martedì, febbraio 28, 2006

Le abilità del pesce arciere

I pesci arciere (Toxotes jaculatrix) devono la loro notorietà e nome alla singolare capacità di sputare dalla bocca un violento getto d'acqua (che negli esemplari adulti può raggiungere 1,5 metri) per colpire gli insetti che sostano incautamente su foglie o rami vicini alla superficie dell'acqua. L'insetto cade e il pesce l'ingolla
Da sempre, questo strano modo di cacciare ha affascinato gli scienziati. Come riescono questi pesciolini di 25 centimetri a vedere fuori dall'acqua? Calcolano le distanze e le traiettorie o si basano sul caso? E come riconoscono se una preda non è in realtà un boccone troppo grosso da inghiottire?
Alcuni ricercatori tedeschi hanno recentemente concluso alcuni esperimenti dimostrando che il pesce arciere possiede un'intelligenza in grado non soltanto di imparare dall'esperienza, ma anche di calcolare precise traiettorie.

da www.focus.it

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martedì, febbraio 28, 2006

GREENPEACE SALPA CONTRO PESCA PIRATA IN ATLANTICO
In nero il 20% della pesca globale, fatturato fra i 4 ed i 9 miliardi da tonno rosso

28 febbraio 2006 - Nuova missione per Esperanza. La nave di Greenpeace salpa di nuovo per contrastare la pesca pirata in Atlantico che rappresenta - secondo una stima degli ambientalisti - ''circa il 20% della pesca globale, con un fatturato tra i 4 e i 9 miliardi di dollari che si lasciano dietro una scia di distruzione ambientale e sociale''.
L'Esperanza salpa in direzione dell'Atlantico dove i 'pirati' fanno man bassa di migliaia di tonnellate di tonno rosso, un mercato altamente lucrativo. Ma il problema riguarda tutti i mari del mondo e praticamente ogni tipo di pesce. ''L'impatto di questa pesca pirata sulle popolazioni ittiche - afferma Greenpeace - e' aggravato dalla distruzione dell'ambiente e della biodiversita' marina. Con palamiti lunghi anche 100 chilometri, cavi di nylon da cui pendono migliaia di ami, infatti i pescatori di frodo catturano tartarughe marine, squali ed uccelli marini, rigettati morti in mare a milioni ogni anno''.
''Vogliamo denunciare l'attivita' delle flotte che operano impunite - incalza il responsabile campagna Mare Alessandro Gianni' - in ogni parte del mondo, dall'Oceano Antartico al Pacifico e all'Atlantico, comprese le spadare italiane nel Mediterraneo: bisogna chiudere i porti ai pescherecci pirata, negare loro l'accesso ai mercati e intraprendere azioni legali nei confronti di quelle aziende che ne sostengono le attivita', commercializzando i prodotti di questo furto in grande scala''.
A Parigi il 2 e 3 marzo si terra' la riunione della task force ministeriale Ocse sulla pesca d'altura che dovra' decidere anche le iniziative da adottare contro la pesca pirata.
Nell'occasione Greenpeace esporra' i risultati della campagna di 14 mesi di navigazione 'Difendiamo i nostri mari' a cui hanno aderito 45.000 persone diventati 'ocean defenders'.

(ANSA)

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lunedì, febbraio 27, 2006

Squalo... a motore

Eddie Paul ha costruito il primo squalo bianco completamente meccanico capace di ospitare al suo interno un uomo: il primo esperimento, che fu messo in mare nel 1990, prese il nome di Alison e fu un successo parziale. Alison fu calato in Australia, in acque infestate da squali che accettarono benevolmente la presenza del nuovo arrivato, consentendo a Jean-Michel Cousteau, oceanografo e figlio del famoso ricercatore Jaques, al suo interno di studiare da vicinissimo il comportamento di questi straordinari animali. A un certo punto decisero di vedere la reazione del gruppo di fronte a un comportamento anomalo di Alison, fatta sobbalzare come se fosse in fin di vita: a quel punto il più grosso esemplare del gruppo cominciò ad attaccarla strappando pezzi del suo corpo (nella foto, quel che rimase). Imparata la lezione Eddie Paul costruì un secondo squalo, chiamato Sushi, con una enorme gabbia toracica di acciaio inossidabile.

www.focus.it

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domenica, febbraio 26, 2006

Delfini, è emergenza per quelli spiaggiati su coste francesi

Parigi, 25 febbraio 2006 - Più di 80 cadaveri di piccoli cetacei, soprattutto delfini comuni, sono stati ritrovati nei giorni scorsi sulle coste francesi situate tra la Loira Atlantica e le Landes. La maggior parte di questi animali presentava tracce di cattura accidentale da parte di strumenti di pesca. Gli animalisti del Centre de Recherche sur les Mammifères Marins de La Rochelle (CRMM) sono in allarme: si tratta di un numero dieci volte più alto del normale. Di solito, infatti, in un anno, il CRMM registra circa 200 spiaggiamenti sul versante atlantico; di questi, alcuni sono dovuti a cause naturali, altri ai pescatori, ma gli specialisti non riescono a stabilire ancora quale sia la reale incidenza dell'uomo sul fenomeno. Nel Golfo di Guascogna vivono circa 40.000 delfini e altre specie di piccoli cetacei.

www.animalieanimali.it

 

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sabato, febbraio 25, 2006

Il faro di Livorno

di AnnaMaria "Lilla" Mariotti

Questo faro ha una lunga storia: è uno dei più antichi d'Italia, secondo solo alla più vetusta Lanterna di Genova, che, però, nei secoli, ha subito molti cambiamenti, assumendo la forma definitiva solo nel 1543, mentre il faro di Livorno dalla sua costruzione è rimasto pressoché invariato.   
Una prima torre era stata innalzata dai Pisani nel 1154 a Porto Pisano con l'intento di segnalare alle navi in arrivo le molte e pericolose secche che si trovavano nella zona. Questo avveniva quando Livorno era ancora legata alle fortune di Pisa e quello era il porto utilizzato a quell'epoca per i commerci  delle due città.   Questa torre  venne presa molte volte di mira e distrutta durante le guerre fra diverse fazioni  che sconvolsero la regione durante il Secolo XII e fu solo   quando  la città di Pisa fu ceduta a Firenze che i Medici, Signori di quella città, si resero conto che Porto Pisano si stava insabbiando e non era più utilizzabile come scalo.
Rivolsero allora lo sguardo a Livorno, in posizione decisamente più favorevole,  decisero di dare un nuovo impulso a quella città e fecero innalzare un faro che segnalasse alle navi l'entrata di quel porto.   La torre fu eretta nel 1304, appoggiata su una basamento poligonale di 13 lati, era  costruita in pietra naturale ed era costituita da due cilindri merlati, quello inferiore più largo e quello superiore più stretto, alti 47 metri in totale, e divisi in 11 piani raggiungibili con una scala a chiocciola che sale all'interno dello spessore delle mura.
Questo faro superò indenne i secoli, ma fu durante la seconda guerra mondiale che subì  l'oltraggio più grande:  nel 1944 le truppe tedesche in ritirata lo fecero saltare  con una carica di dinamite, distruggendolo.  Per volontà di tutta la cittadinanza Livornese che lo vedeva come un simbolo della città, fu ricostruito nel 1956  rispettando per intero la forma originale e utilizzando, per quanto possibile, tutto il materiale originale recuperato dalle macerie, soprattutto per il rivestimento esterno
Questo imponente signore della notte, ora  monumento nazionale, è ancora funzionante, la sua sagoma inconfondibile si staglia all'ingresso del porto, esattamente dove fu costruito tanti secoli fa e proiettata la sua luce verso le navi che entrano ed escono dal porto.    L'impianto è automatizzato e  sulla sua lanterna è stata installata un'ottica rotante che emette 4 lampi ogni 20 secondi e la sua luce può essere vista   fino a 24 miglia marine.   Anche lui, come molti altri fari,  può essere considerato superato dalle moderne tecniche di navigazione,  ma quando si lascia il Porto di Livorno su una nave, nel buio della sera, il suo fascio di luce che lambisce il mare è una presenza rassicurante,  fa sentire che niente di male può succederti  finché lui ti indica la via.

http://www.mareblucamogli.com

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venerdì, febbraio 24, 2006

RADDOPPIATI CONSUMI PESCE IN 25 ANNI. PERICOLO MEDITERRANEO
Per l'Ismea ne magniamo 16,2 chili a testa l'anno (vegetariani esclusi)

24 febbraio 2006 - Nel Bacino del Mediterraneo produzione, consumi e scambi internazionali di prodotti ittici sono andati via via aumentando nell'arco degli ultimi 25 anni.
E' l'analisi principale che emerge dal nuovo Rapporto Ismea 'Verso un sistema di regole comuni per la pesca nel Bacino del Mediterraneo', che ha l'obiettivo di delineare un quadro dell'andamento del settore e dare una linea di previsione dei consumi, fino al 2030, sulla base delle ultime statistiche elaborate dalla Fao.
Dal rapporto, presentato nel convegno ''Mediterraneo: regole comuni per un mare comune'', emerge che il consumo di pesce nell'area mediterranea e' piu' che raddoppiato negli ultimi 25 anni, raggiungendo gli 8 milioni di tonnellate nel 2002, con un'incidenza sul totale mondiale pari al 7,3%. Un dato quest'ultimo che interessa sia i Paesi mediterranei appartenenti alla Ue (Puem) che i Paesi mediterranei Terzi (Pmt), ma se si considerano singolarmente i due raggruppamenti, all'interno del Bacino, sono i Puem, con 5,6 milioni di tonnellate, ad assorbire la fetta maggiore dei consumi totali dell'area, con ben il 70%, mantenendo comunque, negli ultimi decenni, un trend positivo in entrambi i casi. Nel dettaglio, sono poi Spagna, Francia, Italia, Egitto e Turchia i Paesi che assorbono i maggiori quantitativi di pesce.
Il consumo pro-capite di pesce per i Paesi dell' area mediterranea si attesta sui 16,2 chilogrammi annui, in linea con il dato mondiale (16,3 kg). Forti consumatori si confermano i Paesi mediterranei appartenenti all'Unione Europea. Al primo posto l'isola di Malta, con 50,2 kg di prodotto pro-capite, e la Spagna, con 47,5 kg, seguite da Francia e Cipro che ne mangiano ogni anno rispettivamente 31,3 kg e 28,5 kg a testa. Per tutti gli altri Paesi del gruppo Puem, il livello dei consumi annui di prodotti ittici si spinge oltre i 20 kg, superando ampiamente il valore medio mediterraneo e mondiale. Il consumo di pesce nei Paesi mediterranei extra Ue, invece, e' molto basso. I Ptm mangiano quantita' (8,3 kg nel 2002) pari alla meta' di quelle medie mondiali.
Le proiezioni Fao indicano, tra il 2005 e il 2030, nell'ipotesi di stabilita' dei consumi (determinante quindi solo la crescita demografica), un aumento del 15% nell'area mediterranea rispetto al livello rilevato nel 1999, equivalente a una espansione pari a poco piu' di un milione di tonnellate, con crescita nulla nei Puem e del 53% nei Ptm. Nell'ipotesi, invece, di crescita dei consumi a un'intensita' analoga a quella rilevata nel ventennio 1976-1999, cioe' lo scenario ritenuto piu' probabile, entro il 2030 i consumi aumenteranno nei Puem del 13,5% e nei Ptm del 68%, con un incremento complessivo di circa 2 milioni di tonnellate. Mantenendo questi ritmi, i consumi mondiali aumenteranno del 156%, in valore assoluto un incremento pari a circa 150 milioni di tonnellate.
''I dati dimostrano chiaramente che il pesce e' diventato in gran parte, certamente nei Paesi della sponda nord del Mediterraneo, una risorsa di lusso''. Cosi' Alessandro Gianni di Greenpeace.
Secondo il responsabile campagna Mare dell'organizzazione ''questa domanda e' una delle cause dell'eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche. Con il 75% delle popolazioni al limite dello sfruttamento, il settore pesca perde ogni anno, a livello globale, decine di milioni di euro''. Secondo l'Unep, ricorda Greenpeace, solo in Italia nel 2000 si sono persi 8.000 posti di lavoro nella pesca. Tra le misure da prendere per gestire meglio il problema, secondo Gianni ''e' necessaria la creazione di una rete di aree marine protette, anche nelle acque internazionali, per salvaguardare le zone particolarmente critiche per la conservazione delle popolazioni ittiche''.

Fonte ANSA

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venerdì, febbraio 24, 2006

STOP IN NUOVA ZELANDA A RETI A STRASCICO
Decisione del Governo australe

23 febbraio 2006 - Un terzo delle acque territoriali della Nuova Zelanda, per un totale di 1,2 milioni di kmq, sara' chiuso alle forme piu' invasive di pesca come quella a strascico di fondo, o bottom trawling, in cui i pescherecci trascinano pesanti reti lungo il fondo marino, catturando pesci ma anche distruggendo banchi corallini ed altri organismi. Lo ha annunciato il ministro della pesca Jim Anderton, a conclusione di una conferenza ittica internazionale, cui hanno preso parte delegati di 20 Paesi, per discutere come gestire le acque internazionali del Pacifico meridionale, dove vi e' poco controllo sui metodi di pesca e sulla gestione delle riserve ittiche non migratorie.
Nel dare l'annuncio, il ministro Anderton ha detto che si tratta della piu' vasta area marina esclusa al bottom trawling entro la Zona economica esclusiva di una nazione, ed ha definito l'accordo raggiunto con le grandi compagnie di pesca, come una vittoria sia per gli ambientalisti che per i pescatori. Le aree interessate ha aggiunto comprendono una varieta' di profondita' e di habitat, rappresentativa delle acque territoriali neozelandesi.
Secondo gli scienziati marini, la pesca a strascico di fondo e' la piu' distruttiva fra quelle condotte attualmente negli oceani del mondo. Alcune delle specie colpite hanno una crescita fisica molto lenta e ci vorranno centinaia, o anche migliaia di anni, per riassorbire le perdite al patrimonio ittico.
L'annuncio e' stato accolto con qualche riserva dalle organizzazioni ambientaliste, che hanno mantenuto una presenza di alto profilo durante la conferenza, con eventi come teatro di strada e mostre fotografiche della gran varieta' di specie marine di profondita' presenti in quei mari. A proposito dell'accordo, la portavoce di Greenpeace Carmen Gravatt, ha detto che 'il diavolo e' nascosto fra le righe'', poiche' le aree comprese nella zona protetta non sembrano rappresentare tutte quelle a rischio. 'Sappiamo, ad esempio, che alcune di queste aree sono troppo profonde per il bottom trawling, mentre altre sono gia' state spopolate'', ha detto. Secondo Lorraine Hitch del WWF, 'e' increscioso che i governi continuino con misure settoriali nella gestione delle riserve ittiche, che sono gia' fallite altrove in modo spettacolare, anziche' adottare un approccio di gestione basato sulla protezione dell'intero ecosistema''.

(ANSA)

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venerdì, febbraio 24, 2006

Nuove misure contro il danneggiamento delle bellezze naturali

21 Febbraio 2006 - Le nuove misure, decise nel corso della riunione annuale della trentesima sessione della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (CGPM) di Istanbul, riguardano la chiusura alla pesca al traino d’altura di alcune zone ecologicamente sensibili situate in acque internazionali e un divieto stagionale di utilizzo di dispositivi di concentrazione del pesce.
L’adozione di queste misure, proposte dall’Unione europea sulla base di pareri scientifici, rappresenta una tappa decisiva nell’azione svolta dalla CGPM per elaborare gli strumenti necessari a garantire la gestione sostenibile degli stock ittici condivisi nelle acque internazionali del Mediterraneo. al largo delle coste di Egitto, Cipro e a 25 miglia da Santa Maria di Leuca nelle acque del Mar Ionio. È la prima volta che una misura del genere viene presa su acque internazionali, un provvedimento vincolante per tutti gli Stati che si affacciano nel Mediterraneo.
La decisione del Comitato scientifico e della Commissione Generale della Pesca nel Mediterraneo, è di estrema importanza per la tutela di alcuni degli ecosistemi marini di acque profonde più fragili del mondo, come riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale.
In Italia, a circa 20 miglia a largo di Santa Maria di Leuca, è presente una rarissima barriera corallina a 550-1.100 metri di profondità, dominata da coralli bianchi costruttori di barriere (Lophelia pertusa e Madrepora oculata), e caratterizzata da una distribuzione a macchie. A differenza delle barriere coralline di acque profonde dell'Atlantico, quelle mediterranee, sono state studiate pochissimo proprio perché estremamente rare: pertanto è più che mai necessario imporre sull'area una particolare protezione dalla pesca a strascico che ne potrebbe compromettere la sopravvivenza, e di conseguenza impedire quell'attività di studio che merita.
Inoltre va riconosciuto al corallo di mare profondo di rappresentare un habitat che offre rifugio a una grande diversità di specie che comprendono anche crostacei e specie ittiche di interesse economico, come lo scorfano di fondo e il gambero rosso.
Intanto continua nel pieno disprezzo della legge la pesca a strascico a trazione meccanica, in zone vietate ed in aree marine protette, con reti non consentite, cioè con maglie inferiori a 40 millimetri gettate ad una distanza inferiore alle tre miglia dalla costa, o in fondali inferiori ai 50 metri di profondità da parte di predoni del mare senza alcuno scrupolo. Questa tecnica oltre ad impoverire i fondali causa rilevanti danni economici a tutta la filiera, con conseguente perdita di immagine, anche del lavoro svolto dagli onesti pescatori. I danni maggiori, però, sono quelli che si registreranno fra qualche anno quando la distruzione delle piante marine non consentirà più il ripopolamento ittico, implicando una diminuzione delle risorse.
La guardia di finanza in Italia ha deciso di rispondere attuando estremi rimedi: in flagranza di violazioni, sarà applicato il codice penale, articoli 635 e 734: danneggiamento e deturpamento delle bellezze naturali, reclusione fino ad un anno e il pagamento di un'ammenda fino ad oltre 6mila euro.

www.mareinitaly.it

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giovedì, febbraio 23, 2006

In pericolo la catena alimentare subacquea
Rischio estinzione per le specie marine
La colpa è dell'acidità degli oceani, causata dall'aumento dell'anidride carbonica emessa dall'uomo
 
HONOLULU - L’anidride carbonica (CO2) prodotta dall’uomo, il principale fra i gas serra, non solo sta riscaldando l’atmosfera, ma anche rendendo gli oceani più acidi, al punto che potrebbe decimare la vita marina, provocando estinzioni di intere specie. Se ne sta parlando al 13.mo Convegno di Scienze dell'Oceano dell'American Geophysical Union, in corso a Honolulu nelle Hawaii (20-24 febbraio 2006).

CHIMICA MARINA - La ricerca, presentata dal Dipartimento di ecologia globale della Carnegie Institution di Washington, ha ricostruito innanzitutto i processi chimici oceanici esistenti nel passato; quindi sono state analizzate le stesse caratteristiche negli oceani attuali; infine tutte le informazioni sono state introdotte in un modello matematico di simulazione dell'evoluzione futura degli oceani. I risultati mostrano che nel prossimo secolo gli oceani non saranno più in grado di assorbire altra anidride carbonica, come fanno oggi, e l'acidità delle acque passerà dall'attuale pH di 8,2 a 7,7: un valore quest’ultimo molto più acido di quello presente e circa uguale a quello che provocò l'estinzione di massa degli ecosistemi marini 65 milioni di anni fa, quando ci fu anche l'estinzione dei dinosauri.

CATENA ALIMENTARE - Il processo di crescente acidificazione degli oceani distrugge tutti gli organismi che possiedono strutture calcaree, come per esempio i piccoli foraminiferi o le grandi barriere coralline, oppure i molluschi dotati di conchiglia, e tanti altri. Questi organismi rappresentano gli anelli di una lunga e complessa catena alimentare e la loro drastica riduzi one si ripercuoterebbe sugli esseri superiori e sulla biodiversità marina, fino a innescare vere e proprie estinzioni di massa.
 
Franco Foresta Martin
22 febbraio 2006
da
http://www.corriere.it/

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giovedì, febbraio 23, 2006

LEONI MARINI AIUTERANNO SCIENZIATI IN STUDIO OCEANI
Equipaggiati con speciali chips forniranno dati su oceani

23 febbraio 2006 - Un branco di leoni marini dell'isola della Georgia del Sud, poco lontano dal continente antartico, sono stati coinvolti da un'equipe di scienziati nello studio degli oceani.
In un articolo sul sito web della Bbc si legge che gli animali, equipaggiati con speciali chips installati sul capo, hannon raccolto dati importantissimi sulle condizioni climatiche dell'Oceano antartico. I leoni marini nuotano per migliaia di chilometri e si immergono fino a duemila metri di profondità, il che permette ai chips di raccogliere dati sulla temperatura, la profondità e la salinità dell'acqua.
Quando i leoni emergono per respirare essi "trasmettono" i dati raccolti dai chips ad un laboratorio in Scozia via satellite.
"Questi animali stanno aprendo nuove frontiere alla ricerca oceanica", ha detto alla Bbc Mike Fedak dell'Unità di ricerca dei mammiferi marini. "Essi possono andare in località oceaniche per noi praticamente irraggiungibili".
Il centro di ricerche utilizza, oltre ai leoni marini, anche tonni o pescecani per i suoi programmi.
Le informazioni trasmesse dai leoni marini hanno comunque permesso ai ricercatori di stabilire il grado di salinità e di temperatura in varie parti dell'oceano australe.
La popolazione di leoni marini nella Georgia del Sud è di 400 mila esemplari, in crescita dopo la spietata caccia data a questi animali negli anni '50.

(Apcom)

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mercoledì, febbraio 22, 2006

Il diario di Caterina: un'attivista italiana a bordo dell'Esperanza per salvare le balene

Caterina Nitto, skipper di professione e attivista di Greenpeace, in azione per fermare le navi baleniere giapponesi e difendere le balene.13 febbraio 2006, Roma, Italia — Il 18 novembre, l'Esperanza e l'Arctic Sunrise - due navi della nostra flotta - hanno lasciato il porto di Città del Capo per difendere le balene nelle gelide acque dell'Oceano Indiano Meridionale: è iniziata così "A Year in the Life of Our Oceans", la spedizione navale più complessa che Greenpeace abbia mai organizzato, un viaggio lungo ed emozionante, attraverso i mari di cinque continenti, per salvare gli oceani e promuovere un network di aree marine protette. A bordo dell'Esperanza anche un'attivista italiana: Caterina Nitto.

Il successo della prima fase di questa spedizione, confermato dalle dichiarazioni del governo giapponese che ha ammesso pubblicamente l'efficacia della protesta di Greenpeace, lo dobbiamo a Caterina e alla tenacia di tutti gli altri attivisti che, come lei, hanno sfidato le acque antartiche e gli arpioni dei balenieri, per denunciare l'assurdità di un massacro che i giapponesi continuano a perpetrare, con la scusa della ricerca scientifica.

Caterina ha 32 anni, è nata a Milano e, durante l'estate, lavora come skipper in Sardegna. Da tre anni è attivista di Greenpeace. Nei giorni scorsi, è stata in prima linea, alla guida dei nostri gommoni, per difendere le balene e ostacolare le operazioni di caccia dei giapponesi. Il suo coraggio, la sua passione e la sua determinazione hanno fatto il giro del mondo. Le radio, le televisioni e i giornali hanno parlato molto di lei: "L'Italia ha un nuovo eroe".

http://www.greenpeace.org/italy/news/diario-caterina-nitto

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mercoledì, febbraio 22, 2006

OCEANOGRAFIA: 70% OCEANI SPOPOLATI DAGLI SQUALI
Ricerca Oceanlab dell'Universita' scozzese di Aberdeen

22 febbraio 2006 - Il 70% degli oceani sono spopolati dagli squali. Questi ultimi disertano infatti i fondali oceanici e non si spingono mai a profondita' maggiori di 3.700 metri. Lo hanno dimostrato i dati raccolti da uno studio internazionale coordinato dall'Oceanlab dell'universita' scozzese di Aberdeen e pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society.
La ricerca, condotta da sette centri di ricerca di quattro Paesi (Gran Bretagna, Norvegia, Germania e Stati Uniti) ha analizzato i dati registrati nell'arco degli ultimi 150 anni e inoltre quelli relativi alle esplorazioni piu' recenti, come la piu' lunga spedizione condotta nell'Atlantico, che nel 2004 che percorso la rotta dall'Islanda alle Azzorre, il progetto MAR-ECO, nel quale oltre 100 ricercatori da 16 Paesi hanno partecipato al Censimento della Vita Marina, avviato 10 anni fa per esplorare abbondanza, distribuzione e diversita' della vita negli oceani. E sopratutto sono state utilizzate le informazioni sui fondali oceanici raccolte negli ultimi 20 anni, da quando cioe' l'Oceanlab ha cominciato a utilizzare veicoli controllati a distanza per l'esplorazione delle acque profonde. Questi mezzi hanno permesso di visitare i piani abissali piu' profondi, come quelli che si trovano a Nord delle Hawaii, nell'Atlantico meridionale al largo delle Isole Falkland, al largo dell'Angola e a Ovest dell'Irlanda.
Da questa enorme mole di dati risulta che gli squali non sono mai stati individuati ad una profondita' maggiore di 3.700 metri.''Gli squali sono apparentemente confinati nel 30% dell'ambiente oceanico - ha osservato il direttore dell'Oceanlab, Monty Priede - e tutte le popolazioni si trovano all'interno delle zone raggiungibili dai pescherecci, in prossimita' della superficie, delle isole e delle scarpate continentali.
I ricercatori non sanno perche' gli squali disertino le profondita' degli Oceani e al momento l'ipotesi piu' realistica sembrerebbe la mancanza di cibo. Sono pero' certi che la scoperta potrebbe avere implicazioni interessanti dal punto di vista ambientale. Proprio per il fatto di vivere in luoghi facilmente accessibili alla pesca, ha osservato Priede, ''gli squali sono gia' minacciati in tutto il mondo, e la nostra ricerca - ha concluso - suggerisce che potrebbero essere ancora piu' vulnerabili di quanto si possa immaginare''.

(ANSA)

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