sabato, aprile 30, 2005

CAMPI ELETTROMAGNETICI PER SALVARE PESCI DA CENTRALE ELETTRICA

30 aprile 2005 - Un campo elettromagnetico realizzato espressamente dall' uomo, facendo ricorso a moderne tecnologie, dissuadera' i pesci del torrente Artanavaz dal proseguire la loro corsa e finire nelle condotte per la produzione di energia elettrica.
La nuova tecnica e' in fase di sperimentazione sul torrente Artanavaz, all' altezza della presa d' acqua che alimenta la centrale idroelettrica di Gignod. L' iniziativa e' stata realizzata dalla Cooperativa elettrica di Gignod in collaborazione con il Consorzio Pesca Valle d' Aosta.
''Si tratta - ha commentato Antonio Crea, presidente del Consorzio - di una collaborazione che ha portato alla progettazione di impianti a basso livello ambientale, nel senso che oltre all' impatto visivo viene anche salvaguardato l' impatto sulla fauna ittica''. Nella presa, infatti, e' stata realizzata anche una ''scala di risalita'', che consente ai pesci di superare il salto costruito per la captazione della condotta. Secondo quanto riferito da Crea, il sistema del campo elettromagnetico che dissuade i pesci dall' avvicinarsi troppo alle bocche di presa che li porterebbe poi direttamente nelle turbine della centrale, e' il primo del genere realizzato in Italia.

(ANSA)

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venerdì, aprile 29, 2005

SQUALO BIANCO, PERICOLO NEI MARI O PIATTO PRELIBATO?

L’Italia è tra i maggiori importatori di carne di questo predatore che è ormai a rischio estinzione. Cerchiamo di conoscerlo meglio con l’esperto Riccardo Sturla Avogadri, direttore di sharkacademy

28 aprile 2005 - L'Italia, con circa 12 mila tonnellate all'anno, è uno dei maggiori importatori di carne di squalo. Gli squali, infatti, sono sempre più apprezzati anche oltre le frontiere asiatiche e questo potrebbe portare all'estinzione entro il 2017 di molte delle circa 100 specie commestibili. Ogni giorno, infatti, vengono uccisi 270mila animali tra quelli a rischio estinzione. Gli ambientalisti inglesi, intanto, hanno chiesto che le bistecche di squalo fossero cancellate dai menù dei ristoranti. Ne parliamo con Riccardo Sturla Avogadri.

Riccardo, cosa ci puoi dire sul fatto che l'Italia è uno dei maggiori importatori di carne di squalo?
Sì, in effetti ho portato con me alcuni certificati originali di importazione, che attestano le quantità di carne di squalo importate in Italia, il più delle volte entra come carne di pesce spada o come squalo e poi rivenduta per altro pesce.

In giro per il mondo ti è capitato di imbatterti in confezioni di carne di squalo?Sì, certamente. Ho trovato scatole della famosa zuppa di pinne di pescecane ad Hong Kong e pinne di squalo in vendita in un centro specializzato in Africa.

Ci confermi che queste carni non sono poi così commestibili?
Va anche detto che le carni di questi grandi pesci non sono sempre sicure: 'in molti casi, infatti, le percentuali di elementi tossici e di mercurio sono infatti assai elevate, perchè questi animali ''metabolizzano” male alcune sostanze.

Riccardo, lo squalo bianco è una specie protetta?
Sì lo squalo bianco è una specie protetta, che da settembre dell'anno scorso è passato da annesso tre del Cites ad annesso 2 assieme lo squalo balena e lo squalo elefante. Questo significa che finalmente ne è regolamentata la sua importazione ed esportazione.

Ciao Riccardo, a proposito di squali bianchi, ho saputo che Carlo Rambaldi sta collaborando con te. Per quale motivo?
Abbiamo costruito insieme uno squalo bianco di sei metri io ho curato la parte scientifica dello squalo e lui il movimento delle pinne, abbiamo iniziato, facendo un modellino in scala per poi riprodurne uno a grandezza naturale. Lo abbiamo fatto in polistirolo rivestito in resina presso gli studi cinematografici della logical art di terni, azienda fondata da 3 allievi di Carlo Rambaldi che è l’unico italiano vincitore di 3 oscar con King Kong, Alien ed E.T., ora presidente onorario della sharkacademy-onlus.
A differenza di e.t. e delle altre creature che erano fatte in schiuma di lattice, ho deciso di costruirlo in questo modo per farlo durare nel tempo. Lo abbiamo costruito per fiera della subacquea a Genova, infatti era all'ingresso dell'Eudi show e avevamo pure 300 metri quadri di esposizione, ora lo squalo è a Bologna e poi andrà a Torino.

E’ vero che lo squalo più pericoloso non è lo squalo bianco ma lo squalo nutrice?
Si, sono tornato dalle Maldive e ho filmato lo squalo nutrice fulvo, in realtà gli squali nutrice sono solo di 2 specie, il ginglimostoma cirratum e il nebrius ferrugineus.
Il nebrius si trova nell'oceano indiano, essendo uno squalo tranquillo, le persone lo disturbano tirandogli la coda e lui si arrabbia rivoltandosi e mordendo il subacqueo. Io ho inventato dei segnali identificativi per comunicare al subacqueo il tipo di squalo avvistato con dei gesti delle mani infatti il segnale dello squalo nutrice e' una mano semichiusa a pugno. Sul nostro sito
www.sharkacademy.it alla sezione segnali identificativi, ci sono le spiegazioni di tutti i segnali per comunicare sott’acqua.

M. D’Amico - www.animalieanimali.it

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venerdì, aprile 29, 2005

La vendetta del mare (o giustizia divina!) per aiutare le balene...

Si ribalta imbarcazione di balenieri. Un morto e tre scomparsi

28 aprile 2005- Anchorage. Potrebbe essere un episodio tratto dal capolavoro di Herman Melville, "Moby Dick". Invece, il tragico incidente occorso nella serata di ieri al largo delle coste dell'Alaska non è uscito dalla penna di un romanziere. Un uomo è morto e altre tre persone risultano scomparse, dopo che una piccola imbarcazione utilizzata dagli eschimesi per la caccia alle balene si è ribaltata nelle acque ghiacciate dello stretto di Bering.
L'equipaggio, composto da sei persone, stava rimorchiando a riva una balena, quando le onde hanno cominciato ad alzarsi per un cambiamento improvviso delle condizioni meteorologm¦he, causando il ribaltamento del mezzo. L'imbarcazione era solo una delle sette che ieri avevano preso il mare per andare a caccia dei cetacei: misurano all'incirca cinque metri e sono fabbricate in pelle di animale.
Gli scomparsi sono il sindaco del villaggio di Gambel, a nordest di Anchorage, Jason Nowpakahok, sua figlia e suo nipote, entrambi di undici anni. Le ricerche sono condotte da un velivolo della guardia costiera, mentre tutte le imbarcazioni sono state costrette a rientare perchè le condizioni del mare non consentono la navigazione.
Nei villaggi eschimesi, la caccia alle balene è autorizzata a esclusivo scopo di alimentazione e in osservanza delle tradizioni locali. La stagione della caccia è iniziata la settimana scorsa.

(Ap)

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giovedì, aprile 28, 2005

DELFINI OPPORTUNISTI, ANTIFURTO RETI RICHIAMO PER CIBO
Ricerca dell'Icram, allo studio contromisure per difendere la pesca

28 aprile 2005 - Delfini del Mare Nostrum opportunisti e raffinati scippatori. Quando si parla di cibo non guardano in faccia a nessuno. Per i tursiopi, abituati a muoversi lungo costa, le reti da pesca rappresentano una quotidiana tavola gia' imbandita. Neanche l'uso di antifurti posizionati sulle reti possono molto contro l'assalto di questi ghiotti cetacei. E cosi' il forte rumore emesso dai transistor, piu' che allarme di allontanamento diventa per i tursiopi una sorta di campanella della ricreazione. Da 5 anni l'Istituto per la ricerca marina del Ministero dell'Ambiente, Icram, sta studiando l'impatto dei delfini sul sistema pesca cercando di rispondere alla domanda se la scienza riuscira' a difendere i pescatori dagli scippi dei tursiopi.
Foto Letterio M. Tringali Ketos''E' curioso pensare ai delfini, campioni di simpatia, amati da tutti - afferma il presidente dell'Icram, Folco Quilici - come a raffinati scippatori, ma in certi casi e' cosi'''. E cosa scippano? ''Naturalmente i pesci finiti nelle reti dei pescatori, in particolare le triglie in Sardegna e le sogliole nell'Alto Adriatico'', spiega il biologo marino Giancarlo Lauriano, ricercatore dell'Istituto, che ha recentemente reso noti i risultati della ricerca.
Gli ultimi mezzi sperimentati dai ricercatori marini per evitare gli scippi sono stati i dissuasori acustici, i 'pinger', che emanano suoni sgraditi ai delfini e che vengono collocati tutto intorno alle reti, uno ogni 200 metri, vicino ai galleggianti. ''All'inizio - riferisce l'Icram - gli apparecchi hanno egregiamente svolto la loro funzione, poi i delfini si sono abituati a questi suoni e hanno finito con il considerarli come segnalatori di cibo''.
''Risultati - ha detto Lauriano - che rispecchiano situazioni rilevate anche in altre zone del Mediterraneo e fuori dal bacino. I tursiopi sono molto opportunisti nelle abitudini alimentari - prosegue il biologo - e sfruttano le attivita' umane per sfamarsi. La soluzione del deterrente acustico puo' essere utilizzata per periodi limitati e comunque non puo' andare sopra un certo livello di rumore altrimenti c'e' il rischio di danneggiare l'udito di questi cetacei''.
I 'pinger' somigliano a piccole boe di 20 centimetri. I transistor emettono rumore intorno ai 150 decibel sia nel campo dei suoni udibili all'orecchio umano che nel campo degli ultrasuoni abbracciando tutto lo spettro acustico dei cetacei.
''Si tratta di una sorta di forte ronzio - riferisce Lauriano - che all'inizio funziona perche' e' nuovo. Poi l'orecchio dei tursiopi ci fa l'abitudine e anzi sfrutta questo ronzio come segnalatore di cibo''. La ricerca, condotta nelle acque di Stintino, nel nord ovest della Sardegna, ha preso in considerazione anche la situazione nazionale relativamente alle specie e alle reti prese di mira.
''I tursiopi si dirigono soprattutto sulle reti dove ci sono triglie di scoglio e sogliole - riferisce il biologo dell'Icram - ma anche merluzzi e naselli. Il fenomeno e' diffuso in tutta la penisola con picchi nel Tirreno''. I problemi maggiori sono stati riscontrati in Sardegna, Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Lazio, Toscana, Liguria e Friuli Venezia Giulia.
Riduzione del pescato, danneggiamento (pesci morsicati e amputati), buchi e strappi nelle reti con conseguente riduzione della capacita' di cattura gli effetti degli attacchi.
E se i sonar non funzionano, o almeno funzionano parzialmente, gli studiosi cercano contromisure. Alcune riguardano interventi per ridurre il rumore dei motori dei pescherecci (''anch'essi riconoscibili dai delfini e assimilati al cibo'') e quello dei verricelli usati per calare le reti, diversificazione degli orari e del numero di operatori su una zona nello stesso momento. Ma ci sono anche soluzioni economiche: valutare i danni dei predatori e fissare una una tantum di compensazione delle perdite, come nel Nord Europa per i predatori terrestri.

(ANSA)

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mercoledì, aprile 27, 2005

Cocco di mamma

Ora, a una settimana di vita, sono perfino simpatici, anche se già non hanno un'aria molto rassicurante nell'ora della pappa presso lo zoo Taronga di Sydney (Australia). Dategli qualche anno di tempo e questi piccoli coccodrilli di appena 20 centimetri raggiungeranno i 5 metri di lunghezza (ma anche 6-7) e diventeranno feroci predatori.
Il coccodrillo marino (Crocodylus porosus), così chiamato perché vive presso le coste marittime di Australia settentrionale, Nuova Guinea e Indonesia, si nutre da adulto di grosse prede come bufali, cinghiali e scimmie. Attende le sue prede nascondendosi a pelo d'acqua, con solo narici, occhi e parte delle schiena visibili. Un balzo e generalmente non c'è scampo per l'animale attaccato, chiuso nella morsa delle sue mandibole.

da www.focus.it

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mercoledì, aprile 27, 2005

DELFINI SPIAGGIATI… PERCHE’?

Intervista ad Alessandro Bortolotto, Presidente Centro Studi Cetacei Italiano

26 aprile 2005 - Alessandro, perché un delfino può rischiare lo spiaggiamento?
In realtà non esiste una risposta univoca a questa domanda. Esistono diverse possibilità che variano dallo spiaggiamento di un singolo individuo che di norma è causato da un evento di natura clinica (sia esso legato a patologie oppure a traumi) a spiaggiamenti di massa i quali comprendono fenomeni legati a problemi clinici (che però interessano inizialmente solo alcuni esemplari) e socio-comportamentali (per i quali molti individui non presentano necessariamente motivi clinici per spiaggiarsi). Dopo un certo periodo trascorso sulla spiaggia subentrano però delle complicazioni. Sono queste che rendono uno spiaggiamento di massa, nonostante le assunzioni iniziali, un problema di difficile soluzione, anche a livello logistico.

Si è detto che tra i motivi dello spiaggiamento dei 69 delfini della Florida ci possa essere stata l'attivazione di un sonar militare che li abbia disorientati... è possibile questo?
delfini spiaggiatiPossibile anche se non facilmente provabile. La specie coinvolta nello spiaggiamento di cui parli, come anche nel caso dell'ingresso nel porto di Haifa, in Israele, è lo Steno bredanensis (in italiano chiamato semplicemente Steno). E' interessante notare che altri spiaggiamenti avvenuti lungo le coste israeliane hanno avuto luogo sempre nel periodo febbraio-aprile (apparentemente in concomitanza con eventi migratori). Anche in Florida hanno avuto luogo altri spiaggiamenti di massa di questa specie come quello avvenuto nel 1961. Attualmente molti animali spiaggiatisi nelle Keys sono stati eutanasizzati dopo averne verificato le condizioni cliniche; molti altri (circa 15) sono attualmente ospitati in centri di recupero specializzati. I decessi finora sono stati intorno alla trentina di esemplari.
Solo i referti delle necroscopie attualmente in corso (su 9 esemplari) daranno una risposta chiara sul possibile coinvolgimento di patologie legate all'utilizzo di sonar.

Ci sono altre cause che è possibile individuare?
Certo. I fenomeni coinvolti in spiaggiamenti di massa come dicevamo prima non sono sempre così identificabili come nel caso di spiaggiamenti singoli. Una delle cause attualmente in esame nel caso della Florida è la possibile intossicazione da tossine algali anche perché nel mese di gennaio è stato osservato in quella zona un boom di fioriture algali e questi fenomeni sono in passato già stati associati a fenomeni di spiaggiamento di massa. Bisognerà attendere ancora qualche giorno perché i primi risultati delle analisi siano resi disponibili alla comunità scientifica. Degno di nota è il fatto che quasi tutti gli animali coinvolti in questo caso erano purtroppo femmine con i loro piccoli oppure ancora in gestazione. Diversi esemplari hanno perso i loro neonati o hanno abortito in seguito allo spiaggiamento o forse proprio in seguito all'ingestione di sostanze che possono causare aborti o nascite premature.

In che modo è possibile salvare un delfino spiaggiato?
Il problema è la velocità dell'intervento, la gravità delle patologie e la presenza nei primi momenti di veterinari specializzati nella medicina di emergenza applicata ai mammiferi marini. Questo può fare la differenza. Negli Stati Uniti dove ho avuto la fortuna di partecipare alle attività delle stranding networks in Maryland, Virginia e Delaware gli esemplari sono seguiti da personale specializzato, legato a strutture private abituate al mantenimento di mammiferi marini. Negli USA è chiaro come l'intervento sia preciso, veloce e spesso supportato a livello economico sia da speciali leggi che da sovvenzioni di varia natura. Purtroppo spesso i costi sono un deterrente. Critico è riuscire velocemente a valutare la gravità della situazione, a effettuare le analisi necessarie e a intervenire ospedalizzando l'animale in strutture adeguate. Molto spesso, per semplice che possa apparire, l'idratazione dell'esemplare spiaggiato è forse l'azione più importante da effettuare nei primi momenti successivi al ritrovamento dell'esemplare.

In che modo un delfino spiaggiato, ritorna alla liberta? E' un procedimento lento o breve?
Questo è un argomento delicato. Dal momento che siamo professionisti del settore dobbiamo, prima di intervenire, sapere quale sarà il destino dell'esemplare qualora il nostro intervento abbia successo. Non è sempre implicito che il rilascio in natura sia la scelta corretta per il soggetto (o per gli esemplari che incontrerebbe). Tieni conto che uno spiaggiato (a parte casi di esemplari con traumi di natura meccanica, tipo ferite, contusioni, etc.) presenta quasi sempre patologie più o meno gravi che lo avrebbero sicuramente portato al decesso nel suo ambiente. Ciò comporta l'utilizzo di farmaci di diversa natura che potrebbero una volta reintrodotto causare problemi alle popolazioni in natura che sopravvivono per selezione naturale (problemi di resistenza batteriche, etc.). A questo aggiungerei che spesso abbiamo a che fare con neonati o subadulti in fase pre-svezzamento. Esemplari che in natura non sarebbero in grado di sopravvivere da soli.
In alcuni paesi il rilascio di esemplari in giovane età è vietato per protocollo operativo. Nei pochi casi in cui è possibile ed è stato fatto è un processo i cui tempi sono legati al recupero dell'animale, alla sua non-abituazione all'uomo e importantissimo alla possibilità di seguirlo una volta rilasciato (con trasmettitori VHF oppure con sonde satellitari).

Australia, decine di cetacei spiaggiatiQual è la situazione in Italia?
In Italia la situazione non è delle più semplici. Il problema è normativo. Il CSC è formato da un gruppo di persone che da anni lavora a titolo di volontariato su specie selvatiche protette dalla legge. Ricordo che l'intervento su esemplari di queste specie riguarda diversi livelli di tutela e di responsabilità (dalla CITES, al Ministero dell'Ambiente per non parlare degli aspetti sanitari). Credo sia quanto mai necessario che gli Enti competenti riconoscano il nostro operato e ci garantiscano anche la possibilità di migliorare la qualità del nostro servizio. Anche perché la rete nazionale italiana è stata recentemente presa a modello a livello mediterraneo come esempio di organizzazione e funzionalità. In realtà c'è ancora molto da fare ma sono convinto che i tempi siano maturi per riuscire a rafforzare i nostri sforzi. Ricordo che esiste un centralino dedicato per segnalare qualunque evento di spiaggiamento di cetacei e tartarughe lungo le coste italiane (02.58.24.00.50) nonché un sito internet
www.centrostudicetacei.org

Quanti delfini recuperate in media all'anno? Quanti ne riuscite a salvare?
Per darti un'idea dei numeri, il Centro Studi Cetacei che rappresento è intervenuto nel periodo 1986-2003 su 3177 casi di spiaggiamento di cetacei. Ogni anno indicativamente si spiaggiano 100/150 animali di cui solo una decina circa ancora in vita. Di questi animali fondamentalmente si contano su una mano gli esemplari rilasciati mentre la maggior parte di essi non sopravvive allo spiaggiamento. Il CSC ha un disperato bisogno di aiuti economici e logistici. Il processo di professionalizzazione dell'intervento è lungo e ha dei costi che non possiamo sostenere da soli anche se un primo corso di formazione e di primo intervento lo abbiamo già realizzato l'anno scorso.

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martedì, aprile 26, 2005

ECOSISTEMI OCEANICI, LA FRANCIA SPOSA IL PROGETTO COMUNITARIO
Al via Eur-Oceans

26 aprile 2005 - Da uno degli ultimi rapporti pubblicati dalle Nazioni Unite sulla salute del pianeta è emerso che il 60% degli ecosistemi che rendono possibile la vita sulla Terra è stato danneggiato. Si tratta di un'evoluzione allarmante, secondo l'Onu, che tocca soprattutto gli ecosistemi marini, fondamentali il controllo del clima. E' per questo che la Francia ha deciso di passare all'azione concreta abbracciando il nuovo progetto comunitario sugli ecosistemi oceanici. Durante un suo intervento in occasione della presentazione di un nuovo progetto del Sesto programma quadro (6PQ) sugli ecosistemi oceanici, il ministro della Ricerca francese François d'Aubert ha accolto con favore l'iniziativa EUR-OCEANS, volta a sviluppare strumenti avanzati di modellizzazione mediante lo studio dell'evoluzione degli ecosistemi marini in relazione ai cambiamenti climatici e alle problematiche della pesca. EUR-OCEANS è un progetto quadriennale che riunisce 160 scienziati di 66 istituti di ricerca e università di 25 paesi.
La Commissione europea lo finanzierà con 10 milioni di euro. Verranno svolte attività di ricerca in regioni quali l'Atlantico settentrionale e i mari ad esso adiacenti (Mediterraneo e Baltico), gli oceani polari (Artico e Antartico) e i sistemi costieri di risalita di acque profonde in Portogallo e in Sudafrica. L'obiettivo di EUR-OCEANS è conseguire un'integrazione duratura delle organizzazioni di ricerca europee che si occupano del cambiamento globale, degli ecosistemi marini e di altre discipline scientifiche del settore. Tre comunità di ricerca, che per tradizione hanno sempre operato in maniera indipendente, verranno ora riunite grazie al progetto: gli ecosistemi pelagici, la biogeochimica e l'approccio ecosistemico alle risorse marine. Si procederà alla graduale integrazione dei programmi di ricerca al fine di "sviluppare modelli per la valutazione e la previsione delle ripercussioni del clima e del contributo antropogenico sulla dinamica della rete alimentare degli ecosistemi pelagici in mare aperto", spiegano i partner del progetto.

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domenica, aprile 24, 2005

FORZE ARMATE AUSTRALIA CONTRO ATTIVITA' DI FRODO
Sequestrati ventisette pescherecci indonesiani

23 aprile 2005 - Le autorita australiane hanno catturato 27 imbarcazioni impegnate nella pesca di frodo nelle acque territoriali a nord del continente, e ritengono di aver assestato un duro colpo ad un racket asiatico del crimine,nell'operazione piu massiccia nella storia del paese contro la pesca illegale.
L'operazione di nove giorni, cui hanno partecipato il servizio dogane, unita militari delle tre armi, la guardia costiera e funzionari dellimmigrazione, con la collaborazione delle autorita indonesiane, ha fatto ricorso in alcuni casi a spari di avvertimento ed allabbordaggio di pescherecci. Sono stati catturati 240 membri degli equipaggi.
Ventisette dei pescatori e marinai sono stati imputati di pesca illegale e dovranno comparire la prossima settimana in tribunale, dove rischiano multe pari a 150 mila euro ciascuno. Altri 109 individui restano sotto indagine.
Il ministro per la pesca Ian Macdonald, nel descrivere i risultati della 'operazione Clearwater', ha detto che per la maggior parte i 27 barconi sequestrati saranno dati alle fiamme perche non possano piu saccheggiare le nostre riserve ittiche, invece di essere rimpatriati in Indonesia come nel passato.
L'Australia tenta da anni di impedire a imbarcazioni dei villaggi pescherecci dell'Indonesia dal condurre nelle sue acque pesca di frodo di pregiati molluschi e di squali, ricercati questi ultimi per via delle pinne, una ghiottoneria della cucina asiatica. Due dei pescherecci intercettati negli ultimi giorni sono tuttavia muniti di raffinati equipaggiamenti di navigazione, radar e di comunicazione ha spiegato Macdonald il che indica la presenza di operazioni commerciali di larga scala.
Alcune delle imbarcazioni avevano a bordo oltre una tonnellate di pesce ed erano munite di impianti di refrigerazione e di navigazione satellitare. Le indagini continuano, ma vi sono gia le prove di unattivita criminale organizzata e transnazionale, ha detto il ministro.

(ANSA)

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sabato, aprile 23, 2005
Reti fuorilegge

Per delfini e capodogli il Mediterraneo non è ancora un mare sicuro. E i frequenti episodi di cattura accidentale dovuti all'impiego di reti da pesca derivanti non lasciano dubbi. "Eppure non dovremmo essere qui a parlarne", ha detto Walter Caporale, presidente degli Animalisti Italiani, presentando oggi a Roma, un ricco dossier sui danni provocati da un tipo di pesca che, nonostante i divieti, è ancora praticato nel nostro paese. Il regolamento 1239/98 dell'Unione Europea prevedeva infatti il bando totale delle reti pelagiche derivanti (le cosiddette spadare) già a partire dal 2002. Si tratta di reti non selettive, lunghe anche più di due chilometri, posizionate vicino alla superficie dell'acqua, che causano ogni anno la morte di cetacei, tartarughe ed uccelli marini. Per quanto riguarda le acque italiane le specie più a rischio sono la stenella e il capodoglio. Lo ha sottolineato Giancarlo Lauriano, ricercatore dell'Icram, che ha riportato i dati di un rapporto sugli spiaggiamenti dei cetacei in Italia dal 1986 al 2002. Nel caso dei capodogli più della metà degli episodi registrati è dovuto alla cattura accidentale. Non a caso l'International Whaling Commission nel 1990 considerò il bycatch (cattura accidentale) una seria minaccia per la sopravvivenza di alcune popolazioni di cetacei, tra cui, per l'appunto, quelle del Mediterraneo. Avvertenze inascoltate. "In Italia infatti - ha detto l'avvocato Valentina Stefutti, esperta di diritto dell'ambiente - non solo si continua a pescare illegalmente con reti derivanti (26.700 chilometri di rete sequestrati dallo scorso luglio ad oggi, secondo i dati del Comando Generale delle Capitanerie di Porto), ma si cerca anche di aggirare la normativa europea con decreti ad hoc, come quello del 27 marzo 2003, che concedono deroghe assai ambigue". (g.d.o)
(giovedì 21 aprile 2005)

www.galileonet.it

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sabato, aprile 23, 2005

Cianobatteri e virus marini
Sequenziato il genoma di tre cianofagi marini

I cianobatteri esercitano un'influenza sul pianeta davvero sproporzionata rispetto alle loro piccole dimensioni. In virtù della loro onnipresenza nelle acque oceaniche prive di sostanze nutritive, per esempio, il gruppo di cianobatteri Prochlorococcus è responsabile di una grande percentuale della fotosintesi globale. Ma anche agenti addirittura più piccoli - i virus che infettano questi batteri, chiamato cianofagi - sembrano capaci di un'influenza sorprendente sui cicli globali, alterando le dinamiche delle popolazioni e il percorso evolutivo dei Prochlorococcus. Uno studio sul corredo genetico di tre cianofagi, pubblicato sulla rivista "PLoS Biology", rivela ora il ruolo complesso che questi virus avrebbero sui maggiori cicli energetici del nostro pianeta.
Per comprendere la natura delle interazioni fra virus e ospite, Sallie Chisholm del
Massachusetts Institute of Technology e colleghi hanno sequenziato il genoma di tre fagi marini - un podovirus e due miovirus - basandosi sulla loro morfologia e sul range degli ospiti. I fagi marini assomigliano a due fagi terrestri - chiamati T4 e T7 - che infettano Escherichia coli, ma possiedono anche geni che sembrano adattati per infettare batteri fotosintetici negli oceani poveri di nutrienti. Alcuni geni probabilmente derivano dagli stessi cianobatteri e "potrebbero svolgere ruoli funzionali" nelle interazioni fra i fagi marini e gli ospiti. Tutti i tre cianofagi possiedono geni associati alla fotosintesi, alcuni dei quali suggeriscono che il virus possa aiutare l'ospite a mantenere la fotosintesi durante l'infezione. Il podovirus contiene anche un gene candidato coinvolto nella sintesi del DNA, che secondo gli autori consentirebbe al virus di riprodursi in un ambiente povero di nutrienti, e tutti i tre cianofagi possiedono geni coinvolti nel metabolismo del carbonio. L'assenza di questi geni nei fagi terrestri fa ipotizzare che i fagi marini abbiano evoluto differenti meccanismi adattativi in risposta all'ambiente oceanico.

M. B. Sullivan, M. L . Coleman, P. Weigele, F. Rohwer, S. W. Chisholm, "Three Prochlorococcus cyanophage genomes: Signature features and ecological interpretations".
PLoS Biology 3(5): e144 (2005).

www.lescienze.it

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venerdì, aprile 22, 2005

 RETI ILLEGALI, MINISTERO SMENTITO DA PESCATORI

22 aprile 2005 - La Direzione generale della Pesca, dopo le ''notizie errate circa la presunta emanazione di un decreto che autorizzerebbe le reti derivanti'', precisa che il decreto in questione ''e' volto, per contro, a disciplinare solamente le reti da posta''. E' quanto si afferma in una nota del Ministero delle Politiche agricole e Forestali.
''Reti da posta'', quindi, ''ancorate, provviste di adeguata segnalazione, e tutto cio' in perfetta corrispondenza con quanto disposto dalla normazione di altri paesi comunitari''.
Inoltre, la direzione precisa che si tratta di ''una fattispecie estremamente limitata a poche realta' periferiche ove la pesca costituisce la prevalente fonte di sussistenza''.
Un decreto contradditorio: cosi' Legapesca giudica quello del sottosegretario alle Politiche agricole Paolo Scarpa Bonazza Buora che autorizza l'uso di reti da posta lunghe cinque chilometri nelle isole minori. "Sostanzialmente modifica solo l'altezza delle reti da posta, da 4 a 20 metri, ma lascia inalterata la lunghezza di cinque chilometri, per un totale di 100 mila metri quadrati- spiega un comunicato di Legapesca- con cio' disconoscendo un precedente decreto dello stesso Scarpa, che fissava a un massimo di 20 mila metri quadri l'ampiezza degli attrezzi". Non da' risposte "dal punto di vista ecologico e ambientale- continua la nota- tanto piu' che l'attivita' in deroga e' prevista solo attorno alle isole minori, senza riservarla ai soli residenti, per cui si assistera' a un'abnoreme concentrazione di pesca in quelle zone da parte delle marinerie di tutta Italia".
Il decreto scontenta Legapesca soprattutto perche' si aspettava invece una rimodulazione della normativa sull'uso delle ferrettare, le reti derivanti date in permuta ai pescatori che hanno rinunciato alle spadare. "E' una scorciatoia, una furbata del governo, che invece di affrontare il problema ci gira intorno", dice Legapesca. "Non sono stati rimossi i vincoli all'utilizzo delle ferrettare imposti dalla normativa italiana, molto piu' restrittiva rispetto al regolamento europeo, che di fatto blocca l'attivita' dei pescatori e rende improduttivo il loro lavoro- continua la nota di Legapesca- vincoli come quello di operare entro le tre miglia dalla costa, consentendo un'attivita' molto impattante in una zona dove e' gia' concentrata la pesca artigianale e creando tensioni tra gli operatori".

(Com/Ran/Dire)

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venerdì, aprile 22, 2005

Il solito "calabraghismo" all'italiana...

ANIMALISTI: SPADARE, DA ALEMANNO SI' A RETI ILLEGALI
Per placare pescatori Lipari, autorizzazione a reti oltre cinque chilometri

21 aprile 2005 - "Mi giunge notizia, da fonti attendibili, che ieri il ministro Alemanno, per placare gli animi degli irruenti pescatori di Lipari che minacciavano violente proteste, avrebbe concesso un decreto, autorizzando l'uso delle ferrettare dal 15 aprile al 31 luglio con reti di 5 chilometri nelle isole minori, disattendendo ancora una volta le normative europee e facendo un altro autogol". A denunciare il fatto e' Ilaria Ferri, direttore del settore cattivita' e ambiente marino dell'associazione Animalisti italiani.
La notizia l'ha data oggi al convegno "Spadare: analisi e valutazioni sull'utilizzo illegale delle reti pelagiche derivanti nel Mar Mediterraneo, a tre anni dal bando europeo". Come ricorda Ferri, infatti, dal primo gennaio 2002 "e' vietato a qualsiasi imbarcazione tenere a bordo ed effettuare attivita' di pesca con una o piu' reti da posta derivanti, o spadare". La ragione del divieto sta soprattutto nei numeri delle catture accidentali di cetacei documentate dall'Internationa whaling commission-Iwc: su una pesca, solo il 20% del pesce e' la specie cacciata (tonni o pescespada), l'altro 80% sono specie incappate nella rete e comunque uccise. Morirebbero cosi' almeno 8 mila cetacei l'anno, 50 mila dal 1999 al 2004.
Ma a quanto pare il bando (che autorizza comunque le ferrettare, spadare meno micidiali) non e' stato rispettato dai pescatori italiani: dal primo luglio 2004 a oggi, secondo i dati del comando generale delle Capitanerie di porto, come ha ricordato il tenente di vascello Fabio Rivalta, "sono stati effettuati 190 controlli e sequestrati 26.770 metri di rete spadara, in testa la marineria di Reggio Calabria, dove tale pratica e' diffusa, con 24 controlli e 82.300 metri di rete sequestrati, seguita da Palermo con 18 controlli e 66.700 metri e da Napoli con 20 controlli e 50.600 metri".
"Quest'attivita' del tutto illegale e' stata incentivata da una serie di ambigui provvedimenti del ministero delle Politiche agricole- spiega Ferri per Animalisti italiani- con il decreto del 27 marzo 2003 n.88 'Modalita' per l'aggiunta degli atterzzi da posta alle unita' gia' autorizzate alla ferrettara', la relativa circolare di Tripodi (Attilio, direttore generale Pesca al Mipaf, ndr) e il decreto che ridefinisce, in modo del tutto illeggitimo le reti da posta, in spregio a tutte le normative italiane e ai regolamenti europei vigenti". Insomma, "l'artificio legislativo messo in opera dal nostro governo- rincara la dose Ferri- e' da ritenersi illeggittimo perche' non in linea con i regolamenti europei".
La ferrettara e' una rete pelagica derivante con maglia molto stretta, 5 cm di lato, lunga solo 2 Km che deve essere utilizzata entro 3 miglia dalla costa, quindi in regola con la norma europea. Intanto, pero', cone fa notare Giancarlo Lauriano e ricercatore dell'Istituto centrale per la ricerca applicata al mare (Icram) "stenella e capodoglio sono in declino nel Mediterraneo, a causa delle catture accidentali, come gia' rilevato dall'Iwc nel 1990". La pesca con le spadare poi "e' particolarmente diffusa nel Tirreno meridionale- aggiunge- dove se ne svolge il 75% circa. Ma l'area e' fondamentale anche per il capodoglio: il maggior numero di spiaggiamenti si e' verificato tra maggio e agosto, e se vediamo qual e' l'attrezzo usato nel momento in cui maggiore e' il numero delle catture accidentali, quello e' la ferrettara".

(Ran/Dire)

postato da: camozzi alle ore 10:23 | Permalink | commenti
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