sabato, dicembre 31, 2005

Gigante in fondo al mare

Rosalie Moller l’elegante cargo inglese, carico di carbone e affondato nel 1941 nel Mar Rosso dalla Luftwaffe, giace a –50 metri, intatto e in posizione di navigazione


La Rosalie Moller fu costruita a Glasgow dai cantieri Barclay Curle & Co e varata con il nome di Francis nel 1910. Lunga 108 metri e larga 16 metri, con una stazza di 3960 tonnellate, motori 3 cilindri a triplice espansione alimentati da 2 caldaie con combustione a carbone che producevano una velocità di crociera di oltre 10 nodi. Acquistata dalla Möller Line di Cardiff, continuò a navigare tra Shangai e Tsingtao fino al 1938, anno in cui fu richiamata a Liverpool in vista della guerra, durante la quale fu utilizzata come nave da trasporto. La nave venne quindi assegnata a rifornire la costa sud del Mediterraneo, in particolare Gibilterra e Alessandria. Nell’estate del 1941 le venne assegnata una nuova missione, che si sarebbe poi rivelata essere anche l’ultima. Con un carico di 4.680 tonnellate di carbone del Galles, al comandante Byrne venne ordinato di circumnavigare l'Africa e risalire il Mar Rosso. Dopo un breve scalo ad Aden, la Rosalie Moller entrò nel Mar Rosso, attraverso lo stretto di Gobal.

Trasportava un carico prezioso per la marina britannica, 4.5 tonnellate di carbone gallese, particolarmente apprezzato per la sua caratteristica di produrre poco fumo bruciando. Attendendo il proprio turno per oltrepassare Suez, al comandante James Byrne fu assegnato un luogo di ancoraggio sicuro, che avrebbe dovuto essere fuori del raggio di azione della Luftwaffe.

Ma i bombardieri tedeschi di stanza a Creta, dopo essere stati allertati, attraversarono le regioni desertiche dell’Egitto del Nord per dirigersi verso il sud del paese. All’una e mezza della notte del 6 ottobre 1941, affondarono il Thistlegorm, facendo esplodere le munizioni trasportate, illuminando a giorno per alcuni istanti il cielo. In quel modo gli aviatori tedeschi videro le altre navi ancorate.

In una successiva incursione, nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, venne colpita la Rosalie Moller, che affondò velocemente con il suo bastimento. A mezzo secolo dall'affondamento entrambi le navi sono ancora intatte.

 

tratto da http://www.aqva.com

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sabato, dicembre 31, 2005

I delfini stanno scomparendo per sempre

L'Unep (Un Environment Programme) lancia l'allarme per otto specie di delfini a grande rischio di estinzione. Un censimento internazionale discusso all'incontro sulla conservazione in Kenya ha rilevato che il 70 per cento delle specie è minacciata dalle reti da pesca. Anche l'inquinamento, la distruzione dell'habitat, i sonar militari e naturalmente la caccia mettono in pericolo la vita di questi ed altri cetacei. Due anni fa uno studio ha calcolato che 800 cetacei muoiono ogni anno impigliati nelle reti da pesca. "Conosciamo appena molte di queste specie, in particolar modo quelle che nuotano a grandi profondità", commenta Mark Simmonds, direttore della Whale and Dolphin Conservation Society, che aggiunge come anche la diminuzione delle risorse ittiche nei nostri mari (risorsa nutritiva fondamentale per queste specie) sia un L'Unep (Un Environment Programme) lancia l'allarme per otto specie di delfini a grande rischio di estinzione. Un censimento internazionale discusso all'incontro sulla conservazione in Kenya ha rilevato che il 70 per cento delle specie è minacciata dalle reti da pesca. Anche l'inquinamento, la distruzione dell'habitat, i sonar militari e naturalmente la caccia mettono in pericolo la vita di questi ed altri cetacei. Due anni fa uno studio ha calcolato che 800 cetacei muoiono ogni anno impigliati nelle reti da pesca. "Conosciamo appena molte di queste specie, in particolar modo quelle che nuotano a grandi profondità", commenta Mark Simmonds, direttore della Whale and Dolphin Conservation Society, che aggiunge come la diminuzione delle risorse ittiche nei nostri mari (risorsa nutritiva fondamentale per queste specie) sia un ulteriore fattore di minaccia.

http://magazine.enel.it/

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venerdì, dicembre 30, 2005

Benzene in fiume, fine stato d'allerta

Mosca, 30 dicembre 2005 - Ha lasciato la citta' di Khabarovsk la chiazza di benzene che nelle settimane scorse dalla Cina si era riversata nel fiume siberiano Amur. Le autorita' hanno revocato lo stato d'allerta, e la popolazione puo' nuovamente usare senza paura l'acqua dei rubinetti.
Resta in vigore il divieto assoluto di pesca, che potrebbe protrarsi a lungo. La chiazza comunque non ha provocato particolari inconvenienti, perche' la concentrazione di benzene - un carburo aromatico altamente tossico e cancerogeno - ha superato solo di poco i limiti di tolleranza e il sistema di filtraggio organizzato in vista della crisi si e' rivelato efficiente. ''L'acqua anzi e' migliore di quanto non fosse prima, grazie ai nuovi filtri'', sostengono esponenti del governo locale.
Ora il benzene, che si estende per quasi 200 chilometri, continua il suo viaggio fluviale verso un altro centro abitato, Amursk, dove e' atteso per il 2-3 gennaio. Gli esperti affermano che non dovrebbero esserci rischi per la popolazione, dato che la sostanza si e' largamente dispersa.
L'allarme benzene era scattato il 13 novembre nel nord est della Cina, quando esplosioni in una fabbrica chimica avevano provocato il riversamento nel fiume Shonghua di oltre 100 tonnellate della sostanza. Dal Shonghua, affluente dell'Amur, la chiazza e' arrivata in Siberia, provocando una iniziale ondata di panico fra gli abitanti delle rive del fiume e una massiccia incetta di bottiglie di acqua minerale.

(ANSA)

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venerdì, dicembre 30, 2005

La difesa chimica di una lumaca marina
Produce separatamente gli ingredienti di una secrezione difensiva

Quando viene minacciata dai predatori, una lumaca di mare si difende espellendo nell'acqua una secrezione colorata che consiste di perossido di idrogeno, ammoniaca e diversi tipi di acidi. Un gruppo di ricercatori del Center for Behavioral Neuroscience (CBN) di Atlanta guidati da Charles Derby della Georgia State University ha scoperto che questa secrezione viene prodotta a partire da sostanze chimiche normalmente inerti, immagazzinate separatamente in due ghiandole. La scoperta, descritta online sulla rivista "Journal of Experimental Biology", fornisce indizi su un processo chimico naturale con possibili applicazioni industriali.
Derby e colleghi hanno esaminato questo "inchiostro" e le ghiandole della lumaca marina Aplysia che producono le sostanze chimiche L-lisina, L-arginina e una proteina enzimatica chiamata escapina. Nel corso di studi precedenti, i biologi avevano determinato che l'escapina media la reazione chimica con L-lisina e L-arginina che dà origine la secrezione difensiva. Usando una gran varietà di tecniche chimiche e molecolari, gli scienziati hanno identificato L-lisina e L-arginina nella ghiandola che produce la componente bianca e viscosa della secrezione, e l'escapina nella ghiandola che produce la tintura porpora.
"L'Aplysia - spiega Derby - produce separatamente questi precursori innocui e poi li libera simultaneamente quando ce n'è bisogno. Questo meccanismo assicura la potenza della secrezione contro l'attacco dei predatori e consente all'animale di fuggire".

www.lescienze.it

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giovedì, dicembre 29, 2005

GREENPEACE CONTRO FLOTTA GIAPPONE IN ANTARTICO
Dopo scontri, guerra di parole ed accuse di pirateria

29 dicembre 2005 - La 'guerra delle balene' nell'Oceano meridionale si e' trasformata in scambio di insulti, con i balenieri giapponesi che accusano gli attivisti di Greenpeace di pirateria e di violazione delle leggi del mare.
Per risposta, il leader dei verdi australiani, Bob Brown, afferma che sono i balenieri i veri pirati, e che i giapponesi stanno perdendo la battaglia sul loro cosiddetto programma di ricerca scientifica, e rischiano anche una ribellione degli equipaggi.
Due navi di Greenpeace, Esperanza e Arctic Sunrise, con a bordo 70 ecologisti di 19 paesi compresi Giappone e Italia, hanno trascorso l'ultima settimana nelle gelide acque antartiche impegnate in un gioco di gatto e topo con una flotta di sei baleniere giapponesi. Il Giappone ha in programma di catturare e macellare 935 balene minke, o balenottere minori, e 10 balenottere comuni nei mari antartici questa estate, come parte del suo programma di ricerca.
Il comandante della spedizione di Greenpeace, Shane Rattenbury, ha dichiarato successo nel prevenire la cattura e l'uccisione di alcune balene, grazie all'interposizione di gommoni, fra gli arpioni e i cetacei. Ma in alcune occasioni un'imbarcazione di Greenpeace e una giapponese sono rimaste coinvolte in collisioni minori.
In una lettera aperta a Greenpeace, il direttore generale dell'Istituto di ricerca sui cetacei, Hiroshi Hatanaka, ha accusato gli ambientalisti di comportamento pericoloso nell'inseguimento delle baleniere. ''Chiedo con forza che Greenpeace smetta immediatamente di inseguire le nostre navi di ricerca e si astenga dall'avvicinarsi ancora in futuro'', ha dichiarato. ''La vostra organizzazione continua a mettere in pericolo le vite dei nostri equipaggi cercando di abbordare le nostre navi. In breve, queste azioni costituiscono pirateria''.
Secondo Brown, sono i giapponesi i veri pirati. ''E' ovvio che il governo giapponese riconosce che sta perdendo la battaglia di pubbliche relazioni...e' la solita storia, quando si perde su un argomento si insultano gli opponenti''. ''I balenieri non si aspettavano il coraggio che Greenpeace ha dimostrato'', ha aggiunto.
Il leader dei verdi ha esortato il governo australiano - che formalmente si oppone alla caccia alle balene in mari compresi in un santuario internazionale dei cetacei - ad intervenire mandando una nave da ricognizione per verificare le attivita' dei giapponesi. ''L'inazione del nostro governo non ha scuse'', ha aggiunto. ''Dovrebbe intraprendere azione legale nelle corti internazionali per allontanare i giapponesi dai quei mari'', ha proseguito.
Il Giappone ha abbandonato la caccia commerciale alle balene nel 1986 in ottemperanza ad una moratoria internazionale, ma dall'anno successivo ha dato inizio a quello che chiama un programma di ricerca, che secondo gli oppositori non e' altro che una caccia commerciale mascherata, per rifornire i mercati del pesce e i ristoranti in Giappone, dove la carne di balena e' molto ricercata.

(ANSA)

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mercoledì, dicembre 28, 2005

Permafrost addio?
Nuove simulazioni prevedono lo scioglimento del terreno congelato

27.12.2005 Il riscaldamento globale potrebbe decimare di almeno tre metri o più il permafrost (lo strato di terreno perennemente congelato) dell'emisfero settentrionale, alterando gli ecosistemi del Canada, dell'Alaska e della Russia. Nuove simulazioni del National Center for Atmospheric Research (NCAR) mostrano infatti che oltre la metà dell'area ricoperta dallo strato superiore di permafrost potrebbe sciogliersi entro il 2050, e circa il 90 per cento entro il 2100. Gli scienziati si attendono che il fenomeno incrementi la quantità di acqua dolce riversata nell'Oceano Artico e quella di carbonio nell'atmosfera.
Lo studio, basato sul modello CCSM (Community Climate System Model) del NCAR, è il primo a prendere in esame globalmente lo stato del permafrost considerando le interazioni fra atmosfera, oceano, terra e ghiaccio. "In passato erano già stati usati modelli per studiare il permafrost - commenta David Lawrence, principale autore della ricerca - ma non all'interno di un modello del sistema climatico completamente interattivo". I risultati sono stati pubblicati online sulla rivista "
Geophysical Research Letters".
Circa un quarto del suolo dell'emisfero settentrionale contiene permafrost, definito come il terreno che rimane sottozero per almeno due anni. Il permafrost viene di solito caratterizzato da uno strato attivo superficiale, che si estende da pochi centimetri a diversi metri di profondità e che si scioglie durante l'estate per ricongelare d'inverno, e uno strato più profondo che rimane sempre ghiacciato. Lo strato attivo reagisce ai cambiamenti climatici, mentre quello profondo non si è più scongelato dall'ultima era glaciale, circa 10.000 anni fa.

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mercoledì, dicembre 28, 2005

Spedizione scientifica sui fondali dello tsunami

28 Dicembre 2005

Fra pochi giorni ricorrerà il primo anniversario di quella immensa tragedia che è stato lo “tsunami” nei paesi del sud-est asiatico, ovvero quello che si è verificato il 26 dicembre 2004 che è stato uno dei terremoti più violenti registrati negli ultimi cento anni ed ha prodotto un devastante maremoto che ha provocato centinaia di migliaia di vittime e danni incalcolabili.
Il maremoto si è prodotto perché l’epicentro del terribile sisma si trovava in mare e precisamente al largo della costa nord- occidentale di Sumatra alla profondità di circa 10 chilometri.
Recentemente un gruppo internazionale di scienziati ha esplorato per la prima volta il fondale marino dove è stato localizzato l’epicentro del terremoto del dicembre 2004. Gli studiosi volevano constatare direttamente gli effetti sul fondale prodotti dal terremoto.
I risultati della spedizione sono stati diversi da quanto gli scienziati si aspettavano considerata la particolare violenza del sisma. Sono state osservate un numero ridotto di frane sottomarine ed uno sconvolgimento del fondale meno esteso del previsto.
Secondo gli studiosi probabilmente gli effetti delle onde sismiche sono stati attenuati grazie ai materiali presenti nei fondali marini dove è stato localizzato l’epicentro del terremoto. Una delle frane più significative esaminate dai ricercatori si è sicuramente verificata più di mille anni fa mentre altri spostamenti in verticale del fondale marino sono più recenti e quindi da attribuire agli effetti del terremoto del 26 dicembre.
Lo studio sarà importante, anche, per fare migliori previsioni riguardo eventuali futuri terremoti.

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martedì, dicembre 27, 2005

Nuova datazione della crosta terrestre

27 Dicembre 2005

La crosta terrestre è la parte più superficiale del globo. È costituita da un sottile strato di rocce allo stato solido e la si può dividere in crosta continentale e crosta oceanica.
La crosta oceanica è caratterizzata da uno spessore più sottile rispetto alla crosta continentale, ma ha una densità maggiore; è composta da un sottile strato superficiale di sedimenti che ha uno spessore medio inferiore ad un chilometro al disotto del quale si trovano dei basalti ed ancora più sotto si trovano delle rocce magmatiche intrusive.
Recentemente scienziati dell’Università del Wyoming, dell’US Geological Survey, e della Woods Hole Oceanographic Institution, hanno stabilito il metodo più efficace per determinare l’età della crosta oceanica.
Il metodo, già usato efficacemente per determinare l’età delle rocce che si trovano sulla terra e per determinare i processi formativi della crosta continentale, viene definito “metodo degli zirconi” perché prende in esame gli zirconi che vengono datati con un sistema di datazione detto U/Pb (Uranio-Piombo).
Gli zirconi simili ai diamanti si trovano sotto forma di cristalli nelle rocce eruttive. Gli scienziati americani hanno accertato la presenza di piccolissimi cristalli di zircone nella crosta oceanica e ne hanno effettuato la datazione con il metodo U-Pb, scoprendo che il 25% dei campioni esaminati presentava un età di ben 2,5 milioni di anni più vecchio di quanto avevano stabilito le precedenti datazioni, meno precise, basate sul magnetismo.
Lo studio sarà particolarmente importante anche per capire come si è formata la crosta oceanica. La ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Science”.

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lunedì, dicembre 26, 2005

Scoperta la culla della medusa assassina

Presso un’isoletta del Queensland è stata trovata un «terreno riproduttivo» delle velenosissime meduse irukandji

BRISBANE (AUSTRALIA) – Nell’emisfero sud è estate. Le spiagge australiane sono affollate di bagnanti che, le cronache ci insegnano, si tuffano in specchi d’acqua recintati da reti anti-squalo. Ma i voraci pescecani non sono l’unico «terrore» dei mari australi. Le spiagge del Queensland, nel nord-est dell’isola-continente, sono spesso costrette a vietare la balneazione per l’arrivo di ondate di minuscoli ammassi di gelatina che la scienza battezza carukia barnesi e che la cultura popolare ha chiamato meduse irukanji, nome che deriva da quello di una tribù aborigena della zona.

ANNATA AMARA – Le meduse irukandji infestano soprattutto le spiagge del Queensland, ma a volte giungono anche alle Fiji e in Indonesia. Arrivano a ondate e spesso costringono a chiudere tratti di costa alla balneazione. Quest’anno hanno colpito «in forze»: hanno già punto 38 persone a partire da ottobre, l’ultima la scorsa domenica (un bimbo di 10 anni). Nello stesso arco di tempo, nel 2004, si era verificato una solo caso di puntura attribuibile a una irukandji.

La caravella portoghese – physalia physalis. I suoi tentacoli mortali possono raggiungere i 30 metriFLAGELLO MISTERIOSO – Le meduse irukandji sono più piccole di un fiammifero; i «giganti» della specie possono raggiungere al massimo i 2,5/3 centimetri. Eppure sanno difendersi, come, se non meglio, delle loro «cugine» sparse per tutti i mari del mondo: a differenza della maggioranza delle meduse, infatti, possono pungere con ogni parte del corpo, non solo con i tentacoli. Chi viene punto spesso non se ne accorge per diversi minuti, anche 45, poi scatta quella che è stata definita la «sindrome irukandji»: attacchi d’ansia, dolori addominali, vomito, crampi, mal di testa, fino ad arrivare all’arresto cardiaco e quindi alla morte. Ufficialmente, l’ultimo decesso per la puntura di una irukandji risale al 2002, ma gli esperti temono che molte persone decedute ufficialmente per infarto siano in realtà vittime del piccolo, ma velenosissimo celenterato. Non esiste un antidoto alla sostanza tossica emessa dalle irukandji: questo anche e soprattutto perché i biologi non ne hanno mai catturate in ingenti quantità, non conoscendo nemmeno il luogo in cui si riproducono.

LA SVOLTA – C’è una svolta. Il quotidiano di Brisbane The Australian rivela giovedì 22 ottobre che alcuni ricercatori dell’Università James Cook hanno individuato un territorio riproduttivo delle irukandji sito a 200 metri dalle coste di un’isoletta della Grande Barriera Corallina chiamata Double e posta di fronte alla cittadina di Cairn, nel nord del Queensland: un’area tra le più flagellate dalla medusa. «E’ un grande passo in avanti – ha dichiarato il professor Jamie Seymour -; ora abbiamo una quantità di veleno su cui lavorare. Ora sappiamo quando e dove si riproducono e potremo sapere se si sposteranno e quando sarà una pessima stagione per i bagnanti». I biologi dell’Università James Cook hanno rivelato di aver già catturato più di 250 esemplari della medusa letale. Il loro veleno verrà studiato da un gruppo di lavoro governativo creato appositamente per debellare il flagello irukandji. Un antidoto non sarà comunque disponibile prima di 15 anni, ammette il prof. Seymour. La scoperta di una culla delle irukandji ha permesso di capire che gli esemplari che infestano le spiagge sono giovani; quelli più «maturi» hanno forza sufficienti per opporsi alle correnti e non essere sospinti verso le spiagge.

ALTRE MINACCE – La irukandji non è la medusa più velenosa al mondo, ma è senz’altro quella che ha creato più grattacapi in fase di terapia, perché fino ad ora non la si è potuta mai studiare per bene. Il primato di velenosità va a un’altra medusa australiana, la vespa di mare (chironex fleckeri), anch’essa flagellante il Queensland. Basta sfiorarne una, anche se morta, o addirittura un moncone di tentacolo per trovare la morte, a meno che non si intervenga in tempo (esiste un antidoto). Famigerata è anche la caravella portoghese (physalia physalis), simile a una medusa, ma in realtà un aggregato di quattro organismi. Anch’essa mortale, ha tentacoli lunghi fino a 30 metri, che possono colpire un bagnante anche se questo si tiene a debita distanza dalla «testa», una sacca d’aria galleggiante che annuncia la presenza dell’animale. Infesta i mari caldi del modo e occasionalmente è stata avvistata anche in Italia.

Simone Bertelegni

www.corriere.it

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lunedì, dicembre 26, 2005

Il lungo viaggio di un uccello marino

Cuore di mamma

Un esemplare tailandese di fregata, un uccello della famiglia dei pellicani, ha volato per 26 giorni non stop per nutrire il figlio

A juvenile frigate.BANGKOK(Thailandia) 24 dicembre 2005 - E’ il viaggio più lungo che sia mai stato fatto da una madre fregata per procurare il cibo al proprio cucciolo. Il coraggioso pellicaniforme si chiama Lydia e gli studiosi del Christmas Island National Park hanno tracciato i suoi spostamenti attraverso un sistema di «global positioning», scoprendo che per cercare cibo alla prole ha viaggiato per 26 giorni senza mai fermarsi, percorrendo 2.500 miglia. Usa Today riporta la notizia riprendendo le parole del coordinatore dell’osservatorio sulla biodiversità del Christmas Island National Park, David James «E’ una vera rivoluzione. Questi esperti volatori dalle ali appuntite e dalla coda forcuta solitamente non hanno mai attraversato grandi distanze». Per di più le fregate normalmente procacciano il cibo in maniera abbastanza comoda: inseguono le sule, le molestano e le inducono a rigurgitare il pesce.

SPECIE MINACCIATA – E se questi liberi veleggiatori dei cieli fossero minacciati proprio per colpa dei tempi di volo troppo rilassati? Secondo l’American Bird Conservancy si tratta infatti di una specie ad alto rischio di estinzione. Negli ultimi venti anni c’è stato un calo della specie del 10 per cento e, secondo le stime degli esperti, i pericoli futuri sono significativi. La mamma fregata è partita il 18 ottobre da una località australiana situata nell’oceano indiano e distante 310 miglia da Jakarta. E’ tornata a casa, anzi «a nido», il 14 novembre, rigurgitando il pasto per l’amato pulcino. Per un animale di questa specie è un traguardo, ma esistono volatili ben più resistenti. E’ stato osservato un albatros, per esempio, che ha volato per 46 giorni, ininterrottamente.

Emanuela Di Pasqua

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domenica, dicembre 25, 2005

Satellite per salvaguardare il merluzzo

24 Dicembre 2005 - I Merluzzi della Patagonia (Dissostichus eleginoides) sono una delle specie considerate a rischio di estinzione a causa dello sfruttamento irresponsabile, si pensa quindi di adottare misure di protezione internazionali per frenare la diffusa pratica della pesca illegale di questa specie ed il commercio di parti e derivati.
Per controllare al meglio la pesca abusiva di questo ricercatissimo pesce, noto anche come “spigola cilena” o addirittura come “oro bianco”, in una remota zona dell’Oceano Indiano meridionale si usa efficacemente un sistema di sorveglianza che si avvale degli strumenti di una rete di satelliti “Envisat” dell’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) e “Radarsat-1” dell’Agenzia Spaziale Canadese.
La zona posta sotto sorveglianza è quella che si trova intorno alle isole Kerguelen che fanno parte dei Territori d’Oltremare della Francia e sono quindi amministrati da Parigi, ma questa zona con il suo milione di chilometri quadrati di Oceano non può essere efficacemente pattugliata e quindi si è ricorsi ai radar dei satelliti che possono adeguatamente controllare tutta la zona sia di giorno che di notte e in qualsiasi condizione meteorologica.
È importante difendere la presenza del merluzzo della Patagonia perché esso ha una particolare importanza per l’equilibrio ambientale dell’area sub-antartica dell’Oceano meridionale, questo tipo di pesce fra l’altro costituisce un’importante fonte alimentare per foche e balene. È una delle poche specie presenti nelle gelide acque antartiche grazie a delle componenti anti-gelo sviluppate con l’evoluzione nel proprio sangue.

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sabato, dicembre 24, 2005

Un'OTTIMA notizia  per un Natale più sereno

Greenpeace, per un giorno salvate balene da arpioni giapponesi

Roma, 24 dicembre 2005 - L'azione e' servita e Greenpeace e' riuscita a salvare le balene dagli arpioni giapponesi per un giorno. "Grazie all'impegno delle nostre due navi per almeno un'intera giornata nessuna balena e' stata uccisa nel Santuario dei cetacei dell'Oceano Meridionale", spiega Donatella Massai, direttore generale di Greenpeace. Dopo due giorni di "battaglia" con le navi e i gommoni di Greenpeace, la flotta baleniera giapponese si sta allontanando dalla zona di caccia, sempre seguita dall'Esperanza, la piu' veloce e la piu' moderna nave di Greenpeace.
"Appena le navi giapponesi rallenteranno per riprendere la caccia metteremo di nuovo in acqua i gommoni per difendere le balene dagli arpioni- spiega Massai- nel frattempo, la baleniera 'Kaiko Maru' dovra' fare tappa ad Hobart, in Australia. Ci auguriamo che le autorita' australiane facciano tutti i controlli possibili sulla nave e sul suo carico, trattenendola in porto".
L'Australia, paese amico delle balene da sempre, "ha un'opportunita' unica di fermare questa caccia ingiustificata" si augura infine il direttore generale di Greenpeace.

(Com/Ran/ Dire)

foto da http://weblog.greenpeace.org/oceandefenders/

foto da http://weblog.greenpeace.org/oceandefenders/

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