giovedì, giugno 30, 2005

LA DISNEY CONTESTATA PER ZUPPA PINNE DI SQUALO
Cina, la scelta di offrire pietanze animali provoca proteste ambientalisti

30 giugno 2005 - Le pinne di squalo rischiano di offuscare la festa per la nascita del primo Disneyland cinese.
La multinazionale del divertimento non vuole mancare all' appuntamento con il boom economico della Cina e con i tanti cinesi a caccia di divertimento e ha staccato tutti i suoi concorrenti nella corsa all' apertura dei parchi a tema.
Disneyland Hong Kong e' ormai quasi pronto e aprira' i suoi cancelli il prossimo 12 settembre. Per questo sbarco, Disneyland ha voluto adottare una politica diversa, attenta alle tradizioni locali, troppo diverse da quelle occidentali e ha deciso di mettere in vendita piatti del luogo, come la zuppa di pinne di squalo. Una scelta che sta creando ben piu' grattacapi rispetto alle stesse polemiche sulla globalizzazione, a causa della rivolta sia dei ristoratori locali che degli ambientalisti.
La zuppa di pinne di squalo, infatti, e' uno dei piatti piu' pregiati per i cinesi e proprio Hong Kong e' il centro piu' importante per la lavorazione delle pinne che molti ristoranti anche nel resto della Cina offrono a prezzi molto alti.
Questo piatto e' anche considerata una pietanza d'augurio e non manca mai nei banchetti matrimoniali. Per tutto questo, anche Disney ha ceduto al fascino delle pinne di squalo e ha deciso di inserirle nei suoi menu. Per il momento, ha annunciato il portavoce della filiale cinese di Disney, Esther Wong, verranno offerte soltanto per i banchetti organizzati nei ristoranti della struttura.
''Il piatto - ha dichiarato Wong - e' considerato una parte integrale dei banchetti di matrimonio e per questo Disney si sente in dovere di offrirlo in quelli che organizzera'".
La Disney, per rispondere alle contestazioni degli ambientalisti sia in Cina che negli Stati Uniti che agli stessi ristoratori cinesi, preoccupati che i grandi numeri del parco divertimenti possano mettere a repentaglio addirittura l'esistenza stessa degli squali, insieme al piatto distribuira' un volantino dove assicura che per la pietanza non sono stati utilizzati animali di specie in via d'estinzione, invitando a ridurre il consumo di questo piatto.
Intanto a centinaia dimostrano quotidianamente contro la scelta di Disney indossando magliette dove e' raffigurato un Topolino o un Paperino armati, che segano selvaggiamente le pinne a uno squalo insanguinato.
A muoversi contro Disney e la sua zuppa di pinne di squalo ci sono associazioni e privati, personalita' e aziende. Tra le prime a scendere in piazza contro il colosso americano c'e' stata ad esempio l' Animals Asia Foundation di Hong Kong che difende le specie di animali protetti e invita a boicottare il nuovo parco.
Anche Ocean Park di Hong Kong, popolarissimo parco acquatico e futuro concorrente della struttura Disneyland, e' sul piede di guerra anche perche' la sua mascotte si chiama James Fin (pinna James), uno squaletto con la pinna ben in mostra.
Alla nuova svolta glocal di Disney arrivano contestazioni anche dagli Usa: il professor Paul Watson, fondatore di diverse associazioni ambientaliste, sta facendo una campagna contro questa svolta spiegando che in Giappone, dove esiste da anni una struttura Disney, non pensano di seguire la tradizione locale dei piatti di balena.

Antonio Calitri (ANSA)

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giovedì, giugno 30, 2005

ALL'ISOLA D'ELBA NAVE STUDIO SUI CETACEI DEL MEDITERRANEO
A cura del Centro Ricerche Cetacei

28 giugno 2005 - Fa tappa in questi giorni all' Isola d'Elba l'imbarcazione della prima campagna nazionale di monitoraggio di delfini e balene nei nostri mari. La ricerca e' stata avviata all'inizio del 2005 dal Centro Ricerche Cetacei con il progetto CEB, la banca dati europea dei cetacei nel Mediterraneo. Lo studio e' basato sull'osservazione e la fotoidentificazione sistematica dei mammiferi marini avvistati: circa 200 segnalazioni l'anno finiscono nella banca dati del centro, e sono utili per capire le aree piu' frequentate e le aree critiche: ''Il problema e' proprio la scarsa informazione che abbiamo per molte specie - dice Micaela Bacchetta, Direttrice del Centro - , prime fra tutte lo zifio, del quale si sa molto poco, si sono studiati esclusivamente esemplari spiaggiati: sappiamo pochissimo su comportamento e abitudini alimentari. Si sa poco anche delle balenottere, mentre conosciamo abbastanza bene il tursiope soprattutto per gli studi effettuati in cattivita'. Il tursiope predilige habitat costieri, dove pero' e' alta l'interferenza con le attivita' dell'uomo. E' in diminuzione purtroppo anche il delfino comune, specie molto abbondante nei nostri mari negli anni '50 mentre oggi le occasioni di avvistamento sono occasionali e sporadiche.
Per tutte queste specie le minacce principali sono tre: il traffico nautico, l'impatto con le attivita' di pesca, qualita' ambientale e inquinamento. Esse influiscono sulla distribuzione e riproduzione dei cetacei, animali che si trovano al vertice della catena alimentare''. Il Centro Ricerca cetacei e' nato due anni fa e il progetto della banca dati e' sostenuto da due sponsor privati, oltre alla collaborazione di enti pubblici e diportisti privati. L'obiettivo finale e' quello di mettere a disposizione della comunita' scientifica le informazioni necessarie per elaborare piani di conservazione delle diverse specie di mammiferi marini che popolano il Mediterraneo.
L'imbarcazione a vela del Centro, operativa 12 mesi l'anno con a bordo ricercatori e strumentazione, e' supportata e alimentata dalla tecnologia solare Suntek. Durante i mesi invernali l'equipaggio ormeggia la barca a S. Margherita Ligure grazie ad un accordo con il comune, in estate fa rotta tra il Mar Ligure (Santuario dei Cetacei) Arcipelago Toscano, Sardegna e Corsica. Da due anni ha attivato anche il progetto di sensibilizzazione e divulgazione 'Argonauta', che si avvale delle schede di segnalazione inviate dal pubblico: ''non hanno valore scientifico - conclude la direttrice del centro - ma sono utili per capire le aree sensibili al grande pubblico''.

(ANSA)

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mercoledì, giugno 29, 2005

LAV: NON PIU' TOLLERABILE ATTEGGIAMENTO GIAPPONE
Comunque bene l'opposizione a nuova caccia in Commissione Baleniera Internazionale

28 giugno 2005 - La Lav esprime soddisfazione per l'opposizione alla caccia commerciale alle balene, affermatasi nel corso della riunione della Commissione baleniera internazionale (Iwc) in Corea del Sud, ma definisce "preoccupante e non tollerabile l'atteggiamento sempre piu' aggressivo del Giappone che ha dichiarato di voler raddoppiare la sua caccia alle balene Minke- da 440 a 850 l'anno- e di voler estendere la caccia a specie minacciate, avanzando discutibili motivazioni scientifiche".
"Il nostro appello e' che, gia' dalla sessione del prossimo anno, la Commissione baleniera internazionale possa operare scelte piu' decise in funzione anticaccia, prima che la politica 'dell'acquisto dei voti' da parte del Giappone porti ad un gravissimo arretramento, con danni incalcolabili in termini di grandi cetacei sterminati- dichiara Maria Teresa D'Agostino, responsabile nazionale Lav settore pesca e itticoltura- Il Giappone ha un'atteggiamento arrogante perche' non tiene in alcuna considerazione il fronte sempre piu' ampio di dissenso internazionale nei confronti della caccia alle balene, nega l'evidenza scientifica di intere popolazioni di questi cetacei ormai al collasso e non considera in alcun modo le implicazioni etiche di questo tipo di caccia cruenta che, a causa delle dimensioni di questi mammiferi, non consente la pratica di una morte che sia almeno rapida e indolore".

La caccia alle balene, nonostante la moratoria dlle uccisioni a scopo commerciale, stabilita nel 1986 dall'Iwc, continua ogni anno ad uccidere 1.400 grandi cetacei, ad opera di balenieri norvegesi e giapponesi, in operazioni di caccia commerciale e cosiddetta "scientifica", A Norvegia e Giappone nel 2003 si e' aggiunta l'Islanda che ha ucciso nello stesso anno oltre 30 balenottere a scopo di "ricerca".
Il metodo di uccisione impiegato per la caccia alla balena, l'arpione a granata di pentrite, si e' dimostrato inefficace nel provocare quella che dal 1957 l'Iwc ha definito "uccisione umana": il processo per cui gli animali sono resi immediatamente insensibili fino al sopraggiungere della morte. Da quell'anno, infatti, l'Iwc si occupa di esaminare i problemi relativi al benessere animale. L'esplosione della granata di pentrite, progettata per esplodere all'interno del corpo della balena, crea un'ampia ferita, di almeno 20 cm di larghezza, le cui dimensioni triplicano quando gli ardiglioni dell'arpione si uncinano nel corpo della balena. Malgrado la potenza dell'arpione esplosivo, per "finire" le balene, ma anche come metodi di uccisione primari, si ricorre spesso ad altri strumenti, come fucili o arpioni non esplosivi.

(Com/Val/ Dire)

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martedì, giugno 28, 2005

Nuove tecniche di cura per le tartarughe marine

28 Giugno 2005 - Purtroppo sono sempre più frequenti i casi di ritrovamenti di tartarughe marine ferite o in condizioni precarie. Le cause sono molteplici, può trattarsi di collisioni con imbarcazioni oppure le tartarughe possono restare impigliate accidentalmente nelle reti dei pescherecci o ingerire ami da pesca o altro ancora.
Nella maggior parte dei casi le tartarughe appartengono alla specie “Caretta caretta” che è la più comune del Mediterraneo. Gli incidenti avvengono perlopiù nelle acque delle regioni meridionali, Puglia, Calabria, Sicilia, Isola di Lampedusa dove la Caretta di solito vive e sulle cui spiagge deposita le uova.
Per curare questi animali marini sono sorti dei centri specializzati di recupero in varie parti d’Italia. Un importante Centro di recupero per la cura ed il successivo rilascio in mare di esemplari feriti di tartarughe marine si trova a Lampedusa ed è gestito dal Wwf.
A Bari invece vengono mandati i casi più difficili. E’ in questa città infatti che opera un bravo chirurgo veterinario, considerato il miglior chirurgo del Mediterraneo, il prof. Antonio Di Bello, che ha lavorato anche al Centro di Lampedusa e che è docente alla Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bari.
Il prof. Di Bello utilizza una nuova tecnica operatoria che permette di raggiungere la zona dove si trovano gli organi interni dei rettili marini senza incidere il “piastrone” cioè la parte ventrale del guscio.
I vantaggi di questa tecnica sono notevoli in quanto permette di evitare i lunghi periodi di degenza e di recupero. Di solito erano necessari 12 - 18 mesi dopo aver effettuato la normale operazione chirurgica che prevede l’incisione del piastrone.
L’intervento che permette di raggiungere l’apparato digerente è necessario nel caso in cui la tartaruga abbia ingerito dei corpi estranei che in molti casi sono degli ami usati nei palangari che è un sistema di pesca utilizzato per la cattura del pesce spada.
Nuove tecniche di cura vengono utilizzate dal prof. Di Bello anche per riparare i danni che le tartarughe subiscono in seguito a collisioni con imbarcazioni. In questi casi l’animale marino subisce la rottura del carapace che è la parte dorsale del guscio. Per rimediare a questa frattura si usa una speciale resina acrilica monocomponente atossica. Questa resina ha la caratteristica principale di fondere a 60-70 gradi e quindi di essere facilmente modellabile. Con questo tipo di materiale viene realizzato uno scudo protettivo che permette la crescita del tessuto di riparazione.
Dopo i vari tipi di interventi subiti le tartarughe trascorrono il decorso postoperatorio per le prime 24 ore fuori dall’acqua avvolte in un panno umido successivamente vengono trasferite in vasche dove vengono attentamente controllate.

A cura di
Claudio Gallucci - www.mareinitaly.it

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martedì, giugno 28, 2005

Il soccorso in mare

Può accadere: per distrazione, per imperizia, per fatalità, o più semplicemente perché il mare è il mare, con le sue collere improvvise, la sua forza smisurata. Ed è emergenza.
In mare siamo soli, sempre. E' con questa mentalità che bisogna affrontare la navigazione, sia essa per la baia dietro l'angolo che per l'oceano più lontano. Per questo dobbiamo prevedere l'imprevedibile, duplicare il necessario, pianificare vie d'uscita in caso di necessità, metodi alternativi per sopperire alle mancanze nostre o dei mezzi meccanici.
Però a volte tutto questo non basta. Ed è il Mayday. Parliamone ora, a inizio estate, per far emergere quella rete straordinaria di 'angeli custodi' pronti a intervenire in casi di emergenza e che risponde al nome di MRCC - Maritime Rescue and Communication Centre, una rete internazionale per la ricerca e il recupero a mare.
In Italia è la centrale delle Capitanerie di Porto ad occuparsi di questo delicatissimo settore.

GLI ANGELI CUSTODI 1530 è il numero da tenere a mente quando si va per mare. È il numero di telefono dell'emergenza con cui ci si mette in contatto con la locale Capitaneria di Porto o, chiamando con un cellulare, il coordinamento nazionale dei servizi di salvataggio marittimo. Si chiama IMRCC, Italian Maritime Rescue Coordination Centre, ed è operativo 24 ore su 24 con uno staff tra le sette e le nove persone; da esso dipendono mezzi speciali ed equipaggi addestrati espressamente al SAR: Search and Rescue, la ricerca e il soccorso. Sono circa cinquemila gli interventi che l'IMRCC effettua ogni anno, soprattutto durante la bella stagione, quando la voglia di mare a volte fa passare in secondo piano il buon senso. Il miglior soccorso è la prevenzione, insistono al IMRCC: mai sottovalutare la situazione o sopravvalutare le proprie forze, mantenere in perfetta efficienza il proprio mezzo. L'importante, in caso di incidente, è non farsi prendere dal panico e soprattutto fornire tutti gli elementi utili alla localizzazione del mezzo in difficoltà: è questa l'informazione più importante per poter agire rapidamente e con efficacia. Per maggiori informazioni consultate il sito web delle Capitanerie di Porto

LA SICUREZZA IN MARE INIZIA DA TERRA. Qualche suggerimento per prendere il mare nelle migliori condizioni possibile. Controlliamo di avere carburante a sufficienza per l'andata e il ritorno, tenendo in considerazione eventuali imprevisti, sempre possibili in mare. Occhio alle attrezzature di sicurezza e marinaresche, le dotazioni di bordo in relazione alla navigazione da svolgere e al numero delle persone a bordo. Indipendentemente dalla distanza dalla costa in cui si naviga è sempre prudente avere a bordo i remi, i razzi di segnalazione, una sassola, cime per l'ormeggio, salvagente anulare (ciambella), cinture di salvataggio per ogni persona, candele di scorta con chiave e carta smerigliata. Verifichiamo prima della partenza lo stato di carica delle batterie, se esistenti a bordo, e il funzionamento dell'eventuale radiotelefono. Facciamo prendere aria al vano motore prima di mettere in moto. Soprattutto, informiamoci da esperti locali se ci sono secche o scogli non segnalati, se ci sono forti correnti al largo che potrebbero pregiudicare la stabilità di navigazione o il rientro a terra. E infine, prima della partenza lasciamo detto a familiari, amici o conoscenti l'itinerario che abbiamo in mente di percorrere, indicando anche l'ora prevista per il rientro: se dovessimo trovarci in difficoltà e nell'impossibilità di comunicarlo, sono informazioni preziose e necessarie affinché i soccorsi ci possano raggiungere tempestivamente.

COMUNICARE IN MARE Lontano da tutto e da tutti. Oltre l'orizzonte; oltre la portata dell'amato-odiato telefonino. È uno dei molti lati affascinanti della navigazione. Ma la possibilità di comunicare è sinonimo di sicurezza: quali alternative esistono oggi per chi decide di intraprendere navigazioni lunghe? L'alternativa più classica è l'InMarSat nelle sue diverse varianti, ma è anche notevolmente costosa. Così come lo è, anche in termini di energia impiegata soprattutto per una barca piccola, la radio SSB. Da un paio d'anni è "risorto" Iridium, l'unico sistema di telefonia mobile satellitare in grado di coprire tutta la superficie del pianeta. Con un'importante novità, l'abbattimento notevole dei costi: telefonare costa infatti poco più di un dollaro e mezzo al minuto; ovunque e da ovunque nel mondo. Per informazioni contattate Sam Romey del World Communication Center, dove si possono trovare anche telefoni e costi, o il sito ufficiale Iridium .

http://www.sea-stories.net

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lunedì, giugno 27, 2005

Il Giappone perde, anzi no

di Roberta Pizzolante

Il Giappone raddoppierà la caccia alle balene nelle acque antartiche. Contravvenendo così alle risoluzioni di maggioranza della 57° conferenza della Commissione Baleniera Internazionale (Iwc), riunita dal 20 al 24 giugno scorsi a Uslan, in Corea del Sud. I delegati dei vari governi hanno infatti bocciato, con 29 voti contrari, 23 a favore e 5 astenuti, la proposta nipponica di rafforzare il programma di "caccia scientifica" attraverso l'aumento delle quote e l'avvio di una nuova "ricerca" nelle acque dell'Antartide, accogliendo così l'appello degli ambientalisti. Ma i voti non sono bastati: a dicembre potrebbero finire sotto gli arpioni giapponesi circa un migliaio di balene, tra cui la rara balenottera comune. Una presa di posizione unilaterale che rivela la debolezza dell'Iwc: il mancato rispetto delle risoluzioni, infatti, non implica alcuna multa ma solo il disappunto della comunità internazionale.

Dall'entrata in vigore della moratoria sulla caccia commerciale nel 1986 a oggi, più di 24 mila balene sono state uccise, 7 mila delle quali per scopi scientifici. La parte del leone la fa proprio il Giappone, le cui flotte uccidono ogni anno 650 balene ufficialmente "per capire le loro abitudini alimentari e determinarne il sesso e le condizioni riproduttive". Motivazioni che hanno poco di scientifico, secondo il rapporto "Science, profit and politics: Scientific Whaling in the 21th century", presentato dal Wwf in occasione del meeting: le tecniche dei balenieri giapponesi, infatti, non forniscono indicazioni sulla dieta dei cetacei, perché permettono di vedere solo le prede consumate di recente. Al contrario, l'analisi dei campioni cutanei darebbe informazioni più attendibili mentre l'analisi bioptica permetterebbe di capire il sesso o lo stato di gravidanza dei mammiferi senza ricorrere ai metodi letali. Altrettanto priva di fondamento, dice il Wwf, è la giustificazione alla caccia addotta dai giapponesi, secondo la quale le balene sono responsabili dell'impoverimento degli stock ittici. In realtà, la caccia scientifica aggira i divieti esistenti e va a rimpolpare il già lucroso commercio della carne e dei derivati di questi mammiferi, destinato a soddisfare il palato dei giapponesi più facoltosi.

La condanna delle associazioni ambientaliste e le pressioni di molti paesi in Commissione per l'istituzione di nuovi santuari dei cetacei nell'Oceano Pacifico e nel sud-est dell'Atlantico, non hanno fatto desistere il Giappone dal suo intento. All'apertura dei lavori, i delegati giapponesi hanno proposto una revisione dello "schema di gestione", cioè delle norme che regolano la caccia alle balene, chiedendo la messa al bando della moratoria sulla caccia commerciale, la possibilità di cacciare quote più consistenti di cetacei anche all'interno dei santuari dell'Oceano Indiano e del Pacifico Meridionale e di avviare la seconda fase del programma di ricerca "Jarpa 2". L'appoggio di paesi come la Norvegia, l'Islanda, alcune nazioni africane e caraibiche, non è bastato al Giappone per spuntarla. Secondo i 63 esperti dell'Iwc, infatti, "il nuovo programma di caccia nei mari antartici non ha basi scientifiche". Anche la mozione dell'Australia, che ha chiesto al governo di Tokyo di abolire l'uso di metodi di ricerca letali, ha raccolto 30 voti favorevoli contro i 27 contrari.

Ma le risoluzioni votate dalla maggioranza dei delegati sono rimaste inascoltate. Il Giappone ha annunciato che procederà ugualmente con la caccia 'scientifica' in Antartide, che provocherà la morte di 1000 balene, tra cui le balenottere minori e due specie minacciate come la balenottera comune e la megattera. E ha promesso battaglia durante la prossima riunione della Commissione, dove spera di trovare l'appoggio di un maggior numero di paesi. Le associazioni ambientaliste hanno chiesto all'Iwc dei passi concreti per la protezione delle balene, come rafforzare la Commissione scientifica interna, controllare che le norme siano rispettate e dotarsi di strumenti per rispondere a ciò che minaccia i cetacei, dalle catture accidentali nelle reti da pesca all'inquinamento fino agli effetti dei cambiamenti climatici.

da www.galileonet.it

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lunedì, giugno 27, 2005

La mattanza del tonno rosso

25 Giugno 2005 - L’uso delle tonnare è conosciuto fin dai tempi antichi e si è tramandato fin ai nostri giorni. Attualmente solo alcune sono ancora attive in quanto la pesca del tonno oggi si effettua soprattutto con i pescherecci. In particolare sono i giapponesi a pescare in modo intensivo i tonni anche nelle acque del Mediterraneo.
Delle tante tonnare esistenti in Sicilia molti anni fa ne sono rimaste soltanto due una a Favignana ed una a Bonaria vicino Trapani. Un’altra è sopravissuta a Carloforte in Sardegna.
Ed è proprio nei giorni scorsi, a fine primavera, che si è svolto ancora una volta, in queste tonnare superstiti, l’antico rito della mattanza. E’ in questo periodo, infatti, che i tonni rossi migrano dall’Atlantico verso le acque più calde del Mediterraneo.
La tonnara è un sistema di reti ancorate sul fondo del mare che obbliga i tonni a finire in una trappola costituita da diversi corridoi e camere in cui i pesci vengono spinti per arrivare infine nella “camera della morte” dove avviene la mattanza. E’ questo sicuramente un rito cruento ma selettivo. Nella tonnara infatti vengono catturati solo esemplari adulti e solo in periodi determinati dell’anno.
Ben diverso il metodo adottato dai Giapponesi che con attrezzature molto sofisticate catturano interi branchi di tonni al largo, in qualsiasi periodo, per soddisfare il loro mercato che richiede una sempre maggiore quantità di tonno rosso da destinare alla preparazione dei piatti tipici giapponesi ed in particolar modo del famoso “sushi”.
Questa specialità a base di pesce crudo sta avendo un grande successo anche in Italia soprattutto nelle grandi città. E a causa di questa forte richiesta di tonno rosso e del notevole sforzo di pesca a cui viene sottoposto che alcuni scienziati lanciano l’allarme sui pericoli che corre questa specie di pesce così tanto ricercata. Se non si prendono nuove misure di contenimento della pesca oltre a quelle già esistenti si rischia un collasso della specie. Il forte calo di catture che si registra ogni anno nelle tonnare rimaste testimonia già del preoccupante declino della popolazione di tonno rosso.

A cura di Claudio Gallucci

 www.mareinitaly.it

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domenica, giugno 26, 2005

GREENPEACE: GIAPPONE A DICEMBRE VUOLE UCCIDERE MILLE BALENE
Anche se lo Stato asiatico non è riuscito a trovare voti sufficienti per raddoppio quote catture

25 giugno 2005 - Mentre si appresta a chiudere la riunione della Commissione baleniera Internazionale (Iwc), in corso da lunedi' a Ulsan, in Corea del Sud, Greenpeace lancia l'allarme sul futuro delle balene. Nonostante i paesi balenieri non abbiano conquistato i voti necessari ad aumentare le quote di caccia alle balene, il Giappone "ha annunciato che andra' avanti- spiegano gli ambientalisti- e raddoppiera' la caccia nelle acque antartiche: a dicembre dovrebbero finire sotto gli arpioni giapponesi quasi un migliaio di balene, inclusa la rara, a dispetto del nome, balenottera comune".
Il Giappone "e' fiducioso che riuscira' nella riunione del prossimo anno a portare dalla sua parte abbastanza paesi per riaprire la caccia commerciale alle balene- commenta Donatella Massai, direttore generale di Greenpeace- e' una prospettiva terribile, frutto della politica di acquisto voti di questo Paese, in contrasto con l'opinione pubblica mondiale". Greenpeace ha riconosciuto gli sforzi dei paesi conservazionisti, "ma ora e' il momento di andare oltre la retorica politica e assicurare con passi concreti la protezione delle balene", sottoline al'associazione.
La Iwc "dovrebbe anche dotarsi di strumenti per rispondere alle minacce di fronte a cui si trovano oggi i cetacei- segnala l'associazine- dalle catture accidentali nelle reti da pesca all'inquinamento e alle conseguenze dei cambiamenti climatici". La Commissione "ha mandato un segnale chiaro al Giappone, chiedendo di sospendere il loro programma di caccia che include anche specie in pericolo come la megattera e la balenottera comune- afferma Massai- eppure questo Paese continua impunentemente ad ignorare le risoluzioni internazionali".
L'Islanda, che pure caccia balene "per presunte ricerche scientifiche, dovrebbe annunciare in questi giorni la sua quota", ricorda Greenpeace. E per questo, la nave di Greenpeace, "Arctic Sunrise", e' attualmente in Islanda per proporre alternative sostenibili alla caccia alle balene, come il whale watching.

(Com/Ran/ Dire)


WWF: ANCORA MINACCIATE ANCHE SE GIAPPONE NON HA VINTO
Chiusa riunione Commissione internazionale in Corea

25 giugno 2005 - Il Giappone "stato baleniero" non ha vinto, ma le balene sono ancora in pericolo. Questa e' la valutazione del Wwf alla chiusura dei lavori della Commissione baleniera Iwc (International whaling commission) in Corea del Sud. Nonostante la sua sconfitta, infatti, il Giappone ha annunciato "che estendera' i suoi 'territori di caccia' anche in Antartide- segnalano gli ambientalisti- e dara' la caccia a 50 balenottere comuni, 50 megattere e raddoppiera' la quota di balenottere minori cacciabili a 850".
"Purtroppo, la conclusione dei lavori dell'Iwc non ci da' alcun motivo per festeggiare- commenta Massimiliano Rocco, responsabile Traffic del Wwf- il Giappone continua e continuera' a fare cio' che gli pare nel nome della ricerca scientifica, e il mondo non fara' nulla per opporvisi". E allora, "e' tempo di riformare l'Iwc", sollecita Rocco. L'opposizione del Giappone e degli stati suoi alleati "non ha permesso neanche di fare un serio passo in avanti per la creazione di quelle aree marine protette di cui si discute oramai da anni- segnala il Wwf- Tokyo nel corso del meeting ha addirittura cercata di far abolire il Santuario delle balene degli Oceani del Sud, ma per fortuna e' stato sconfitto in questo assurdi tentativo". Purtroppo, pero', continua la nota del Wwf, "Brasile, Argentina e Sud Africa non sono riuscite nel loro tentativo di creare un Santuario in Sud Atlantico".

Insomma, il meeting "non ha fatto registrare nessun progresso importante- rilevano gli ambientalisti- e' stato solo testimone dello scontro tra i due fronti contrapposti, quello a favore del si' alla caccia commerciale e alla caccia per ragioni scientifiche e di ricerca, come il Giappone, e quello contrario che annovera paesi come l'Australia e la Nuova Zelanda". E allora, l'Iwc "deve cambiare altrimenti si rischia che il Giappone e i sui alleati il prossimo anno raggiungeranno la maggioranza- continua Rocco- e possano decidere di eliminare dall'agenda le discussioni sulla conservazione e le minacce, i cambiamenti climatici, la creazione di santuari per la tutela e l'osservazione di questi splendidi animali".
Questo "e' un rischio che non possiamo correre", e percio' il Wwf si appella ai Governi "affinche' si lavori seriamente tutto l'anno per far si' che la conservazione dei cetacei non venga piu' messa in discussione".
(Com/Ran/ Dire)

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sabato, giugno 25, 2005

La scomparsa delle Maldive
Si riaccende il dibattito sul destino dell'arcipelago

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Global and Planetary Change", entro il prossimo secolo le Maldive - una catena di oltre mille piccole isole che si estende dalla punta meridionale dell'India fino all'equatore - potrebbero scomparire sott'acqua. La scoperta riaccende il dibattito sugli effetti dei cambiamenti globali del livello del mare.
Nel 2001 l'
Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva ipotizzato una crescita dei livelli del mare fra i 9 e gli 85 centimetri entro il 2100. La previsione si basava su modellizzazioni al computer di studi già pubblicati sugli effetti del riscaldamento degli oceani del pianeta. In uno scenario simile, isolette come le Maldive (la maggior parte delle quali si innalza per non più di un metro sul livello del mare) sarebbero destinate a scomparire.
Ma non tutti condividono queste previsioni. Il geologo Nils-Axel Mörner dell'
Università di Stoccolma, in Svezia, è convinto che i modelli dell'IPCC siano errati. In uno studio pubblicato l'anno scorso, Mörner sosteneva addirittura che l'aumento dell'evaporazione dell'Oceano Indiano causato dal riscaldamento globale avrebbe fatto calare il livello del mare di 30 centimetri negli ultimi decenni.
Ora l'oceanografo Philip Woodworth del
Proudman Oceanographic Laboratory, in Gran Bretagna, contesta le teorie di Mörner sostenendo che un calo del livello del mare è implausibile dal punto di vista meteorologico e oceanografico. Woodworth ha esaminato una serie di dati storici climatici e oceanografici sulle Maldive e le zone circostanti: ha studiato le temperature dell'aria e della superficie del mare, la velocità dei venti, le precipitazioni e i movimenti tellurici, senza trovare alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Mörner e concludendo dunque che la previsione dell'IPCC resta lo scenario più probabile per il futuro delle Maldive.

www.lescienze.it

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venerdì, giugno 24, 2005

Fotosintesi senza luce solare
Un batterio marino sfrutta la poca luce fornita da una bocca vulcanica

In uno studio pubblicato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", alcuni ricercatori riferiscono di aver scoperto un organismo fotosintetico che non vive di luce solare: si tratta di un batterio raccolto da una bocca vulcanica sottomarina nell'Oceano Pacifico. Questi pertugi oscuri e fumosi sul fondo dell'oceano potrebbero sembrare l'ultimo posto adatto per trovare un organismo fotosintetico, ma gli sfiatatoi possono fornire una fioca luce sotto forma di radiazione geotermica.
Thomas Beatty dell'
Università della British Columbia di Vancouver e colleghi hanno raccolto campioni d'acqua intorno a bocche vulcaniche nel Pacifico sudamericano, e hanno coltivato un microbo che cresce in risposta all'illuminazione. Grazie all'analisi del DNA, gli autori hanno classificato il microbo come un membro della famiglia dei solfobatteri verdi, che usano la luce e lo zolfo per ottenere energia.
Secondo i ricercatori, la probabilità che l'organismo coltivato sia semplicemente un normale batterio fotosintetico trasportato dalle correnti oceaniche fino al fondale è estremamente remota. La località più vicina che presenta luce, zolfo e altre condizioni di crescita appropriate per questa specie dista infatti oltre 2000 chilometri.
Questa insolita scoperta potrebbe far ipotizzare l’esistenza di altri habitat in grado di supportare organismi fotosintetici, tanto sulla Terra quanto su altri pianeti.

J. Thomas Beatty, Jörg Overmann, Michael T. Lince, Ann K. Manske, Andrew S. Lang, Robert E. Blankenship, Cindy L. Van Dover, Tracey A. Martinson, F. Gerald Plumley, "
An obligately photosynthetic bacterial anaerobe from a deep-sea hydrothermal vent". Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).

www.lescienze.it

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venerdì, giugno 24, 2005

ANIMALISTI: UNA MORTE 'ANNUNCIATA'
E forse anche cucciola morirà. La replica della Fondazione Cetacea

24 giugno 2005 - Una ''morte annunciata'', quella della femmina di grampio finita giorni fa nel porto di Ancona e trasportata per le cure, insieme alla cucciola, nell'ex delfinario di Riccione: lo afferma Ilaria Ferri, direttore del Settore cattivita' e ambiente marino dell'Associazione Animalisti Italiani.
''E' stata messa in atto - spiega Ferri in una nota - la cattura di un animale appartenente a una specie'' protetta, che ''in nessun modo puo' essere detenuta e il cui prelievo in mare deve essere autorizzato dal direttore del Servizio conservazione e natura Cites del Corpo Forestale e dalla Commissione Scientifica''. ''E inoltre - incalza la rappresentante dell'Associazione Animalisti - c'e' da ricordare che nessun cetaceo e' mai uscito vivo dalle 'cure' dello staff della Fondazione Cetacea e mai e' stato liberato in mare. D'altra parte cosa ci si aspetta da chi lucra sulla pelle dei delfini facendoli esibire come tristi pagliacci in una vasca?''.
Ferri evidenzia infine che ''i protocolli internazionali sugli spiaggiamenti evidenziano l'importanza ai fini della sopravvivenza degli animali, del mantenimento di questi nel loro ambiente naturale, sottolineano il grave danno da stress subito soprattutto da alcune specie pelagiche (stenella e grampo) nell'essere toccati, manipolati e sottoposti a suoni a loro sconosciuti. Probabilmente - e' la conclusione di Ferri - anche la piccola morira'''.

''E' vero, Mary G. potrebbe morire, ma almeno ci abbiamo provato'', a differenza degli animalisti.
La Fondazione Cetacea di Riccione risponde alle accuse dell' Associazione animalisti italiani sul trasferimento di due grampi rimasti intrappolati nel porto di Ancona, la mamma malata (poi morta) e la cucciola Mary G., nell' ex delfinario di Riccione.
La necessita' di catturare i due grampi, spiega la Fondazione in una nota, ''e' stata valutata da un gruppo di esperti tra cui il medico veterinario Alessandro Benvenuti, che ha una lunga esperienza sui cetacei in difficolta', e sulla base dell'esperienza quasi ventennale dei biologi e dei tecnici della Fondazione Cetacea (che non e' una struttura commerciale ma un ente di ricerca e di educazione ambientale non a scopo di lucro)''. Il trasferimento e' stato inoltre deciso in accordo con la Cites delle Marche, in contatto telefonico con il dr. De Laurentis, direttore Cites, i quali ''hanno ritenuto di avallare un' operazione che avrebbe comportato, per l' autorizzazione, minimo una settimana di tempo, mettendo a rischio la vita dei due esemplari''.
E che i due delfini andassero catturati lo dimostrano gli esiti preliminari della necropsia sulla madre effettuata presso la Facolta' di Medicina Veterinaria dell' Universita' di Padova: il cetaceo ''soffriva di una grave infestazione parassitaria all' orecchio medio e interno che ne comprometteva in maniera irreparabile il sistema di equilibrio e di orientamento''. Oltre ad accusare manifestazioni patologiche importanti dell' apparato respiratorio e cardio-circolatorio. Il caso clinico e l' etologia della specie dicono che questi animali ''erano destinati a morire in mare, tanto piu' all' interno dello scalo anconetano''.
Quanto alle altre considerazioni degli animalisti, la Fondazione Cetacea ricorda di aver recuperato e restituito al mare 190 tartarughe marine, un Tursiope chiamato Baby Garibaldi, e Adria, una Stenella subadulta. I Grampi non potevano essere portati a Oltremare, e la signora Ilaria Ferri che si ritiene un' 'esperta' ''dovrebbe saperlo, almeno finche' non si fosse stati certi di aver evitato rischi di contaminazioni virali e batteriche ai delfini presenti''.
I volontari, i biologi, il veterinario che 24 ore al giorno sono in acqua per cercare di aiutare la piccola ancora in vita ''meritano di piu' delle illazioni della signora Ferri'', conclude la Fondazione: e la signora ''potrebbe dimostrare il suo amore per gli animali e per la piccola, alzandosi dalla sua sedia e venendo a darci una mano, oppure partecipando alla sottoscrizione 'Tutti pazzi per Mary G'. C/c Bancario 000490117410 ABI 06010 Cab 24100 Cin U Cassa dei Risparmi di Forli' C/c Postale 12099479''.

(ANSA)

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giovedì, giugno 23, 2005

WWF: SCONFITTE GIAPPONE SEGNALE IMPORTANTE PER TUTELA
Unico mercato si quello del whale-watching anche in Mediterraneo

23 giugno 2005 - Le decisioni assunte negli ultimi giorni dai diversi governi riuniti in Corea per la riunione annuale dll'Iwc, dimostrano come la coscienza ambientalista ed un grande senso di responsabilita' verso la conservazione delle specie animali siano piu' diffuse di quello che le fasi preliminari del dibattito internazionale sulla caccia alle balene facessero pensare. "Il potere economico del Giappone- dice il Wwf- non e' riuscito ancora una volta a sconfiggere il desiderio di conservazione del nostro pianeta e di alcuni dei suoi piu' belli e carismatici rappresentanti, come le balene".
Ogni anno il Giappone uccide, nonostante la moratoria, 650 balene "con la scusa della caccia scientifica. La caccia scientifica professata dal Giappone– ha dichiarato Massimiliano Rocco, responsabile specie Wwf- ha svelato la sua piu' brutta maschera: non si tratta infatti che di una scusa per portare sulle tavole di pochi ma facoltosi uomini orientali la carne di questi giganti del mare, un bieco interesse economico che per anni si e' cercato di nascondere dietro una facciata scientifica". Il Wwf ha dimostrato con uno studio appena diffuso, che le balene possono essere studiate con metodi meno invasivi e brutali che non prevedono l'uccisione, come l'analisi genetica dei campioni cutanei. "Anche il triste tentativo di arrivare ad un voto segreto in cui condizionare paesi ed economie povere e soggiogate al potere dello yen non e' riuscito".
Il Wwf si augura che l'unico mercato legato alle balene sia quello del turismo naturalistico. Il whale watching, l'osservazione delle balene e dei delfini in natura, si sta espandendo sempre di piu' con un ritmo di crescita, negli ultimi dieci anni, di oltre il 12%. Ogni anno 9 milioni di turisti se ne vanno via mare, via aria o via terra a osservare i cetacei, spendendo circa un miliardo di dollari. In Italia e' possibile farlo partendo da Genova grazia all'accordo Wwf-Cooperativa battellieri: migliaia di turisti ogni estate provano l'ebbrezza dell'incontro con i cetacei: delfini, stenelle ma anche balenottere.

(Com/Val/ Dire)

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