mercoledì, novembre 30, 2005

Satelliti per salvare un pesce
Sviluppato un sistema di sorveglianza radar

28.11.2005 Una zona di sorveglianza satellitare all'interno dell'Oceano Indiano meridionale contribuirà a proteggere i merluzzi della Patagonia (Dissostichus eleginoides), una specie a rischio di estinzione, dalle navi dei pescatori di frodo.
Situato fra l'Africa, l'India, l'Australia e l'Antartide, il ventoso territorio francese delle Isole Kerguelen è uno dei luoghi più remoti della Terra. Eppure, molte navi da pesca sono richiamate lì dalla prospettiva di catturare una specie preziosa che vive nella acque circostanti: il merluzzo della Patagonia, noto anche come spigola cilena o addirittura come "oro bianco" per i prezzi elevati che raggiunge sul mercato nero.
Tuttavia, un sistema di sorveglianza radar basato sugli strumenti dei satelliti
Envisat dell'agenzia spaziale europea e Radarsat-1 dell'agenzia spaziale canadese ha ridotto di nove decimi il numero di incursioni illegali nelle vicinanze delle isole Kerguelen. Sviluppato a beneficio delle autorità marittime francesi dall'azienda CLS (Collecte, Localisation Satellites), una sussidiaria dell'Agenzia Spaziale Francese (CNES), il sistema potrebbe rivelarsi fondamentale per la sopravvivenza della specie, vecchia di 40 milioni di anni, che oggi è sull'orlo dell'estinzione.
La spigola cilena, che si trova anche al largo delle coste sudamericane, ha evoluto nel proprio sangue alcune componenti antigelo che le consentono di essere una delle poche specie in grado di colonizzare le acque sub-antartiche dell'oceano meridionale, svolgendo un ruolo importante in quell'ecosistema e rappresentando una fonte di sostentamento per balene e foche. Poiché il numero di pesci nelle acque cilene e argentine è andato declinando notevolmente, i pescatori sono attratti dalle riserve dell'Oceano Indiano meridionale. La Francia mantiene una zona di esclusione economica (EEZ) che si estende attorno alle isole Kerguelen. La superficie dell'EEZ raggiunge quasi un milione di chilometri quadrati di oceano, troppi per essere pattugliati in maniera efficiente. Per questo motivo, l'autorità marittima francese si è rivolta alla sorveglianza satellitare.
I sensori radar a bordo di Envisat e Radarsat-1 possono monitorare la regione sia di giorno che di notte, in ogni tipo di condizioni atmosferiche. Il metallo delle navi riflette i segnali radar, inviando echi caratteristici che i due satelliti sfruttano per individuare la loro presenza.

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martedì, novembre 29, 2005

I DELFINI HANNO UN DOPPIO LINGUAGGIO

25 novembre 2005 - Lo scorso luglio l’Ismar, l’istituto di scienze marine del Cnr ha annunciato una importante scoperta: i delfini parlano due linguaggi, uno per ridere e per piangere e uno per parlare con gli altri suoi simili in quello che può essere definito come una sorta di “dialetto”.
I delfini, dunque, comunicano utilizzando due tipi di segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali di vocalizzazioni e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti segnali sonar o di ecolocalizzazione.
Una materia controversa, questa, nella quale gli studiosi si scontrano da anni. Tra questi c’è il biologo Alessandro Bortolotto con il quale abbiamo provato a fare chiarezza sulla questione.

Ci puoi spiegare in cosa si differenziano questi due tipi di linguaggio?
Molti Dephinidae sono in grado di emettere una notevole gamma di suoni a diverse frequenze e ciò non implica a mio avviso l'esistenza di un linguaggio vero e proprio. I cetacei si sono sviluppati nel mezzo acquatico per cui gli organi deputati alla produzione di suoni si sono adattati a questo ambiente.
Nel caso di alcuni piccoli delfini, le necessità sono differenti. Spesso si tratta di predatori attivi in cui l'utilizzo dei suoni è finalizzato a processi di eco-localizzazione, tramite l'utilizzo di elevate frequenze. E' vero che alcune di queste emissioni acustiche siano associate e connotino alcuni comportamenti. Meno facile da dimostrare è che esse denotino un vero e proprio linguaggio. Anche nei linguaggi fonetici esistono segnali metalinguistici. Ritengo che i cetacei siano metalinguisti molto sofisticati. Semplicemente la postura segnala agli altri individui la loro attitudine o le loro intenzione, in forme di comunicazione a noi quasi sconosciute.
Quindi penso sia semplicistico cercare di ricondurre tutte le specie che osserviamo a moduli comunicativi che siano a noi comprensibili, dimenticando totalmente le finalità comunicative e gli habitat nelle quali si sono sviluppate.

Quindi il linguaggio che utilizzano nel gruppo può anche essere un veicolo di riconoscimento tra gli esemplari della stessa comunità?
Da diversi anni molti autori che si occupano di bioacustica discutono sulle classiche (e inflazionate) teorie dei cosiddetti fischi firma o meglio dei fischi più frequenti di un dato individuo. Non si è difatti giunti a una risposta univoca. Certo è che orami molte ricerche sembrano indicare che almeno alcune specie di Delphinidae possiedano fischi identificativi individuali. Come dire "sono io" e nello stesso tempo, ovviamente "sono qui". Starei però attento nell'utilizzare la parola linguaggio.

Il linguaggio sonar comune quando è usato? Magari nel corteggiamento, o quando hanno paura o se sono arrabbiati?
Le finalità adattative del biosonar sono legate con ogni probabilità alla ricerca efficiente del cibo (nonché alla localizzazione di potenziali predatori) specialmente in condizioni dove la vista non è più sufficiente (notte, elevate profondità, acque molto torbide). Alcune ricerche indicano che anche il semplice utilizzare certe frequenze direzionando gli impulsi verso un individuo è un azione che contiene un messaggio per esempio minaccioso. Ma ancora non si tratta di linguaggio.

L'altro tipo di vocalizzazione, invece, quando lo imparano e in quanto tempo? E' vero che ricevono i primi impulsi quando ancora sono nella pancia della madre?
In questo senso esistono diversi studi ovviamente effettuati in ambiente controllato, anche in Italia, che sembrano suggerire proprio questo. Nei momenti immediatamente precedenti il parto la femmina sembrerebbe emettere i propri fischi più frequenti continuamente, quasi a connotare la propria presenza acustica al nascituro in una sorta di imprinting acustico. E' stato anche osservato, per esempio all'Acquario di Genova, che tali fischi poi venivano ulteriormente utilizzati durante i primi tentativi di allattamento quasi a dire: Fischio = mamma = latte. Quindi concetti che si rafforzano vicendevolmente.

Una volta che sono nati chi è che insegna loro a comunicare, la mamma o anche gli altri componenti del gruppo?
Se quanto sopra esposto corrisponde al vero ci si dovrebbe aspettare una sorta di finestra acustica silenziosa durante la quale altri esemplari presenti non dovrebbero emettere suoni allo scopo di non confondere il nascituro. Tale comportamento di gruppo fornirebbe un vantaggio a tutte le femmine nella stessa situazione. I dati a disposizione non sono molti ma l'ipotesi merita di essere approfondita.

Quello che usano è un vocabolario ricco o povero? Insomma, sono chiacchieroni?
Nella vastissima gamma di suoni descritti esistono tipologie ben definite; tali suoni possiedono nomi (di solito inglesi) che descrivono spesso l'azione associate o la similitudine (questo nei suoni percebili dal nostro orecchio): per esempio ci sono i whistles (fischi), gli squaks, i bang oppure in altre specie i trumpet o i codas. Herzing, come dicevo, ha dimostrato che prima di effettuare alcuni comportamenti le stenelle maculate atlantiche emettono un certo tipo di suono (e sempre quello) che introduce il comportamento connotandolo. In questo senso direi si potrebbe pensare all'esistenza di un certo proto-linguaggio, abbinandolo sempre a questo posturale.

Oggi l'uomo comunica con i delfini attraverso il linguaggio dei sordomuti. Cosa potrà accadere invece in futuro e quanto è importante conoscere questo tipo di comunicazione tra i delfini?
In realtà bisognerebbe fare attenzione ai termini. In ambiente controllato spesso si usano segnali visivi associati a comportamenti (medici e non). Ciò però non implica che il segnale indichi la comprensione di un linguaggio; indica sicuramente che un segnale è associato a una risposta comportamentale. Sono due cose molto diverse.

Marco D’Amico
www.animalieanimali.it

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martedì, novembre 29, 2005

Clima: allarme calotta artica

Domani a Montreal 189 paesi a confronto

ROMA, 27 nov 2005 - Non c'é tempo da perdere, esiste il rischio di una catastrofe climatica con possibile scomparsa della calotta artica nei prossimi 150 anni. Entro 300 anni, secondo gli scienziati,la temperatura potrebbe aumentare fino a 8 gradi, 20 gradi nelle aree polari,portando alla distruzione delle calotte e a un innalzamento del livello del mare di 7 mt. Da domani a Montreal si apre la sfida tra 189 Paesi all'11/a Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici. Foto Ansa

ANSA


 

CONFERENZA SUL CLIMA DI MONTREAL. GREENPEACE: NON C'È TEMPO DA PERDERE

Roma, 28 novembre 2005 - Greenpeace ha installato oggi di fronte all'ingresso della sede della Conferenza sul clima delle Nazioni Unite di Montreal un orologio di vetro alto 4 metri per ricordare ai delegati che non c'è più tempo da perdere. Il summit che si apre oggi e che durerà due settimane, il primo dopo l'entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, è cruciale per la lotta ai cambiamenti climatici. "Il cambiamento climatico non è un problema distante da affrontare prima o poi, in futuro. Ci rimane davvero poco tempo per evitare gli impatti più catastrofici. Senza azioni immediate da parte dei governi ci ritroveremo presto su una locomotiva impazzita senza freni" afferma Stephanie Tunmore, capo delegazione di Greenpeace a Montreal.

Stiamo già sperimentando gli impatti dei cambiamenti climatici: i ghiacciai della Cina occidentale potrebbero scomparire in gran parte per il 2100; la copertura di ghiaccio dell'Artico potrebbe svanire prima della fine del secolo, mettendo in difficoltà orsi polari, foche e certe specie di uccelli che dipendono dal ghiaccio. Nelle prossime decadi c'è anche il rischio che, a causa dell'effetto combinato di queste mutazioni del clima e della deforestazione, la foresta amazzonica si trasformi in un'immensa savana.

Secondo Greenpeace lo scopo della politica sul clima dovrebbe essere di mantenere l'incremento della temperatura globale al di sotto di due gradi rispetto ai livelli pre-industriali, una posizione condivisa dai capi di governo dell'Unione Europea ed ancora realizzabile dal punto di vista economico e scientifico. Le decisioni che verranno prese a Montreal dovranno andare in questo senso. Nella città canadese bisognerà anche rafforzare ed allargare il Protocollo di Kyoto per la prossima fase [ 2013 – 2017 ], mandando così un forte segnale al mercato dei combustibili fossili.

"I 156 governi che hanno ratificato Kyoto devono ora impegnarsi nei fatti, negoziando la fase successiva con obiettivi di riduzione delle emissioni molto più significativi per i paesi industrializzati" conclude Tunmore.

www.greenpeace.it

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lunedì, novembre 28, 2005

CINA-RUSSIA, IL TERRORE CORRE SUL FIUME, CHIAZZA TOSSICA
Panico ed esodi accompagnano il suo passaggio

25 novembre 2005 - E' incolore, quasi inodore e insapore, invisibile ma letale: ha gia' costretto migliaia di persone a una precipitosa fuga la gigantesca chiazza di benzene che dal 13 novembre sta devastando il corso del fiume Shonghua, nel nord-est della Cina, e che minaccia ora il siberiano Amur.
La macchia e' arrivata la scorsa notte ad Harbin, citta' di quattro milioni di abitanti nella provincia dell'Heloinjang, primo grande centro sul suo catastrofico percorso. I cittadini, che fino a due giorni fa facevano ordinatamente scorta di acqua in bottiglia e parevano rassegnati ad attendere il passaggio della chiazza, oggi hanno cambiato idea: in migliaia hanno deciso per una evacuazione spontanea, prendendo d'assalto aeroporti, stazioni, fermate dei pullman. Nelle sale d'attesa gremite, il panico viene rinfocolato da voci e allarmi senza fondamento: c'e' stato persino un misterioso allerta per un presunto terremoto, stando alle agenzie russe.
''Non puoi difenderti da qualcosa che non puoi vedere o percepire - sottolinea un ragazzo che si identifica come Jang Zuhon, abitante di un quartiere che da' proprio sul fiume - dovremmo affidarci ai comunicati ufficiali per sapere se e quando e' possibile usare l'acqua o se e' pericoloso anche solo stare vicino al Shonghua. Ma in pochi si fidano''.
Il panico supera il corso del fiume cinese piu' velocemente del benzene, e si e' gia' riversato sulla citta' siberiana di Khabarovsk, con i suoi 600.000 abitanti che sono partiti a caccia di bottiglie di acqua minerale o di ospitalita' presso parenti lontani. Da domani, nella zona entrera' in vigore lo stato di emergenza decretato dalle autorita' locali.
Il 'mostro' arrivera' nel centro siberiano senza clamori, nascosto sotto la lastra di ghiaccio che gia' da qualche giorno copre il fiume, complici le temperature di meno 12 gradi in linea con le medie stagionali a quella latitudine. Al momento la chiazza occupa un'ottantina di chilometri quadrati, ed e' composta principalmente di benzene, un idrocarburo aromatico altamente tossico, e di derivati come il fenolo. Sostanze che possono avere effetti micidiali sugli organismi viventi sia a breve che a lungo termine: provocano danni irreversibili a carico del sangue, del fegato, del cervello, dei reni, negli anni si rivelano potenti cancerogeni e cause di mutazioni genetiche. Il benzene rischia di compromettere poi per decenni l'equilibrio ambientale del fiume, dato che non e' idrosolubile e la sua pellicola oleosa si deposita sulle rive, uccidendo piante e animali. Finora le autorita' cinesi hanno usato l'abituale contagocce nel dare informazioni sulla catastrofe, spesso contraddittorie, spesso divergenti da quelle di altre fonti. Si e' saputo ad esempio che responsabile dell'onda tossica e' una industria chimica della provincia di Jilin, dove il 13 novembre scorso sono avvenute una o piu' esplosioni - il dettaglio non e' stato chiarito - pare a causa di guasti tecnici. Nell'incidente sono morti cinque operai.
Sempre stando alle notizie diramate da Pechino, la macchia dovrebbe raggiungere il territorio russo e il fiume Amur, di cui lo Shunghai e' un affluente, fra una ventina o piu' di giorni, quando la concentrazione - e quindi la tossicita' - sara' diminuita: ma i russi calcolano che sara' alle porte di Khabarovsk intorno al 27 di novembre, e che la quantita' di benzene superera' di almeno 40 volte la soglia di rischio. In Siberia, il ministero per le emergenze ha gia' allertato tutti i suoi uffici lungo il corso dell'Amur e preso i primi provvedimenti: lo strato di ghiaccio che gia' ricopre le acque - e che rende ancor piu' insidioso l'avvistamento della macchia - e' stato perforato in piu' punti per ottenere un monitoraggio costante. Acqua e' stata pompata dall'Amur e convogliata in cisterne per essere usata dai circa 600.000 cittadini di Khabarovsk nei quattro giorni di emergenza previsti. ''Purtroppo non possiamo semplicemente staccare i tubi - afferma un responsabile della rete idrica - perche' rischieremmo di mandare all'aria il sistema di riscaldamento di tutta la citta', proprio all'inizio dell'inverno. Ma chiuderemo le idrovore quando passera' la chiazza, sperando che non ci siano perdite di pressione''. Per i russi, che gia' da tempo si lamentano degli scarichi inquinanti che arrivano in Siberia dalla frontiera cinese, il problema piu' duraturo riguardera' la pesca, un'attivita' molto diffusa nella stagione invernale. Ci vorranno alcuni anni, dicono gli esperti, prima che si possa gettare di nuovo l'amo in acqua senza timori.
Dalla Cina intanto arrivano nuove notizie allarmanti: un'altra esplosione in una fabbrica chimica, stavolta nella provincia dello Zhiling, ha provocato una nuova fuoriuscita di benzene, di entita' ignota, in un piccolo affluente del Schonghua. La nuova chiazza minaccerebbe la citta' di Chunzhin.

Betarice Ottaviano (ANSA)

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domenica, novembre 27, 2005

Allarme ghiacci in Groenlandia

27 Novembre 2005 - Continuano ad arrivare preoccupanti notizie sugli effetti del riscaldamento globale. Dopo le allarmistiche previsioni sulle conseguenze che si avrebbero nei prossimi anni con lo scioglimento dei ghiacci della calotta polare ora sono i ghiacci della Groenlandia a destare maggiore attenzione.
Secondo uno studio californiano, infatti, è proprio in quella che viene considerata l’isola più grande del mondo, ricoperta di ghiacci per l’84% della superficie, che gli effetti dell’aumento della temperatura media della terra si stanno manifestando nel modo più preoccupante.
I ghiacci che sono presenti su questa terra che si trova vicina al polo nord si stanno sciogliendo ad una velocità impressionante, provocando un enorme versamento in mare di acqua con il conseguente aumento del livello marino.
Per i ricercatori dell’Università della California quello che sta avvenendo in Groenlandia è la peggiore manifestazione finora osservata del cambiamento climatico in corso da alcuni anni e che molti ritengono sia dovuto all’ormai famoso “effetto serra”. Se tutti i ghiacci che ricoprono la Groenlandia dovessero sciogliersi, secondo gli scienziati, il livello degli oceani salirà di ben 6 metri.
Le conseguenze sarebbero disastrose soprattutto per i paesi situati al livello del mare o sotto come il Bangladesh che vedrebbero scomparire gran parte delle zone costiere, ma si avrebbero inondazioni anche in tutte le città costiere del mondo.
Lo scioglimento dei ghiacci ha avuto un impennata da record la scorsa estate ed enormi quantità di acqua dolce sono finite in mare, lo spessore del ghiacciaio si è così assottigliato di 30 metri mentre negli ultimi 4 anni l’intero ghiacciaio è arretrato di 6 chilometri.
La quantità di acqua dolce che finisce in mare non ha come unica conseguenza quella di alzare il livello marino, ma provoca anche un altro grave effetto, il rallentamento della corrente del Golfo che porterebbe ad un nuovo raffreddamento del Nord-Europa e del Canada.
Lo studio dell’Università della California verrà pubblicato sulla rivista scientifica “Geophisycal Research Letters” ed è stato anticipato dal quotidiano inglese “Independent”.

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sabato, novembre 26, 2005

VIA SONAR DALLA MADDALENA, OTTIMA NOTIZIA ANCHE PER I DELFINI
Ottimismo causot dal Cts che indica i cantieri come fonte di rumore

25 novembre 2005 - Niente piu' sonar militari, niente piu' onde a bassa frequenza che percorrono centinaia di chilometri e stordiscono i delfini facendogli assumere comportamenti del tutto anomali: gli animali diventano aggressivi, abbandonano i cuccioli, perdono l' orientamento e alla fine, quasi sempre, muoiono spiaggiati. I cetacei sono sicuramente fra quanti saranno felici della chiusura della base militare della Maddalena.
Nel Centro ricerca delfini di Caprera del Cts Ambiente, il trasferimento dei sottomarini Usa e il conseguente allontanamento dagli amici delfini, induce "a sereno ma cauto ottimismo. Non si puo' fare a meno di chiedersi, infatti- spiegano dal centro- quando esattamente verra' smantellato il centro e quali saranno le modalita' e le conseguenze di questo smantellamento". Quindi, "forse e' ancora presto per cantare vittoria- segnalano gli ambientalisti- perche' sicuramente, a oggi, una piccola battaglia e' stata vinta ma non e' ancora possibile prevedere i risultati a lungo termine di questo disimpegno della base Usa dalla Maddalena, di cui non si conoscono ancora tempi e modalita'".
"Il nostro auspicio- dichiara Stefano Di Marco, presidente del Cts ambiente- e' che nel prossimo futuro questo meraviglioso parco naturale, cosi' importante per l'ecosistema e la biodiversita' del Mediterraneo, non sia riconvertito, come si ipotizza, in un enorme cantiere navale per traghetti e barche".
Una simile riconversione, infatti, "rappresenterebbe una minaccia ben peggiore per la sopravvivenza dei cetacei e dell'ambiente marino del parco naturale della Maddalena" sottolinea Di Marco.
E' necessario, prosegue Di Marco, "continuare a impegnarsi per fare conoscere al grande pubblico e alle popolazioni locali l'importanza dei delfini non soltanto in termini di biodiversita' ma anche per gli aspetti socio-economici". La presenza stabile di questi animali in una determinata area, infatti, oltre a costituire un indice del buono stato di salute dell'habitat, "permette lo sviluppo di forme di ecoturismo, quali il whalewatching e il dolphinwatching che si basano sull'osservazione dei cetacei in liberta', e che possono vedere coinvolti giovani e pescatori locali che nella presenza di questa specie possono trovare un'opportunita' di nuova occupazione o di integrazione ai loro redditi, nel pieno rispetto dell'habitat naturale".
E' necessario, inoltre, "cercare di 'destagionalizzare' i flussi turistici nelle zone protette e di insostituibile valenza ecologica. Nel fare cio'- conclude Di Marco- si e' rivelato nel corso degli anni assolutamente indispensabile mantenere un rapporto di collaborazione continuativo con amministrazioni, enti, istituzioni e comunita' locali al fine di promuovere azioni comuni mirate alla tutela dell'ambiente e dei cetacei in particolare".

(Com/Ran/ Dire)

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venerdì, novembre 25, 2005

Ventennale del Centro Studi Cetacei

25 Novembre 2005 - Compi oggi vent’anni di attività il Centro Studi Cetacei (CSC) associazione, nata nel 1985 e riconosciuta dai Ministeri competenti come idoneo punto di riferimento e di coordinamento per gli interventi e gli studi sui Cetacei.
Il compleanno del centro si festeggia a Gaeta nei locali del costituendo museo storico-naturalistico e geopaleontologico, ubicato nei locali della ex polveriera Real Ferdinando, nel cuore dell’area protetta di Monte Orlando (Gaeta).
I ricercatori si trasferiranno, nei due giorni successivi, a Sperlonga, in provincia di Latina, nella sala della ex chiesa Santa Maria, dove il 26 e 27 novembre si apriranno i lavori del VI Convegno nazionale sui cetacei e sulle tartarughe al quale interverranno illustri studiosi e ricercatori italiani e stranieri (uno statunitense, un greco, un inglese e uno spagnolo). Il Centro Studi Cetacei interviene a livello nazionale sui cetacei che, vivi o morti, si spiaggiano lungo le nostre coste o rimangono intrappolati in attrezzi da pesca. Quando lo spiaggiamento viene rilevato dalle Capitanerie di Porto o da privati cittadini, ne viene data immediata notizia al Centro Studi Cetacei telefonando al numero 02/58241, funzionante 24 ore su 24, che interviene sul luogo dell’evento per organizzare tutte le operazioni necessarie, coinvolgendo le Autorità sanitarie e le Istituzioni pubbliche, oltre ad associazioni ambientalistiche e privati cittadini che si rendono disponibili.

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venerdì, novembre 25, 2005

MORIA PESCI NAVIGLI, VARATA MANUTENZIONE ECOSOSTENIBILE
Provvedimenti della Provincia di Milano per limitarei danni durante gli interventi sui corsi d'acqua

24 novembre 2005 - Una buona parte dei pesci che periodicamente devono essere prelevati, durante i trattamenti di manutenzione, dai 162 Km di rete idrica, Navigli compresi, muore. La denuncia arriva da ambientalisti e Provincia di Milano, che ha promosso uno studio per definire un modello di gestione che abbia un minore impatto sulla fauna ittica. Tra le possibilita' quella di non procedere ad un'asciutta totale, ma lasciare 30 cm di acqua.
Due volte all' anno infatti, i Navigli, per esigenze di manutenzione e pulizia, sono sottoposti a periodi di asciutta di circa 40 giorni ciascuno e da alcuni anni il pesce presente viene recuperato e trasferito in vasche per essere poi trasportato in ambienti limitrofi naturali adatti.
La quantita' di pesce prelevata e' notevole: le cifre si aggirano tra le 5 e le 15 tonnellate per un totale di circa 28 specie diverse, alcune anche molto pregiate come il barbo, la savetta, il vairone, il pigo, il triotto. Tuttavia, di questi pesci recuperati, buona parte non sopravvive al trasferimento e muore dopo qualche giorno.
Arrivare ad un miglioramento ambientale senza creare problemi alla capacita' idraulica del sistema di canali lombardi, fondamentali per l' agricoltura della regione, e' lo scopo principale dello studio presentato questa mattina in conferenza stampa dall' Assessore provinciale alla caccia, pesca e polizia provinciale Alberto Grancini. ''Ne sono molto soddisfatto - ha dichiarato Grancini - infatti, attraverso questo studio, abbiamo la possibilita' di effettuare interventi operativi alternati ai tradizionali e di minor impatto. Per esempio potremo attivare dei dispositivi per la manutenzione che non necessitino piu' di una asciutta totale, bastera' infatti mantenere le acque ad un livello di circa 30 cm perche' un escavatore o un autocarro possa muoversi comunque. Un' altra soluzione puo' essere la concentrazione degli interventi in un' unica asciutta, sempre parziale, o ancora la realizzazione di opere trasversali per aumentare il battente idrico. Tuttavia questa gestione piu' accurata ed ecosostenibile comportera' anche un aumento di costi. Lo studio stima dal 40 al 60% di spese in piu'''.
L' ambito di applicazione comprende la rete dei canali gestita dal Consorzio di Bonifica Est Ticino-Villoresi e ha visto anche il coinvolgimento di enti come la FIPSAS, le Province di Pavia e Varese ed in particolare la Regione Lombardia per cui era presente questa mattina la vicepresidente ed Assessore all' agricoltura Viviana Beccalossi.
''Abbiamo finanziato questo studio - ha sottolineato la vicepresidente - ma non ci fermeremo qui. Stiamo sostenendo altre opere di interesse ambientale, come la riforestazione di molte zone, e questa e' veramente importante per tutelare il nostro patrimonio naturalistico. Mi impegno fin da ora a sostenere fino al 50% del costo''.
Tuttavia esistono anche delle problematiche ulteriori ai costi che dovranno essere risolte: ''per esempio alcuni interventi ambientali di rivegetazione vanno effettuati su monumenti di valore storico'' ha aggiunto Alessandro Germinaro, direttore della Societa' Navigli Lombardi che dovra' valorizzare e gestire la rete di canali.

(ANSA)

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giovedì, novembre 24, 2005

ONU, OLTRE 70 PER CENTO DEI DELFINI A RISCHIO
Relazione alla Conferenza della Convenzione sulle specie Migratorie

24 novembre 2005 - Oltre il 70 per cento dei piccoli cetacei, tra cui in particolare i delfini, sono a grave rischio di sopravvivenza soprattutto perche' si impigliano nelle reti dei pescatori, e a causa della pesca diretta, dell'inquinamento e delle alterazioni ambientali.
E' quanto sostiene una relazione del professor Borik Culik, dell'universita' di Kiel, Germania, presentata oggi all'ottava conferenza della Convenzione sulle specie Migratorie (Csm) apertasi a Nairobi, nell'ambito del Programma Ambientale delle Nazioni Unite (Unep), che nella capitale keniana ha sede.
Questa, stando ad un comunicato diffuso dall'Unep, la situazione. Il pericolo maggiore deriva dalle reti dei pescatori, in cui rischia di impigliarsi, con esiti sovente esiziali, oltre il 70 per cento dei piccoli cetacei.
C'e' poi il problema della pesca diretta, voluta o meno: circa il 60 per cento delle 71 specie di piccoli cetacei considerate sono in tal senso a richio.
Quindi c'e' piu' in generale l'inquinamento: con particolare riferimento alla contaminazione dovuta all'immissione di metalli pesanti, pesticidi ed altro nel mare. Cio' pone a rischio, secondo lo studio, circa il 56 per cento degli animali considerati.
Ancora, un altro 24 per cento e' minacciato dalla costruzione di dighe, e piu' in generale dal degrado ambientale. In tal senso, c'e' perfino un quattro per cento a rischio per i sonar sottomarini usati per le operazioni militari.
Continuando con i livelli di minaccia, c'e' poi quello (circa 15 per cento) connesso alla mancanza di cibo, dovuto all'eccesso indiscriminato -o comunque scarsamente controllato- della pesca negli oceani.
Un quadro che porta l'Unep a proporre che una serie di piccoli cetacei, tra cui alcune specie di delfini, siano sottoposti ad una speciale protezione, in base a quanto previsto dal Csm. che gia' ha varato analoghe misure per altri animali.
Una misura che Klaus Toepfer, direttore esecutivo dell'Unep, raccomanda con decisione: ''I piccoli cetacei -ha dichiarato- sono tra le creature piu' amate e carismatiche del mondo, non di rado legate a favole e leggende eroiche. E' triste che cio' da solo non possa proteggerli dalle gravi minacce che incombono su di loro. Ed e' per questo che incoraggio pienamente misure destinate alla loro salvezza, attraverso la convenzione Csm, o qualunque altra analoga intesa internazionale''.

(ANSA)

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mercoledì, novembre 23, 2005

TROPPO RUMORE NEGLI OCEANI NUOCE A DELFINI E BALENE
Studio del Natural Resources Defense Council americano

23 novembre 2005 - Troppo rumore negli oceani e a risentirne sono le orecchie di delfini e balene. Un aumento dei decibel generati dai cargo, dalle petroliere e dalle navi che compiono esplorazioni per la ricerca di gas, oltre che dai sonar militari, sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza di questi animali che dipendono dai suoni e dall'udito per svolgere le attivita' di base come accoppiarsi, procurarsi il cibo ed evitare i predatori.
Questi i risultati di un nuovo studio del Natural Resources Defense Council, secondo il quale le conseguenze sulla vita sottomarina dell'eccesso di rumore vanno da un cambiamento nel comportamento, alla perdita dell'udito, fino ad arrivare alla morte.
Il rapporto, che completa uno studio del 1999, include anche i risultati di una serie di autopsie condotte su balene spiaggiate per le quali si sospettava fossero state esposte ai sonar della Marina. Gli scienziati, che hanno esaminato oltre una dozzina di balene arenate alle isole Canarie nel 2002, hanno detto che gli animali, oltre a presentare lesioni al fegato e ai reni, sanguinavano nella zona attorno al cervello e alle orecchie.
''Sono sintomi che non si erano mai visti prima nei mammiferi marini - ha detto Michael Jasny, il principale autore dello studio - e ci hanno fatto concludere che il sonar, oltre che a disorientare le balene e portarle ad arenarsi, provoca agli animali vere e proprie lesioni''.
A ottobre, il gruppo Natural Resources Defense Council aveva fatto causa alla Marina militare perche' limitasse l'uso, almeno durante le esercitazioni, del sonar a media frequenza, il metodo piu' usato per localizzare i sottomarini nemici.

(ANSA)

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martedì, novembre 22, 2005

UN MARCHIO PER IL TONNO CHE NON UCCIDE I DELFINI
Annuncio del Sottosegretario alla pesca Scarpa Bonazza. Positivi Wwf e Marevivo

22 novembre 2005 - Tonno in scatola, ma amico del mare. Serve, perche' per le scatolette di tonno che compriamo nei nostri negozi i delfini (e non solo loro) pagano un prezzo molto alto: erano 140 mila quelli catturati accidentalmente nel 1985, adirittura 3-400 mila l'anno che quelli che morivano nelle reti negli anni 70. Poi e' arrivato un accordo di pesca realizzato dalla Commissione interamericana del tonno tropicale (Ciat) che ha fatto scendere le morti accidentali di delfini a 100 mila nel 1990, quando e' partito l'accordo, la cui implementazione ha portato dopo il 2000 a livelli molto piu' bassi, intorno ai 1.500 l'anno. E' la dimostrazione di come le pratiche di buona pesca possano salvare l'ambiente, pratiche di buona pesca testimoniate e certificate dal marchio "Dolphin safe", che ne garantisce il rispetto e distingue il tonno "davvero buono". Presentando il marchio il sottosegretario alle Politiche agricole, con delega alla Pesca, Paolo Scarpa Bonazza Buora ha annunciato che l'Italia lavorera' per promuoverne il riconoscimento anche in Europa, perche' e' "un buon esempio".
Il marchio "Dolphin safe" e' quello garantito dall'Apicd (l'Accordo per il programma internazionale per la conservazione dei delfini della Commissione inter americana per il tonno tropicale, o Citt) e', infatti, l'unico attualmente presente sul mercato in grado di garantire ai consumatori che il tonno Apicd sia stato pescato in modo sostenibile e senza uccidere o arrecare grave danno ai delfini. Della sigla fanno parte 15 paesi (Bolivia, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama, Peru', Venezuela oltre a Unione europea, Stati Uniti e Isole Vanuatu) che garantiscono perche' il tonno col marchio "Dolphin Safe" sia assegnato solo a precise condizioni.
Queste sono, ad esempio, che sui vascelli di pesca sia presente un equipaggio preparato a soccorrere i delfini e che siano pronti almeno due gommoni attrezzati (uno dentro e uno fuori la rete) pronti a soccorrere gli animali finiti in trappola. La nave, poi, dovra' procedere trainando la rete a marcia indietro, perche' cosi' la parte alta e terminale della rete finisca sott'acqua permettendo ai delfini di scavalcarla e mettersi in salvo. A bordo di vascelli tonnieri superiori alle 363 tonnellate (nel Pacifico va detto che sono decisamente piu' grandi di quelli mediterranei) dev'esserci poi un osservatore, che registri l'avvistamento dei delfini, i casi di mortalita' e ferimento e documenti con un rapporto esteso (10 pagine) le tre ore necessarie alla cattura. Infine, dev'essere garantita la tracciabilita' del tonno "amico dei delfini", dalla pesca al confezionamento, sotto la responsabilita' dei paesi contraenti.
"Siamo assolutamente convinti che il programma Dolphin Safe sia assolutamente serio", ha commentato Scarpa nella conferenza stampa cui hanno partecipato rappresentanti dei paesi che aderiscono a "Dolphin safe". Non ci troviamo "di fronte a un marchio truffaldino, tanto per scrivere su una scatoletta di tonno che e' ecocompatibile e sostenibile- ha aggiunto il sottosegretario- ha un lavoro alle spalle e anche dei costi importanti affrontati dall'industria della pesca dei paesi che vi aderiscono. Credo che sia un metodo importante e da importare, perche' unisce regole cogenti messe a processi che portano alla convenienza del pescatore a utilizzare un modo di pesca anziche' un altro".

(Ran/ Dire)

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lunedì, novembre 21, 2005

CLIMA: EFFETTO SERRA, IL KILLER DEI PESCI
Rapporto del Wwf, preoccupazione espressa anche per la pesca

19 novembre 2005 - Pesci voraci costretti a rimanere a stomaco vuoto e con sempre meno ossigeno a disposizione.
L'aumento delle temperatura, anche solo di due gradi, rischia di modificare per sempre oceani, laghi e fiumi e di alterare le abitudini di molte delle 27mila specie che li abitano, con ricadute sia sull'equilibrio dell'ecosistema sia sull'economia, in particolare quella dei Paesi piu' poveri. Con una produzione di circa 132 milioni di tonnellate all'anno, la pesca conta un giro d'affari di circa 130 miliardi di dollari, rappresenta il 50% dell'export dei Paesi in via di sviluppo e impiega in tutto 200 milioni di persone. Il 75% della produzione finisce sulle tavole di 2,6 mld di persone, in particolare nel Sud del Mondo dove la meta' della popolazione ha una dieta a base di pesce. E' quanto emerge da uno studio del Wwf intitolato 'Stiamo mettendo a bollire i pesci?', che a una settimana dall'incontro che riunira' a Montreal i paesi firmatari del Protocollo di Kyoto lancia un appello affinche' anche dopo il 2012 si continui a lavorare per ridurre l'effetto serra. Secondo alcune stime la temperatura terrestre aumentera' tra 1,4 e 5,8 gradi entro la fine del secolo, ma per evitare che l'habitat ne risenta profondamente ''con il rischio di innescare meccanismi totalmente incontrollabili - spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e' necessario che il riscaldamento non superi la soglia dei due gradi''. Il che vuol dire che le emissioni di anidride carbonica debbono essere ridotte del 60-80%, pena conseguenze a catena sull'ecosistema, a partire dal destino dei pesci. Messi gia' a dura prova dal sovrafruttamento delle attivita' di cattura, che ormai riguarda circa il 76% delle risorse, le popolazioni marine hanno, dunque, un nuovo nemico: il caldo. ''A rischio in particolare i pesci della barriera coralline, quelli polari e quelli che vivono in situazione di isolamento, dove hanno piu' difficolta' ad adattarsi ai cambiamenti'', spiega Bologna. Danni, che sono come un boomerang per il genere umano non solo in termini di qualita' ambientale ma anche su altri fronti: ''Lo studio dei pesci polari - spiega Bologna - che sono capaci di vivere a temperature bassissime senza congelarsi potrebbe essere una risorsa importante per la scienza medica e l'industria farmaceutica''. Anche senza voler tener conto dei risvolti scientifici piu' sofisticati, i cambiamenti climatici rappresentano comunque una minaccia per il benessere di animali e uomini. Al salire del termometro, infatti, l'ossigeno presente nell'acqua diminuisce e per i pesci inizia una lotta per la sopravvivenza. Ma non basta.
Diversamente da altri animali, infatti, i pesci sono molto sensibili agli sbalzi di temperatura, dal momento che sono incapaci di autoregolare la propria, e cosi' piu' si trovano a sguazzare in acque calde piu' il loro metabolismo accelera. Il che vuol dire che hanno bisogno di quantita' maggiori di ossigeno e cibo, pena ritrovarsi con pochissime energie per la riproduzione della specie. Peccato pero' che le quantita' a disposizione non sembra siano sufficienti, neanche nel migliore dei casi. Secondo un esperimento condotto nel lago di Toolik, in Alaska, all'aumentare di 3 gradi della temperatura, e' vero che le scorte alimentari per la trota artica che abita quelle acque raddoppierebbero ma non sarebbero comunque sufficienti a soddisfare i piccoli, che entro il primo anno di vita morirebbero tutti. Cosi', per sfuggire a questo destino i pesci hanno due soluzioni o migrare verso i Poli o scendere a profondita' maggiori. Ma questi cambiamenti incidono fortemente sulla catena naturale. Nel 1993, sempre in Alaska, sono morti 120 mila uccelli, incapaci di raggiungere le loro prede negli abissi, mentre a causa delle migrazioni alla ricerca del freddo il merluzzo del Mare del Nord i salmoni sia del Pacifico sia dell'Atlantico sono in forte diminuzione.

(ANSA)

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