da anni.
Recentemente Greenpeace, impegnata nella difesa dei cetacei sin dal 1972, ha denunciato nuovamente la flotta baleniera giapponese tornata all'attività di "ricerca" (il divieto di caccia viene aggirato con il pretesto degli "scopi scientifici").
Per la cronaca il Giappone impiega la Whalegrenade 99: una cartuccia d'acciaio di 5 cm, contenente 20 gr. di esplosivo penthrite che viene sparata da un cannone. Quando penetra nella balena, esplode creando temperature di alcune migliaia di gradi e la balena muore in 2 o 3 minuti.

balene spiaggiateIntanto nei giorni scorsi in Tasmania e in Nuova Zelanda sono morti "spiaggiati" circa 170 cetacei rinvenuti agonizzanti con il muso insanguinato. Le cause del misterioso decesso, sarebbero da imputare ai segnali lanciati dai sonar durante delle esercitazioni militari nella zona, che hanno disorientato i poveri animali. Queste apparecchiature sono in grado di produrre ultrasuoni della potenza di 210 decibel e con frequenze tra i 6.600 e i 9.500 cicli al secondo. Per il sensibilissimo apparato uditivo delle balene l'impatto con una tale onda sonora è equivalente al rumore di un jet in fase di decollo ad un'esplosione che causerebbe una lesione del timpano portandole inevitabilmente a perdere l'orientamento. Simili incidenti, sempre più frequenti, sono stati segnalati sempre in coincidenza di esercitazioni militari, come nel 1999 alle Canarie e nel 2000 nell'isola portoghese di Madeira e qualche mese dopo, sulle coste del Messico. In quest'ultimo caso, gli esemplari morti avevano subito emorragie interne nell'apparato uditivo.

Davide Ranzini - http://italy.peacelink.org/

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sabato, gennaio 29, 2005
Santuari da rifare

I santuari delle balene, così come sono, "non sono scientificamente giustificati". E' questo il giudizio che una commissione di esperti indipendenti dà sull'ultimo numero di Science. Le più grandi riserve marine del mondo sono state istituite, a partire dal 1946, dall'International Whaling Commission (IWC). L'obiettivo era preservare le balene dalla caccia, nel loro ambiente naturale. Secondo i ricercatori, però, il progetto è pieno di difetti. In primo luogo, i confini dei santuari sono arbitrari. Le balene li attraversano almeno una volta nella loro vita, entrando in aree dove la caccia è autorizzata. I santuari, poi, non sono habitat incontaminati. L'inquinamento, l'introduzione di specie e la degradazione dell'habitat non si fermano certo ai loro confini. Le dimensioni dei santuari non permettono il paragone fra balene protette e non protette, che era uno degli obiettivi dei santuari. Una comparazione resa ancora più difficile dalla mancanza di regole sulla caccia per scopi scientifici. Dei vincoli a questa attività sarebbero il primo passo per recuperare la funzione originaria dei santuari. ma sarà necessario anche ridefinirne i confini in base al comportamento reale delle balene, e stabilire procedure scientificamente valide per il confronto fra le balene protette e quelle che vivono fuori dai santuari. (m.ca.)
(venerdì 28 gennaio 2005)

www.galileonet.it  
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venerdì, gennaio 28, 2005

La portata dei fiumi artici
Il ciclo idrologico globale sta cambiando  

I corsi d'acqua dell'estremo nord scaricano nell'Oceano Artico quantità sempre maggiori di acqua dolce, a causa dell'intensificazione delle precipitazioni provocata dal riscaldamento globale. Lo sostengono i ricercatori dell'Hadley Centre for Climate Prediction and Research di Bracknell, in Gran Bretagna, in un articolo pubblicato sul numero del 21 gennaio 2005 della rivista "Geophysical Research Letters".
Lo scambio di acqua fra l'oceano, l'atmosfera e la terra viene chiamato ciclo idrologico globale. Man mano che il clima della Terra si riscalda, la velocità di questo scambio dovrebbe aumentare e, di conseguenza, anche le precipitazioni alle latitudini elevate e il deflusso dei fiumi. Ciò potrebbe alterare la distribuzione dell'acqua sulla superficie terrestre, con importanti conseguenze sociali ed economiche, oltre che modificare l'equilibrio dello stesso sistema climatico, comprese le correnti oceaniche. Attualmente l'acqua fredda scorre a grandi profondità nell'Oceano Atlantico verso sud, fino ai tropici dove si riscalda, risale e ritorna verso nord in superficie, garantendo così all'Europa settentrionale un clima temperato (mentre le stesse latitudini in Nord America sono ricoperte dalla tundra e dalla taiga).
I ricercatori Peili Wu, Richard Wood e Peter Stott hanno confrontato i dati delle osservazioni pubblicati negli anni passati con modelli e simulazioni. I risultati suggeriscono che le emissioni di gas serra dovrebbero intensificare il ciclo idrologico artico, e che questo verrebbe compensato da un calo delle precipitazioni nei tropici.
Il modello è stato messo alla prova con quattro simulazioni che tengono conto, oltre che delle attività umane, di fattori naturali come la variabilità solare e le eruzioni vulcaniche. I risultati mostrano un incremento stabile nella portata dei fiumi artici, soprattutto dagli anni sessanta in poi. Il tasso di incremento annuale è stato di 8,73 chilometri cubici sin dal 1965, molto superiore al trend a lungo termine.

Peili Wu, Richard Wood, Peter Stott, "Human influences on increasing Arctic river discharges", Geophys. Res. Lett., 32, L02703, doi:10.1029/2004GL 021570 (2005).

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giovedì, gennaio 27, 2005

Alghe contro l’influenza…al momento giusto!

Proprio mentre è in arrivo l’ondata del virus influenzale si scopre che l'assunzione di un estratto di carboidrati di un'alga verde sotto forma di pillola, il Respondin, aumenta in modo notevole la risposta immunitaria al vaccino dell'influenza nei pazienti con 50-55 anni di età. Per lo meno nell’anno 2000/2001. A questo periodo risale la ricerca in cui i ricercatori hanno somministrato due diverse dosi dell'estratto della microalga Chlorella pyrenoidosa a due gruppi di 41 persone sane per 28 giorni. Altri 42 partecipanti hanno invece ricevuto un placebo. Tutti hanno poi ricevuto per via endovenosa il vaccino antinfluenzale. I soggetti di età compresa fra i 50 e i 55 anni che avevano ricevuto la dose dell’estratto microalgale hanno mostrato risposte immunitarie al vaccino significativamente maggiori degli altri, senza alcun effetto negativo.

A cura di
Hadar Omiccioli - www.mareinitaly.it

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giovedì, gennaio 27, 2005
Acqua pura per lavaggi ecologici

Le macchie di unto possono essere pulite anche senza sapone. È sufficiente un lavaggio a base di sola acqua pura. È quanto afferma uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell'Australian National University di Canberra pubblicato sul Journal of Physical Chemistry. Anche se normalmente le tracce di unto non sono solubili in acqua, secondo gli scienziati australiani sarebbe possibile migliorare le qualità sgrassanti del liquido eliminando da esso ogni traccia di gas. La "degassazione" è un processo economico ed efficiente che può essere ottenuto pompando l'acqua attraverso una membrana porosa. Il liquido così ottenuto potrebbe essere poi spruzzato direttamente sui tessuti sporchi di grasso. In questo modo si riduce fortemente l'uso di detergente che contribuisce all'inquinamento ambientale. I ricercatori australiani hanno testato la loro scoperta inserendo dell'acqua "degassata" all'interno di tubicini contenenti gocce di olio. I risultati di questo semplice esperimento mostrano che l'olio si presenta all'interno del liquido sotto forma di sottili goccioline. Ciò dimostra la possibilità che l'acqua "degassata" può eliminare le macchie di unto trascinandole via dal tessuto. (m.cap.)
(mercoledì 26 gennaio)

www.galileonet.it

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mercoledì, gennaio 26, 2005

MAREMOTO: LIPU-BIRDLIFE, BIODIVERSITA' DA SALVARE

Gli aiuti vanno prima di tutto alle persone, per prevenire il diffondersi di malattie e ulteriori sofferenze, ma non bisogna dimenticare l'ambiente.

24 gennaio 2005 - E' questo l'impegno del ''dopo-tsunami'' per Mike Rands, Direttore di BirdLife International, il network mondiale di associazioni che difendono natura e uccelli nel mondo e che comprende la Lipu.
A questo scopo l'associazione naturalista avanza alcune proposte concrete per aiutare i Paesi asiatici colpiti dal disastro del terremoto e del successivo maremoto che si e' scatenato il 26 dicembre. E' un impegno a breve e lungo termine, volto a coniugare i primi urgenti soccorsi a iniziative di piu' ampio respiro, che consentano uno sviluppo economico rispettoso dell'ambiente.
''Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi annuncia Rands - lavoreremo per garantire un futuro alle comunità e alla biodiversità locale''. Birdlife - spiega il suo direttore - mira a ''facilitare, durante il processo di ricostruzione, l'integrazione tra le esigenze dello sviluppo economico e la protezione dell'ambiente''. In gioco sono ''gli habitat della costa, come per esempio le preziose foreste di mangrovia'', che necessitano operazioni di conservazione, ma anche di restauro.
L'azione di Birdlife si concentrera' soprattutto in un sistema di valutazione e diffusione delle informazioni, con un occhio di riguardo naturalmente alla biodiversita' dei volatili.
L'associazione si muovera' dunque in quattro direzioni.
Prima di tutto si trattera', secondo le parole del suo direttore di ''portare assistenza immediata per le popolazioni e per le piú importanti aree naturalistiche''. Si tratta di contribuire ''all'inizio del processo di ricostruzione delle comunità e dei servizi di base''.
In secondo luogo è necessario dare il via ad un'operazione di valutazione dell'entita' del danno e di individuazione delle aree piu' critiche. Bisognera', spiega Rands,''valutare rapidamente l'impatto dello tsunami sulle piú importanti aree per gli uccelli, ossia le Important Bird Areas, sulle aree chiave per la biodiversità e sulle loro comunità umane''.
A questa diagnosi iniziale dell'entita' e delle forme della distruzione seguira' un'altra fase in cui si forniranno ''informazioni e supporto ai soggetti responsabili dei programmi di sviluppo per evitare danni di lungo termine agli habitat naturali e alle popolazioni che dipendono da essi per il proprio sostentamento''.
Infine sara' necessario un sostegno alla ricerca, per ''aiutare gli studenti che si occupano di management delle risorse naturali, e che hanno perso le loro attrezzature e i loro insegnanti, a proseguire gli studi, in questa fase iniziale, soprattutto nella Provincia di Aceh a Sumatra''.
Una particolare preoccupazione - secondo Birdlife International - riguarda inoltre i danni a lungo termine che si possono essere verificati nei paesi asiatici colpiti dal maremoto. Molte zone umide della costa, ad esempio, sono state secondo l'associazione, probabilmente danneggiate in modo grave, non solo dalla forza dell'acqua, ma anche dal sedimentarsi di sale e detriti.
Queste azioni possono danneggiare gravemente le aree interessate: si possono prevedere cambiamenti a livello idrogeologico dovuti allo spostamento delle linee di costa e danni perpetuati alle difese naturali costiere.
Anche l'habitat di foreste che non sono state inizialmente colpite dallo tsunami, potrebbe subire danni in futuro proprio a causa dell'invasione dell'acqua marina: e' il caso delle aree forestali delle piccole isole all'interno delle Nicobar Islands e al largo di Sumatra.
La Birdlife esprime naturalmente preoccupazione anche per le specie di uccelli che popolano l'area colpita dallo tsunami.
Tanto piu' che nella regione si trovano 27 specie di volatili minacciate di estinzione a livello mondiale. Vivono proprio negli habitat che potranno subire nel futuro i danni dello tsunami.
In queste aree sono presenti tre zone che vantano una concentrazione unica di biodiversità: gli esperti le chiamano ''Endemic Bird Areas'' e vi vivono specie di uccelli che non sono presenti in nessun'altra regione del mondo.
''Siamo ancora troppo vicini alla tragedia spiega Rands per valutare nei dettagli come gli uccelli di questa regione siano stati colpiti''.
Tuttavia un primo bilancio sugli effetti dello tsunami per queste rare specie non e' del tutto negativo. ''Crediamo - sostiene Rands - che nonostante il gran numero di specie di uccelli presenti, solo poche di quelle già minacciate di estinzione siano state effettivamente colpite dagli effetti diretti dello tsunami''.
''Nessuna estinzione - aggiunge Rands - si e' verificata in seguito al maremoto. Ma sono necessari censimenti che lo confermino, in particolare alle isole Nicobar''.

(ANSA)

"Juvenile Anemonefish" © Andrew Dawson Wildlife Photography

Juvenile Anemonefish

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martedì, gennaio 25, 2005

Il pesce dagli occhi caldi

Il pesce dagli occhi caldiIl pesce spada (Xiphias gladius) è un pesce pelagico che può raggiungere notevoli dimensioni. Può, infatti, arrivare ad avere una lunghezza massima di 4 metri e mezzo ed un peso di ben 500 kg.
La “spada” che caratterizza questo pesce non è altro che il prolungamento della sua mascella superiore. Questa temibile arma ha bordi taglienti ed è circa un terzo della lunghezza totale. Vive nei mari temperati-caldi e in Mediterraneo si trova soprattutto in Sicilia, Calabria, regioni nelle cui acque effettua anche la riproduzione. È un pesce particolarmente vorace e per la sua notevole agilità può raggiungere facilmente i branchi di sardine e acciughe di cui principalmente si nutre.
Per catturare le sue prede raggiunge anche diversi metri di profondità, ma in che modo riesce ad avere una chiara visione delle prede in fondali così bassi è stato chiarito solo recentemente.
La temperatura ha una grande influenza sulla capacità della retina di questi pesci di reagire agli stimoli luminosi, come dimostrano alcuni studi condotti all’Università di Queensland in Australia.
Per far rimanere in buona efficienza l’apparato visivo il pesce spada riesce a mantenere gli occhi ed il cervello ad una temperatura che oscilla tra i 19 e i 28 gradi mentre l’acqua marina circostante è di circa tre gradi.
Non si sa ancora bene il motivo per cui una temperatura alta degli occhi e del cervello in questo tipo di pesci sia determinante per mantenere una così efficace capacità visiva nei bassi fondali marini. Il motivo potrebbe ricercarsi nel fatto che a basse temperature il sistema nervoso potrebbe danneggiarsi portando dei problemi anche alla vista.

A cura di
Claudio Gallucci - www.mareinitaly.it
 

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martedì, gennaio 25, 2005

L'ippopotamo… e quella balena di sua cugina

Ippopotami e balene sarebbero parenti molto stretti. Queste le conclusioni della ricerca di Jean-Renaud Boisserie paleontologo della University of California, Berkeley, pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences. Che l'ippopotamo avesse una notevole affinità genetica con i cetacei era cosa nota già da anni. Nel 1985, infatti, Vincent Sarich, un pioniere nel campo dell'evoluzione molecolare, trovò molte somiglianze nel dna dei due mammiferi gettando scompiglio tra chi riteneva improbabile una parentela stretta tra due animali così dissimili tra loro. Il modello evolutivo che oggi Boisserie propone potrebbe dirimere tutti i dubbi ancora esistenti poiché sarebbe suffragato dallo studio di particolari fossili rinvenuti in Pakistan nel 2001. Le ossa ritrovate, apparterrebbero a un animale acquatico munito di una sorta di arti, che potrebbe rappresentare l'antenato comune tra i due animali: già amante dell'acqua, sarebbe vissuto circa 50 milioni di anni fa. La sua evoluzione avrebbe dato vita a due gruppi: i cetacei, che divennero totalmente acquatici e gli Antracoteri, simili al maiale e semiacquatici, che si svilupparono in 37 nuovi generi. Questi sarebbero scomparsi tutti circa due milioni e mezzo di anni fa, eccetto uno, che ha lasciato come discendente l'ippopotamo. I cetacei dunque non sarebbero mammiferi a parte ma rientrerebbero in un largo gruppo di animali, chiamati Artiodattili, di cui fanno parte tra gli altri mucche pecore antilopi e giraffe. (m.zi.)
(lunedì 24 gennaio)

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Hippopotamus amphibius
Un ippopotamo (Hippopotamus amphibius) emerge da un fiume ricoperto di Pistia stratiotes in Botswana
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lunedì, gennaio 24, 2005

ARAGOSTE, DALLA VITA ALLA TAVOLA... MA COME?

Colloquio con Francesca Sotti, naturalista. Come venogno uccisi questi crostacei? Esistono sistemi meno cruenti?

24 gennaio 2005 - Le arargoste sono uno dei piatti più prelibati nella cucina a base di pesce. Chi gradisce mangiare questo piatto, ne esalta soprattutto la morbidezza della carne, il gusto. Forse però non tutti sanno come vengono uccisi qusti animali per ottenere tanto successo a tavola. Noi lo abbiamo domandato a Francesca Sotti, naturaslita.

Come vengono uccise le aragoste?
Il metodo che viene solitamente adottato consiste nel buttare l’animale ancora vivo in acqua bollente perché in questo modo la carne rimane più morbida e l’ebollizione intensifica ed esalta il colore rosso vivo tipico dell’aragosta.

Ci sono dei metodi alternativi per evitare che questi animali soffrano quando vengono uccisi?
In realtà esistono e vengono adottati metodi alternativi che però molti considerano ancora più cruenti. Buttando l’animale in acqua bollente, infatti, la morte dovrebbe essere istantanea. Ciò non avviene se l’animale viene immerso in acqua calda non ancora in ebollizione oppure quando più aragoste vengano buttate insieme in acqua bollente; in quest’ultimo caso il calore si disperde e non è più sufficiente a provocare la morte istantanea di tutti gli animali.
Chi non condivide comunque questa linea di pensiero adotta il metodo dell’uccisione meccanica, che però, oltre a rendere la carne più dura, comporta una reazione nervosa in seguito alla quale le varie parti dell’animale continuano a muoversi anche dopo il taglio.
Altri metodi consistono nel congelamento o nella morte indotta dall’esposizione prolungata all’aria o all’acqua dolce (senza rinnovarla provocando così il consumo di tutto l’ossigeno in essa disciolto). In questi casi però, secondo coloro che sostengono il metodo dell’acqua bollente, non si farebbe altro che prolungare l’agonia dell’animale verso una morte non più istantanea.

Il notevole interesse commerciale per le sue carni pregiate ha causato un forte declino della specie…Le aragoste che finiscono sulle nostre tavole sono di allevamento o di cattura e come vengono pescate?
L’Aragosta viene allevata in appositi vivai ma anche pescata. Fino a qualche decennio fa l’abbondanza della specie rendeva molto proficua la pesca in acque basse con l’utilizzo delle nasse, reti simili a una sorta di cesta ad imbuto in cui l’animale entra e rimane imprigionato pur restando vivo. Ora che la specie si è drasticamente ridotta, per una pesca più redditizia è necessario spingersi al largo e utilizzare le reti a strascico, con le quali però, issandole a bordo, molti animali si spezzano e vengono quindi scartati. Bisogna poi considerare che solo il 30% dell’animale, corrispondente alla muscolatura dell’addome, è commestibile.

Quali sono le caratteristiche delle aragoste?
L’Aragosta è un Crostaceo e, come tale, ha il corpo ricoperto da un esoscheletro, ossia uno scheletro esterno che è la parte più dura, l’”involucro” che si presenta ai nostri occhi quando osserviamo l’animale.
Il corpo, che può essere lungo fino a 50 cm, è suddiviso in tre parti: il capo e il torace, fusi tra loro e ricoperti dal carapace, l’addome costituito da più segmenti e la parte terminale chiamata telson.
Un’altra caratteristica evidente è la presenza di lunghe antenne ripiegate all’indietro che possono superare l’intera lunghezza dell’animale e fungono da sensori. Le aragoste hanno in tutto 13 paia di zampe, di cui le prime sono differenziate per l’alimentazione mentre le ultime 5 sono specializzate per la locomozione.

Dove vivono e dove si trovano?
Le aragoste vivono sui fondi marini rocciosi, tra i 15 e i 100 m di profondità. Ne esistono diverse specie: quella presente in Italia si trova nel Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale; le altre specie vivono nei mari tropicali, subtropicali e temperati, in particolare lungo le coste meridionali e sud occidentali dell’Africa, nei banchi rocciosi al largo dell’Australia e della Nuova Zelanda e nel Mar dei Carabi.

Come vivono e di cosa si nutrono?
Le aragoste vivono in anfratti naturali, presenti nei fondi rocciosi, dai quali fuoriescono soprattutto di notte per alimentarsi. Si nutrono di molluschi, ma anche di altri invertebrati e di pesci morti.

www.animalieanimali.it

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lunedì, gennaio 24, 2005
"Gestiamo meglio le acque"

Promuovere una buona gestione delle acque. E' questo l'obiettivo della "Dichiarazione Europea per una nuova cultura dell'acqua" presentata a Roma presso il Campidoglio il 14 gennaio scorso dall'associazione per la difesa del suolo e delle risorse idriche "Gruppo 183" e dalla Fundaciòn Nueva Cultura del Agua. Il documento, redatto da oltre 100 esperti europei di diverse discipline, università e istituzioni impegnati nel settore, analizza lo stato attuale della gestione delle acque, dai servizi idrici all'uso dell'acqua in agricoltura, passando per il ruolo delle nuove tecnologie e per la tutela degli ecosistemi acquatici, e individua delle proposte per renderla più equa e sostenibile in Europa e nel mondo. La dichiarazione, che sarà firmata a Madrid il 7 febbraio prossimo, intende supportare l'implementazione nei vari paesi della Direttiva Quadro sulle acque 2000/60, punta di diamante della legislazione ambientale. Promuovere la diffusione in tutti i paesi, infatti, sarà possibile integrare nel testo le istanze e le problematiche delle varie aree geografiche accomunate da simili problemi e proposte di gestione. Tra le organizzazioni che hanno dato il loro supporto ci sono la Commissione Europea, l'Unesco, Greenpeace, il Wwf, l'European River Network, Green Cross e Friends of the Earth. (r.p.)

(martedì 18 gennaio) www.galileonet.it

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domenica, gennaio 23, 2005
 Travestirsi conviene

I maschi più piccoli della seppia gigante australiana hanno trovato un modo astuto per superare quelli più grandi nella competizione per le femmine. Si fingono a loro volta femmine. Lo rivela una ricerca di Roger Hanlon del Marine Resources Centre del Massachusetts, in un articolo su Nature. Negli esperimenti organizzati dai ricercatori, mutando il loro colore e mimando gli atteggiamenti delle femmine, questi animali riescono infatti a ingannare con successo gli altri maschi, evitando di essere attaccati e avvicinandosi alla femmina 30 volte su 62 tentativi. La tattica comporta anche dei rischi, perché 41 maschi "travestiti" hanno subito tentativi di accoppiamento da seppie maschio più grandi. (f.mu.)


venerdì 21 gennaio - www.galileonet.it

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