lunedì, febbraio 28, 2005

Perché le meduse muoiono in poche ore dentro un acquario?

La medusa quadrifoglio (Aurelia aurita) è così chiamata per forma degli organi interni, che in trasparenza assomigliano, appunto, a un quadrifoglio. L'acquario non è un luogo adatto alle meduse perché c'è il rischio che questi animali vadano a sbattere o striscino contro le pareti. Le meduse infatti non devono mai urtare contro corpi duri né sfregare contro qualcosa di ruvido, perché si rompono o si feriscono. Fatte per il 90% di acqua, sono molto fragili, e basta il minimo urto per causare loro un danno che, oltretutto, facilmente si infetta.
Bisogna dunque che stiano in un flusso costante di acqua, studiato secondo le necessità e le misure di ogni specie, che le allontani dalle pareti senza però traumatizzarle con troppa energia.
Vasche per esperti. Non è detto che le meduse, termine che comprende molte specie dalle caratteristiche e dimensioni diverse, inevitabilmente muoiano se messe in cattività. Per esempio l'Acquario di Genova ha meduse che sopravvivono a lungo e si riproducono, grazie ad anni di studio e ricerca e con la continua assistenza di specialisti (biologi, veterinari ecc.) e di un laboratorio.

www.focus.it

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domenica, febbraio 27, 2005

Quante erano le balene?

Una nuova analisi genetica eseguita su una specie di balena che popola i mari del Giappone, la Balaenoptera bonaerensis, mostra che prima dell'inizio della caccia alle balene, il numero di esemplari di questa specie era molto più alto di quanto finora si pensasse. La scoperta, riportata su New Scientist, fa venire meno un argomento spesso usato dai balenieri giapponesi in favore della caccia a questi animali: il numero di individui della specie, essi sotengono, non sarebbe mai stato così elevato come oggi. La smentita arriva dal biologo Steve Palumbi del Stanford University's Hopkins Marine Station in California, che insieme ad altri colleghi ha analizzato le diversità genetiche presenti nel Dna della balenottera. Le diversità riscontrate all'interno di una stessa specie sono un buon indicatore del numero massimo di individui presenti nella storia della specie stessa, perchè un numero elevato di capi rende improbabile l'accoppiamento tra consanguinei. La cifra estrapolata con questo metodo risulta compresa tra 500.000 e un milione di esemplari presenti prima del 1800. Il dato è ben diverso dai 100.000 esemplari ipotizzati dal Iwc (International Whaling Commission) sulla base dei dati storici sul numero di capi uccisi, e rende addirittura inverosimile le ipotesi dei fautori della caccia, secondo i quali la specie avrebbe contato al massimo 20.000 capi. (m.zi.)

www.galileonet.it

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sabato, febbraio 26, 2005

Un po' di silenzio, per favore

Le megattere (Megaptera novaeangliae) usano le loro canzoni e i loro versi (ascoltali, nel multimedia dedicato ai "Suoni della natura") per comunicare a centinaia di chilometri di distanza. Sono queste canzoni nell'oceano che aiutano, per esempio, gli esemplari che perdono la strada di ritrovare la via del branco. Oggi gli scienziati hanno verificato che la quantità di rumore prodotto dagli uomini raddoppia ogni dieci anni, facendosi particolarmente forte in prossimità delle coste, dove le balene si nutrono e dove passano le loro rotte migratorie. Inoltre, copre i richiami dei maschi nei confronti delle femmine, impedendo loro di trovare un compagno.

www.focus.it

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sabato, febbraio 26, 2005

MONTALTO DI CASTRO, DELFINO UCCISO CON COLPO DI PISTOLA

Peta: atto gravissimo, si tratta di specie protetta

24 febbraio 2005 - Una stenella - una specie di delfino che popola il Mediterraneo - e' stata uccisa con un colpo d'arma da fuoco. Il ritrovamento della carcassa dell'animale e' avvenuto a Pescia Romana, una frazione di Montalto di Castro, Viterbo. "Un gravissimo atto di violenza che non puo' e non deve rimanere impunito- dichiara Ilaria Ferri, direttore del settore cattivita' e ambiente marino dell'associazione Animalisti italiani-Peta- l'uccisone di un animale selvatico appartenente ad una specie protetta e' da considerarsi fatto riprovevole e sul quale e' necessario intervenire su diversi fronti". E Ferri annuncia che l'associazione presentera' una denuncia, "correlata dal referto autoptico, effettuato dall'Istituto zooprofilattico del Lazio e Toscana al fine di fornire quanti piu' strumenti possano essere utili all'indagine gia' in corso, d'ufficio, da parte dei carabinieri di Montalto".
Il corpo dell'animale era in buono stato di conservazione, riferiscono gli anmalisti, e la morte era avvenuta nelle 48 ore precedenti. La carcassa aveva escoriazioni e lacerazioni in prossimita' delle pinne pettorali e del rostro, oltre all'evidente foro di entrata e di uscita in regione ventrale, riconducibile ad arma da fuoco. "L'animale probabilmente e' rimasto intrappolato in un attrezzo da pesca", aggiunge Ferri, supponendo che possa essere stato ucciso per questo. "Purtroppo questi episodi, non piu' isolati, ci impongono una seria riflessione- conclude la rappresentante di Animalisti italiani- poiche' il fenomeno sta assumendo connotazioni gravi per le quali e' necessario intervenire con azioni concrete e mirate alla prevenzione. A tale riguardo, inviero' una lettera alle capitanerie di porto perche' si adoperino in controlli capaci di individuare la presenza illegittima di armi da fuoco a bordo".

(Com/Ran/Dire)  

 
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venerdì, febbraio 25, 2005

Le tre specie di balena franca
La balena franca del Pacifico del Nord è geneticamente distinta da quelle dell'Atlantico 

Per la prima volta, gli scienziati hanno usato due tipi di materiale genetico - il DNA nucleare e quello mitocondriale - per verificare la designazione di una nuova specie di balena. Lo comunicano i ricercatori della Wildlife Conservation Society (WCS) e di altri gruppi in un articolo pubblicato nella rivista "Proceedings of the Royal Society: Biological Sciences". Lo studio, condotto da Carl Gaines e colleghi della WCS, dell'American Museum of Natural History, della Fordham University e dell'Università del Maryland, ha confermato che la balena franca del Pacifico del Nord è geneticamente distinta sia dalla balena franca dell'Atlantico del Nord, sia da quella del Sud, una designazione con importanti implicazioni per i tentativi di conservazione.
"Nel 2001 - spiega Howard Rosenbaum del WCS - avevamo confrontato campioni di DNA mitocondriale di singole balene provenienti da differenti bacini oceanici, scoprendo che le balene franche del Pacifico del Nord meritavano di essere designate come specie distinta. La nuova analisi, nella quale abbiamo usato DNA sia mitocondriale che nucleare, ha fornito prove ancora più solide a sostegno di questa revisione tassonomica, dimostrando che entrambi i tipi di materiale genetico possono essere usati in tandem per verificare e rivedere le classificazioni delle specie e, di conseguenza, dirigere gli sforzi di conservazione verso le popolazioni che ne hanno maggiormente bisogno". 

www.lescienze.it  

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venerdì, febbraio 25, 2005

Comunicazione nei cetacei

E' noto come i delfini possiedano un linguaggio altamente sviluppato che diventa una necessità nel momento in cui si vengono a formare complessi rapporti sociali con legami molto intensi tra gli individui. E' quindi in funzione del linguaggio che l'acustica dei Cetacei si è evoluta tanto da raggiungere una raffinatissima specializzazione.

Esistono miriadi di vocalizzazioni diversi per la durata, l'intensità la frequenza, la complessità, ma tra quelle più note ci sono sicuramente i fischi. Ogni specie sembra possedere un caratteristico "fischio firma", che non cambia nel tempo e lo rende ben identificabile.
Possono essere uditi anche a decine di miglia di distanza grazie all'evoluzione del loro apparato acustico che gli permette di percepire sia infrasuoni che ultrasuoni. Rappresentano un vero canale comunicativo consentendo agli individui di un branco di rimanere uniti anche se lontani: un modo efficace per riuscire a sentirli è quello di immergere un idrofono in acqua.

I Cetacei non aprono la bocca per emettere fischi o altri tipi di vocalizzazioni, né muovono muscoli; sembra invece probabile che i suoni siano generati a livello di estensioni tubolari della laringe.

Il sistema comunicativo di questi animali è estremamente flessibile: il loro vocabolario è virtualmente illimitato. Possono emettere fino a 50 segnali al minuto e organizzarli in sequenze come nel flusso del parlare umano. E' comunque da escludere che lo scambio di informazioni si limiti a semplici questioni di sopravvivenza, come ad esempio la ricerca di cibo, i predatori o la riproduzione.

Ad esempio, quando un delfino è arrabbiato sbatte la coda emettendo forti emissioni associate a vibrazioni delle mascella, oppure quando è eccitato aumenta la forza delle emissioni ravvicinandole tra loro e infine per comunicare che è contento produce una sorta di "cinguettio".

 http://animalweb2003.altervista.org/

"Bottlenose Dolphins" © Nicklin / Minden

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giovedì, febbraio 24, 2005

Maremoti e antichi fossili
Nuove ipotesi confermano la teoria dell'asteroide che uccise i dinosauri 

Una delle poche obiezioni che ancora resistono all'ipotesi di un asteroide che avrebbe ucciso i dinosauri è stata forse messa a tacere da uno studio pubblicato sulla rivista "Geology". Il gigantesco maremoto causato dall'impatto avrebbe infatti mescolato alla rinfusa molte testimonianze fossili, spiegando così alcuni incomprensibili ritrovamenti secondo i quali la caduta dell'asteroide e l'estinzione di massa non sarebbero legate fra loro.
Diversi geologi sostengono che il periodo del Cretaceo ebbe termine quando un asteroide largo 10 chilometri precipitò nel golfo del Messico, al largo delle coste dello Yucatan. Quel momento storico presenta tutte le caratteristiche di un disastro globale: un'estinzione di massa, un gigantesco cratere, detriti dell'impatto quali gocce di roccia solidificate, e tracce di iridio tipiche di un asteroide. Tuttavia, fossili della fine del Cretaceo sono stati trovati al di sopra di strati di roccia associati all'impatto, e Gerta Keller dell'
Università di Princeton ha usato queste prove per ipotizzare che l'estinzione sia avvenuta 300.000 anni dopo l'impatto.
Ora Tim Lawton della
New Mexico State University di Las Cruces e colleghi hanno dimostrato che i reperti fossili potrebbero essere stati "mescolati" dal gigantesco tsunami successivo all'impatto. Indizi precedenti avevano suggerito che le onde potrebbero aver raggiunto i 150 metri di altezza, portando acqua fino a 300 chilometri dalle coste. Il gruppo di Lawton ha studiato rocce nel bacino di La Popa, in Messico, scoprendo depositi stratificati che contengono un miscuglio di detriti provenienti dall'impatto dell'asteroide e fossili di diversi organismi che vivevano negli ambienti più disparati. "Si tratta di organismi - spiega Lawton - che in origine non vivevano di certo insieme". 

www.lescienze.it  

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giovedì, febbraio 24, 2005

"False Clown Anemonefish, Bali, Indonesia" © Bavendam / Minden

False Clown Anemonefish, Bali, Indonesia 

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mercoledì, febbraio 23, 2005

SCOPERTA, FORSE SOSTANZE CHIMICHE NATURALI NELLE BALENE

23 febbraio 2005 - Alcune sostanze chimiche nocive del tutto simili a quelle di sintesi trovate nel grasso di balena potrebbero non essere prodotte dall'uomo ma presenti in natura, e in particolare nelle spugne. L'ipotesi e' contenuta in un articolo pubblicato sull'ultimo numero di Nature, a firma di Emma Marris, che riporta i risultati di uno studio.
''Gli scienziati sottolinea Nature- sanno da anni che alcune sostanze chimiche di sintesi presenti nell'ambiente possono accumularsi nei tessuti degli animali, specialmente in predatori al vertice della catena alimentare, che mangiano animali contaminati. Queste molecole resistenti, chiamate composti organici alogenati, includono il DDT. Recentemente un gruppo di sostanze chimiche e' stato identificato in animali marini, ma la sua origine non e' nota''.
Lo studio ha preso in esame un esemplare di balena spiaggiato, del quale sono stati studiati circa 10 Kg. di grasso. Sono stati trovati metossi-polibromo-difenileteri (MeO-PBDE) che potrebbero giungere da ritardanti di fiamma prodotti dall'industria, alterati nel tempo da alcuni processi biologici, ma all'origine potrebbero esserci delle spugne. E' infatti stato dimostrato che una spugna dell'Oceano Indiano produce un MeO-PBDE, forse per scoraggiare predatori o parassiti. Molecole inalterate di ritardanti di fiamma sono state ritrovate in pesci e altri animali, latte marino incluso e grasso di balena. Chris Reddy, del Woods Hole Oceanographic Institution del Massachusetts, ha provato a rispondere a queste domande cercando in queste molecole i differenti isotopi del carbonio. I MeO-PBDE prodotti da piante o animali dovrebbero infatti contenere percentuali di carbonio 14 radioattivo, che e' presente in basse concentrazioni in tutto l'oceano.
''Il carbonio 14 era presente in quantita' paragonabili a quelle dell'oceano circostante - scrive Science. Questo suggerisce che queste sostanze siano un prodotto naturale''. Il gruppo di ricercatori che fa capo a Reddy suggerisce che si sia accumulato nella balena dopo che essa aveva mangiato qualcosa, forse un calamaro, che a sua volta aveva mangiato l'organismo 'produttore' della sostanza chimica. ''Dobbiamo pensare a come uomini e animali si sono evoluti in milioni di anni sottolinea Chris Reddy - . Abbiamo fabbricato queste sostanze solo dagli anni '30, ma il modo in cui reagiamo a questi prodotti ci fa pensare che cio' potrebbe essere stato programmato attraverso molte generazioni. Cio' puo' spiegare perche' alcuni enzimi di origine naturale possono degradare questo tipo di materiale''.
Le conclusioni dello studio riportato da Science sono che ''forse stiamo aggiungendo le nostre sostanze chimiche ad una minestra di sostanze chimiche gia' molto complessa''.

(ANSA)

"Humpback Whale, Alaska" © SuperStock, Inc.

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martedì, febbraio 22, 2005

STUDIO USA,TERRA PIU’ CALDA LO DICONO GLI OCEANI

Secondo lo Scripps Institution of Oceanography di Washington

22 febbraio 2005 - Nuovi studi sugli oceani e i ghiacciai artici di un equipe di esperti americani non lascerebbero dubbi: la Terra sta diventando sempre piu' calda per responsabilita' umane.
''Nuovi modelli matematici che studiano la temperatura degli oceani indicano in modo inequivocabile che il riscaldamento globale e' gia' cominciato'' ha detto Tim Barnett, dello Scripps Institution of Oceanography di Washington, in occasione dell'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science.
Secondo Barnett i modelli climatici che si basano sulla temperatura dell'atmosfera sono poco attendibili, poiche' ''non e' nell'aria che si avverte il riscaldamento globale: bisogna studiare gli oceani''.
Il suo gruppo di lavoro ha usato milioni di dati sulla temperatura registrati dall'US National Oceanic and Atmospheric Administration per calcolare il riscaldamento degli oceani.
Il rapporto e' stato pubblicato in occasione dell'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, sottoscritto da 141 nazioni ma non dagli Stati Uniti. Secondo gli esperti la calotta di ghiaccio della Groenlandia, che se si sciogliesse completamente farebbe salire globalmente il livello del mare di 7 metri, rischia di sciogliersi e potrebbe sprofondare improvvisamente. ''Il ghiaccio è in diminuzione ovunque nel pianeta''. Gli studi sull'Antartide hanno messo in luce anche le conseguenze su fauna e flora.
''Nel 1997 c'e' stato un crollo delle popolazioni di berta coda corta nel mare di Bering ha detto Sharon Smith dell' Università di Miami. Questi uccelli, che migrano dall'Australia, hanno avuto gravissimi problemi nel procurarsi il cibo: le acque piu' calde hanno provocato una proliferazione incontrollata di un tipo di plancton, il 'coccolitophine', che ha reso l'acqua di un turchese opaco, impedendo a questi uccelli marini di individuare le consuete prede''. Secondo l'esperta lo scioglimento del ghiaccio Artico ha trasportato via alghe che rappresentavano una importante risorsa alimentare per molti animali, oltre a far sparire i rifugi di molti grandi mammiferi quali i trichechi, gli orsi polari e le foche.
Ruth Curry (Woods Hole Oceanographic Institution) ha sottolineato come lo scioglimento dei ghiacciai stia influenzando il ciclo dell'acqua, con effetti sulle correnti marine e sul clima. In particolare il sistema di circolazione delle acque degli oceani sta collassando. L'ultima volta che e' accaduto, l'Europa del Nord ha sofferto di inverni estremamente freddi. I mutamenti climatici conclude il rapporto- stanno gia' causando siccita' negli Stati Uniti occidentali.

fonte: ANSA

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lunedì, febbraio 21, 2005

STRAGE DI PESCI, PESTICIDI VERSATI DA AZIENDE IN CANALE DI BONIFICA
La scoperta del Corpo Forestale in provincia di Matera

20 febbraio 2005 - Gli uomini del Corpo forestale del comando provinciale di Matera hanno scoperto la causa di una moria di pesci accertata nello scorso novembre in un canale di bonifica nei pressi di Metaponto. Nelle acque dei canali e tra la vegetazione ripariale erano presenti carpe, tinche, cavedani, anguille, muggini, granchi d'acqua dolce, bisce ad altri animali acquatici sterminati.
Dalle accuratissime indagini e' emerso che la moria della fauna ittica e' stata causata dallo sversamento di fenthion, insetticida utilizzato nella lotta contro diversi insetti di agrumi, pesche, olive e uva.
E' stato sversato in consistenti quantita' nel canale di bonifica da alcune aziende agricole frontiste. Il personale del Corpo Forestale ritiene che i dipendenti delle aziende possano aver smaltito i residui dei pesticidi utilizzati per i trattamenti delle coltivazioni nei canali o lavato le botti adoperate per irrorare le stesse coltivazioni riversando le acque di lavaggio nei corpi idrici.
Quattro persone sono indagate per smaltimento ed immissione in acque superficiali di rifiuti pericolosi, scarico di acque reflue contenenti sostanze pericolose in canali di bonifica, uccisione di fauna ittica mediante scarico in canali di bonifica di sostanze tossico-nocive e getto di sostanze pericolose in canali di bonifica.
L'ipotesi che si trattasse di un insetticida era apparso subito chiaro perche' nella rete irrigua era stata esclusa la presenza di sostanze tossico-nocive facendo quindi pensare che le sostanze fossero state versate direttamente nei canali di scolo. Dalle analisi dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Foggia e' emerso che le carcasse dei pesci ('teleostei') prelevate nei canali risultavano tutte positive agli 'esteri fosforici', classe di sostanze a cui appartengono molti pesticidi utilizzati in agricoltura. Il personale del comando stazione forestale di Montescaglioso ha quindi eseguito ispezioni presso le aziende agricole frontiste dei canali di bonifica identificando le persone che avevano eseguito trattamenti alle colture con esteri fosforici.
Dai risultati delle analisi dell'Arpab (agenzia regionale di protezione dell'ambiente) e' emerso anche che in alcuni campioni d'acqua prelevati nei canali e di agrumi era presente il Fenthion, anche se a basse concentrazioni. L'abbassamento delle concentrazioni al momento dei prelievi dei campioni d'acqua per i laboratori e' stato causato dalla diluizione prodotta dalla notevole portata idrica del canale nel lungo lasso di tempo intercorso tra lo sversamento dei pesticidi ed il rinvenimento della fauna morta.
L'Arpab ha effettuato anche studi bibliografici, in particolare acquisendo le pubblicazioni effettuate dalla 'Pesticide Action Network North America' di San Francisco che contengono test tossicologici sugli effetti relativi all'esposizione ai pesticidi su vari organismi acquatici. Dalla lettura delle pubblicazioni emergeva che concentrazioni nell'acqua di Fenthion da 1,7 a 6,5 microgrammi/litro sono sufficienti per uccidere le carpe. Altri dati acquisiti dal personale del Cfs dimostrano che concentrazioni nell'acqua della sostanza di circa 20 microgrammi/litro sono sufficienti per causare la morte delle anguille.
Infine, dosi ben piu' massicce avrebbero determinato anche la morte delle bisce e degli altri rettili ritrovati nei canali che hanno ingerito direttamente la sostanza tossico-nociva o si sono cibati di altri animali gia' contaminati nella propria catena alimentare. Gli accertamenti hanno quindi portato a scoprire la causa dello sterminio della fauna ittica. Nell'operazione, che si e' avvalsa di nuove metodologie investigative e di tecnologie avanzate, fondamentale e' stata, come sottolinea il comandante provinciale del Cfs, Giuseppe Giove, la concertazione con gli altri organismi e amministrazioni impegnate nel campo della tutela ambientale (Arpab, Asl 4, Istituto Zooprofilattico di Puglia e Basilicata).

(Nfr/Col/Adnkronos)

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lunedì, febbraio 21, 2005

Santuari da ristrutturare

Santuari da ristrutturareI cosiddetti Santuari dei Cetacei sono delle aree marine protette istituite grazie ad accordi internazionali tra le diverse nazioni interessate. Nel Mediterraneo, ad esempio, ne esiste uno chiamato “Pelagos” o “Santuario dei Cetacei” che è nato dall’accordo da un accordo tra Francia, Italia e Principato di Monaco. Questo santuario interessa una superficie di mare di circa 90.000 Kmq situata tra la penisola di Giens, Francia, la costa settentrionale della Sardegna e la costa tra il Lazio e la Toscana. In questa oasi protetta sono presenti la balenottera comune, la stenella, il delfino comune, il capodoglio ed altre specie di mammiferi marini.
Le più importanti di queste oasi marine si devono all’IWC (Commissione Baleniera Internazionale) che opera fin dal 1946 con lo scopo di garantire la conservazione delle popolazioni di balene.
Recentemente un gruppo di ricercatori indipendenti ha messo in dubbio la validità scientifica di questi santuari. Secondo questi ricercatori le oasi protette attualmente in funzione presentano alcuni difetti. Intanto i loro confini sono del tutto arbitrari e quindi alcune volte “violati” dai mammiferi marini che si ritroverebbero così in zone non protette dalla caccia; poi c’è il problema dell’inquinamento che interessa anche queste zone ed infine la mancanza di una chiara regolamentazione sulla ambigua caccia alle balene per scopi scientifici.
Si tratta quindi di frenare anche questa cosiddetta caccia scientifica e di riconsiderare i confini dei santuari marini in modo da ripristinare la funzione originaria di queste aree protette per far sì che possano svolgere al meglio la loro attività di protezione dei grandi mammiferi marini. 

www.mareinitaly.it   

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