mercoledì, gennaio 31, 2007

Tokyo: entro il 2010 -23% pescato in Atlantico e nel Mediterraneo
Giappone e Ue, meno pesca di tonno rosso
L'Ue da parte sua ridurrà le proprie quote del 20,75% di una delle specie più pregiate, ma a maggior rischio di estinzione

Il mercato dei tonni a Tokyo (Ap)TOKYO - Il Giappone e l'Unione europea hanno accettato di tagliare entro il 2010 le propria quote di pescato di tonno atlantico pinna azzurra (il pregiato tonno rosso) nell'oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo, secondo un accordo dello scorso novembre con la Commissione internazionale per la salvaguardia del tonno atlantico (Iccat).

RIDUZIONE - Il Giappone ridurrà le catture del 23% (da 2.830 tonnellate a 2.175), mentre l'Ue diminuirà le proprie quote di tonno rosso del 20,75% passando da 18.301 tonnellate del 2006 a 14.504 nel 2010. Da solo il Giappone cattura circa un quarto dell'intero pescato mondiale di tonno. Oltre metà della quota globale del pinna azzurra (tonno rosso) finisce sul mercato nipponico.
Secondo Greenpeace e Wwf, il tonno del Mediterraneo, una delle specie più pregiate e ad alto rischio di estinzione, finirebbe per oltre il 95% in Giappone sulle tavole dei ristoranti specializzati nella preparazione di sushi e sashimi. Con queste riduzione il pescato di tonno rosso scenderà da 32 mila tonnellate del 2006 a 25.500 nel 2010.

31 gennaio 2007
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mercoledì, gennaio 31, 2007

Alghe microscopiche sconosciute

30 Gennaio 2007 - Il fitoplancton, che è la parte vegetale del plancton marino e che attraverso la fotosintesi rilascia ossigeno in mare, rappresenta la comunità vegetale più estesa al mondo e per questo si stima che il 90% delle specie che costituiscono il fitoplancton non sia stato ancora identificato. E’infatti stato recentemente identificato un nuovo gruppo di microscopiche alghe in campioni di acqua marina dell’Oceano Atlantico e del Mediterraneo. L’identificazione di questo nuovo gruppo è stato effettuata analizzando il DNA di questo nuovo fitoplancton, chiamato picoplancton, che risulta talmente piccolo da non potere essere studiato neppure al microscopio.
Studiando il materiale genetico isolato nei campioni di acqua marina gli scienziati hanno trovato delle sequenze genetiche ancora sconosciute, alghe quindi, che non presentavano relazioni genetiche con i gruppi finora conosciuti.
Lo studio, finanziato in parte dal programma Ue è chiamato Quinto programma quadro (5PQ) per Azioni Comunitarie di Ricerca, di Sviluppo Tecnologico e di Dimostrazione ed è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.

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martedì, gennaio 30, 2007

Compagnia navale paga risarcimento per morte balena

Roma, 30 gennaio 2007 - Le Princess Cruise Lines, compagnia di navigazione appartenente alla Carnival Corp., hanno pagato cara la mancanza di accortezza di una propria nave che nel luglio del 2001, in un parco nazionale dell'Alaska, causo' la morte di una balena grigia gravida. Lo riferisce il sito on line www.Msnbc.com
Un tribunale ha stabilito in 750 mila dollari il risarcimento dovuto dalle Princess Cruise per aver omesso di controllare l'operato di una sua nave che, invece di usare circospezione e di procedere con lentezza nel parco nazionale marino di Glacier Bay, contribui' alla morte del gigantesco mammifero lungo 45 piedi che e' stato ritrovato con fratture multiple. La balena grigia e' considerata una delle specie a rischio.
Nel commentare quello che appare come il primo caso di questo genere giunto in sede giudiziaria, il procuratore Usa per l'Alaska Nelson Cohen ha detto che 'i mammiferi marini della zona sono dei tesori che vanno preservati per le future generazioni: dobbiamo proteggerli dagli atti di negligenza e criminali commessi dai singoli o dalle grandi compagnie'.

(ANSA)

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martedì, gennaio 30, 2007

NAVE GREENPEACE "ESPERANZA" RIPARTE CONTRO CACCIA ALLE BALENE
E' salpata dalla Nuova Zelanda

30 gennaio 2007 - Dopo il successo dello scorso anno, e' ripartita l' 'Esperanza' per una nuova spedizione che ha lo scopo di salvare 945 balene dagli arpioni giapponesi. La nave di Greenpeace e' salpata da Auckland, in Nuova Zelanda, ed e' nuovamente in navigazione nel mar Antartico per contrastare le baleniere. La ricerca delle navi giapponesi potra' richiedere diversi giorni anche se l'aviazione neozelandese ha gia' individuato la flotta baleniera.
A bordo dell' Esperanza, per il secondo anno consecutivo, e' imbarcata l'attivista italiana Caterina Nitto, la 33enne, milanese, skipper di professione in Sardegna, impegnata nella passata spedizione alla guida dei gommoni sotto i getti degli idranti delle baleniere giapponesi.
'Spero di vedere tante balene, cosi' come le ho viste nel Mediterraneo in questi mesi, libere e non coperte di sangue, con l'arpione piantato nel dorso', spiega Nitto. 'La nostra battaglia - ha detto ancora la skipper - sara' ancora una volta durissima ma questa volta ce la dobbiamo fare a fermare gli arpioni. E' inutile che continuano a propagandare questo massacro come ricerca scientifica. E' diventata una barzelletta'. Sulla nave oltre alla Nitto anche un altro italiano, il secondo motorista, Franco Toia. In tutto l' equipaggio e' formato da 38 persone provenienti da 16 Paesi, si apprende da Greenpeace.
Quest'anno, inoltre, l'associazione vuole coinvolgere piu' persone possibile in questa battaglia. Ognuno puo' diventare Ocean Defender attraverso il sito http://oceans.greenpeace.org/it/ o ancora si puo' partecipare ad un concorso d'idee internazionale per trovare nuovi metodi per salvare le balene.

(ANSA)

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categoria:petizioni
martedì, gennaio 30, 2007

"SEA SHEPERD": UNA TAGLIA SU BALENIERE GIAPPONESI
25mila dollari a chi fornira' coordinate dei cacciatori. Greenpeace contraria.

30 gennaio 2007 - Una taglia pari a 25 mila dollari a chi rivelera' le coordinate della flotta giapponese impegnata nella caccia cosiddetta 'scientifica' di circa 1000 balene in questa stagione estiva nei mari antartici. La offre un equipaggio di ambientalisti radicali che da 12 giorni percorre il Mare di Ross senza riuscire a trovare le baleniere.
Paul Watson fondatore del gruppo Sea Shepherd, nato da una scissione da Greenpeace, e comandante della nave ammiraglia del gruppo Farley Mowatt, afferma che il governo neozelandese conosce la posizione delle baleniere, poiche' i suoi aerei hanno filmato la flotta venerdi' scorso mentre cacciava, ma si rifiuta di rivelare le coordinate dietro pressione del Giappone. 'Sappiamo che vi sono persone che hanno questa informazione, e offriamo un premio di 25 mila dollari a chi la rivelera', poiche' ci risparmierebbe una somma simile in carburante', ha detto Watson alla radio australiana Abc. La Farley Mowatt ha tre settimane di tempo, prima di dover fare rifornimento di carburante e provvigioni. 'Siamo svantaggiati perche' i giapponesi hanno impianti di tracking satellitare e possono vederci, mentre noi non possiamo vedere loro', ha detto. 'Abbiamo anche accertato che l'intelligence navale Usa ci segue via satellite e passa le informazioni ai giapponesi', ha aggiunto.
La Farley Mowatt e' attrezzata con una gigantesca lama montata a livello del ponte, per speronare le baleniere e fermarle. Per respingere i tentativi di abbordaggio e' dotata di una squadriglia di piccoli aerei radiocomandati, e di cannoni capaci di sparare una miscela di cioccolato e crema, 150 litri alla volta.
Intanto la nave ammiraglia di Greenpeace, Esperanza, ha salpato da Auckland venerdi' scorso e dovrebbe raggiungere il Mare di Ross questa settimana. I due gruppi pero' si odiano fra loro quasi quanto odiano i cacciatori di balene. Greenpeace dice di non conoscere le coordinate della flotta giapponese, ma che se anche le conoscesse non le rivelerebbe a Sea Shepherd. 'Noi abbiamo dei principi di protesta pacifica, che la Sea Shepherd non ha', ha ricordato la portavoce Sara Holden.
La Esperanza e' dotata di una piccola flottiglia di gommoni veloci, che consentiranno agli attivisti di frapporsi fra gli arpioni e i cetacei. Altrettanto importanti gli impianti di ripresa e di trasmissione video, che documenteranno in tempo reale gli sforzi degli attivisti per ostacolare le operazioni delle baleniere e l'uccisione dei cetacei.
La caccia commerciale alle balene e' proibita su scala globale dal 1986, e gran parte dell'Oceano meridionale e' designata santuario internazionale delle balene, ma il Giappone ha potuto finora eludere il divieto affermando che la caccia entro certe quote e' a fini scientifici, anche se le balene vengono macellate in una grande nave mattatoio e la carne, altamente pregiata in Giappone, finisce nei mercati e nei ristoranti.

(ANSA)

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lunedì, gennaio 29, 2007

NELLA TANA DEL "LUPO"... COMMISSIONE BALENIERA RIUNITA IN GIAPPONE
Dal 13 al 15 febbraio

29 gennaio 2007 - Il Giappone ospiterà, dal 13 al 15 febbraio prossimo a Tokyo, una riunione della Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc), per fare il punto sulla situazione di questi grandi cetacei e ottenere supporto per la sua intenzione di riprendere senza limiti la ciaccia.
Da tempo Tokyo preme perch‚ venga abrogata la moratoria sulla caccia alle balene, in vigore dal 1986. Nell'ultima riunione di giugno dell'Iwc, il Giappone, sostenuto da Norvegia e Islanda, era riuscito a far approvare una risoluzione nella quale si dichiarava la moratoria "non piú necessaria", senza peró riuscire a farla cancellare. Questi tre paesi negli ultimi anni hanno sempre ricevuto un permesso speciale per cacciare una certa quota di balene, ufficialmente "a scopi scientifici".
"Vogliamo creare un'atmosfera costruttiva in cui si riducano al minimo le distanze", ha detto Hideaki Okada, un responsabile dell'Agenzia giapponese della pesca, aggiungendo che dal meeting di Tokyo potrebbe uscire fuori una raccomandazione finale.
L'annuncio della conferenza di febbraio arriva proprio nel momento in cui la Gran Bretagna, contraria alla caccia alle balene, sta cercando di raccogliere consensi tra i Paesi che fanno parte dell'Iwc per formare un fronte compatto anti-balenieri.
Il dipartimento Ambiente, Alimentazione e Affari rurali britannico ha già annunciato che non parteciperà alla riunione di Tokyo e che molti altri Paesi contrari alla caccia alle balene daranno forfait. Da Londra fanno sapere che nei prossimi giorni pubblicheranno un documento in cui si chiede ai Paesi schierati a favore dei cetacei di entrare a far parte della Commissione.
"Chiediamo con urgenza che il vostro governo entri nell'Iwc e si schieri accanto al Regno Unito e agli altri Paesi contro la caccia alle balene", si legge nel messaggio scritto dal premier britannico Tony Blair. "L'obiettivo", continua il primo ministro " è che la nostra generazione si assuma la responsabilità di proteggere le balene".

(Ap)

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domenica, gennaio 28, 2007

Un polpo veramente furbo

28 Gennaio 2007 - Il progetto Delfini Metropolitani, sostenuto dalla Fondazione Acquario di Genova è nato nel 2001, si propone di studiare la presenza e le abitudini dei cetacei che frequentano le zone costiere ed in particolare di studiare le iterazioni fra delfini ed attività umane.
Per le ricerche vengono usati dei gommoni e la zona che viene studiata comprende l’area costiera situata tra Genova e La Spezia.
Ed è proprio nell’ambito di questa attività di ricerca con i gommoni che è stata fatto un curioso avvistamento. Ad un centinaio di metri dalla costa di Porto Venere, splendida località ligure in provincia di La Spezia, è stato visto un tursiope Tursiops Truncatus, detto anche delfino costiero, specie molto comune nei nostri mari, che presentava un polpo attaccato alla pinna pettorale destra. Si trattava di un polpo alquanto temerario dato che rappresenta una delle prede preferite proprio dai delfini. Come spiegare la sua presenza su un suo possibile predatore? L’ipotesi più convincente è che il polpo, che ha anche fama di essere un animale intelligente, si sia messo in quella posizione proprio con l’intenzione di nascondersi per sfuggire al delfino che cercava di mangiarlo.
Il polpo appartiene alla specie dei molluschi cefalopodi animali che possiedono tentacoli, hanno la testa distinta dal resto del corpo e per muoversi usano il cosiddetto sifone un organo che permette una propulsione a “reazione”.

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sabato, gennaio 27, 2007

Un rigassificatore nel Santuario dei Cetacei

Delfini che cavalcano le onde vicino alla Rainbow Warrior.Pisa, Italia, 26 gennaio 2007 — Il Ministero per le Attività Produttive ha autorizzato la realizzazione di un rigassificatore. In mare aperto. Nel cuore del Santuario dei Cetacei. Sarebbe la prima area marina industriale in Italia. Senza un'adeguata normativa. E in violazione del diritto internazionale. Greenpeace chiede che il progetto venga bloccato.

Greenpeace ha presentato oggi, nel corso di una conferenza stampa, un rapporto per denunciare i rischi legati alla costruzione del rigassificatore al largo della costa di Pisa e Livorno. Greenpeace non è contraria ai rigassificatori in quanto tali, ma questo impianto - già autorizzato dal Ministero competente - sorgerebbe nelle acque del Santuario dei Cetacei. E non senza problemi.

La legge italiana non dice molto sulle aree marine industriali: questo progetto è stato quindi autorizzato in assenza di un quadro normativo adeguato. Il rischio è quello di consentire scarichi indiscriminati in mare. Numerose sono inoltre le violazioni del diritto internazionale e, in particolare, della Convenzione di Barcellona e dell'accordo tra Francia, Italia e Monaco che istituisce il Santuario dei Cetacei.

La valutazione di impatto ambientale ignora completamente il fatto che l'impianto dovrà utilizzare cloro. Manca, inoltre, una valutazione delle emissioni sonore dell'impianto, e del loro impatto sui cetacei.

Sullo sfondo c'è il problema della gestione del Santuario dei Cetacei che, al momento, è solo un "parco di carta" per attirare i turisti. Non esiste nessuna norma specifica che lo tuteli, se non un generico divieto per le gare motonautiche - solo nel versante italiano - ottenuto a seguito di proteste di Greenpeace nel 1999.

Non servono le aree marine industriali. Il Santuario deve invece diventare parte integrante della rete di riserve marine per salvare il Mediterraneo, proposta da Greenpeace nel maggio 2006.

Greenpeace chiede che venga revocata l'autorizzazione per la costruzione del rigassificatore e che la zona venga inclusa nella costituenda Area marina protetta delle Secche della Meloria.

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sabato, gennaio 27, 2007

Un inverno veramente bizzarro

27 Gennaio 2007 - Fra i diversi effetti che sta producendo questo strano inverno, che almeno fino ad ora ha visto temperature particolarmente miti, vi è anche quello di un aumento della temperatura superficiale in gran parte del Mediterraneo. Gli esperti parlano di un aumento che in certe zone è arrivato ad un massimo di 2°C sopra la media del periodo e le conseguenze si fanno sentire anche per la pesca.
Nei giorni scorsi alcune imbarcazione per la pesca a strascico sono rimaste incagliate in una inconsueta presenza di mucillagine nelle acque del molo di Ponente a Manfredonia.
La formazione di mucillagine in superficie, che è un fenomeno che si manifesta solitamente in estate, è avvenuta nei giorni scorsi a causa dell’aumento della temperatura del mare. I pescatori di Manfredonia sono particolarmente preoccupati e chiedono interventi alle autorità per evitare gravi danni alla marineria.
Gli studiosi affermano che non è tanto il riscaldamento dell’acqua marina ad essere insolito, visto che si già registrato in passato, ad essere inconsueto in questo 2006-2007 è piuttosto la durata della anomalia.
In Mediterraneo l’aumento della temperatura media delle acque superficiali si è registrata da Giugno 2006.

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venerdì, gennaio 26, 2007

ASINARA, SALVATE DAL CTS TRE TARTARUGHE MARINE
Con l'aiuto di Parco Nazionale dell'Asinara, Corpo Forestale, Guardia Costiera e Amp

26 gennaio 2007 - E' lunga 48 cm e pesa 12 chili la tartaruga marina della specie Caretta Caretta recuperata nei giorni scorsi all'Asinara, grazie al lavoro congiunto del Centro Recupero Tartarughe Marine del Cts, del Parco Nazionale dell'Asinara, del Corpo Forestale e della Guardia Costiera e dell'Amp dell'Asinara. L'animale, il terzo recuperato dal Cts, era rimasto impigliato in una rete da pesca nelle acque antistanti Stintino: tempestiva, fortunatamente, la segnalazione dei pescatori alla guardia costiera di Porto Torres.
La tartaruga, battezzata Ambra dai suoi soccorritori, al momento del recupero presentava una lesione marcata all'occhio destro, ed aveva acqua nei polmoni a causa dell'apnea prolungata nella rete da tramaglio. L'animale si trova tuttora in degenza nelle vasche del Centro Recupero Tartarughe Marine dell'Asinara, dove e' stata sottoposta a cura antibiotica per prevenire il rischio di infezioni.
Ambra non e' l'unico caso di recupero e salvataggio realizzato nell'ultimo periodo dal Centro: inaugurato ufficialmente a meta' novembre e' un vero e proprio ospedale attrezzato per la cura e la riabilitazione di questi rettili marini minacciati dall'inquinamento, dal traffico nautico e dalle catture accidentali da parte dei pescatori. Un precedente salvataggio era avvenuto anche il giorno di Natale: in questo secondo caso la tartaruga era rimasta impigliata in una rete da pesca ed era spiaggiata vicino a Santa Teresa di Gallura.
Al momento del ritrovamento le condizioni di salute dell'animale, poi chiamata Maddalena, non erano incoraggianti: gli arti, infatti, presentavano diverse e profonde lesioni provocate dalla rete, ed un filo di lenza le fuoriusciva dalla bocca e dalla cloaca. Dopo qualche giorno di degenza in vasca la lenza e' stata espulsa: oggi Maddalena sta bene, si alimenta , e le profonde lesioni che aveva sono in progressivo miglioramento. E' stato fortunato anche un altro esemplare di Caretta Caretta recuperato dall'equipaggio di un imbarcazione che lo aveva scoperto in difficolta' nelle acque antistanti Punta Negra a Stintino.
Lo staff del Centro Recupero tartarughe, in seguito alla segnalazione della Forestale dell'Asinara, ha provveduto al trasporto dell'animale sull'isola per fare tutti gli accertamenti radiologici e sanitari. La tartaruga, soprannominata Siria, pesa 14 chili e ed e' lunga 50 cm: sta bene e trascorrera' un breve periodo di degenza nella vasca del Centro per poter essere presto liberato nelle acque dell'Area Marina Protetta. La creazione di questi Centri di recupero tartarughe rientra nell'ambito del piu' ampio progetto Life Natura Tartanet promosso a livello nazionale dal Settore Conservazione Natura del Cts e finanziato dalla Commissione Europea e dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il Parco Nazionale dell'Asinara e' tra i 30 soggetti che aderiscono al progetto.
'La nostra partecipazione a questo importante progetto - dichiara Carlo Forteleoni Direttore del Parco Nazionale dell'Asinara - e' un segno tangibile del nostro impegno per la tutela della tartaruga marina in Sardegna e per la conservazione della biodiversita' di questa regione. Il Centro dell'Asinara si propone di diventare il punto di riferimento per il recupero delle tartarughe marine della Sardegna del nord, sviluppando rapporti di reciproca e fattiva collaborazione con gli altri gruppi che operano a livello regionale per la tutela delle tartarughe marine'.
'Questo Centro - dichiara Stefano Di Marco Vice Presente Nazionale del Cts e Responsabile del progetto Tartanet - va ad affiancare gli altri 4 di nuova istituzione (Parco della Maremma, Parco Nazionale del Gargano, Riserva Marina di Punta Campanella e versante ionico della Provincia di Reggio Calabria) realizzati nell'ambito del progetto e ben altre 8 strutture preesistenti aderenti all'iniziativa, andando a costituire una vera e propria rete nazionale il cui compito sara' quello di salvare le tartarughe marine'.

(Rre/Gs/Adnkronos)

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giovedì, gennaio 25, 2007

PESCI NEONATI? RITROVANO CASA COL FIUTO
Secondo uno studio australiano

25 gennaio 2007 - Grazie ad un fiuto eccezionale, dei pesci neonati delle barriere coralline riescono a ritrovare la strada di casa attraverso chilometri di mare aperto, dopo essere stati trascinati via dalle correnti dell oceano. Scienziati australiani del Centro studi delle barriere coralline dell universita James Cook in Queensland, con la collaborazione di colleghi statunitensi, hanno scoperto che i pesciolini riescono a fiutare 'la firma chimica unica' del loro particolare banco di coralli, a differenza di ogni altro.
La scoperta, descritta nell ultimo numero della rivista Proceedings of the US National Academy of Sciences, secondo gli autori getta nuova luce su come si sia evoluta l enorme varieta di pesci nei banchi corallini, ed ha importanti implicazioni sulla loro gestione e conservazione.
Nella ricerca, guidata dal prof. Mike Kingsford le minuscole larve di pesci sono state esposte in una vasca a correnti pure di acqua provenienti da quattro diversi banchi corallini. Nel giro ci pochi minuti, la gran maggioranza dei pesciolini si era congregata nel flusso d acqua proveniente dal rispettivo banco di origine.
Lo studioso spiega che i neonati di molte specie di pesci corallini vengono trascinati via dal loro banco da correnti oceaniche, pochi giorni dopo l uscita dall uovo. Sfidano forti correnti e la minaccia di feroci predatori, ritrovando la via di casa anche dopo due o tre settimane in mare aperto, quando misurano un centimetro o poco piu .
'Ogni banco corallino ha una sua firma chimica unica, un misto delle proteine e degli amminoacidi che questi emettono.
Riteniamo che certi pesci scelgano le correnti che hanno l odore di casa e nuotino verso la loro provenienza , spiega ancora Kingsford. Quelli che arrivano a casa preservano la composizione etnica unica della loro tribu , e cosi mandano avanti il processo di evoluzione in nuove specie separate'.
'Se cosi non fosse ci sarebbe un profondo rimescolamento, e la popolazione di un banco corallino sarebbe geneticamente molto simile a quella di un altro'. Vi sono invece notevoli differenze genetiche, aggiunge Kingsford, tra pesci della stessa specie in banchi vicini fra loro.
Resta tuttavia un mistero, come i pesci appena nati possano imparare a distinguere l odore di casa. Gli studiosi ipotizzano che l odore sia impresso su di essi quando sono solo un uovo fecondato dentro la madre, oppure mentre vengono covati dentro la bocca dei genitori. 'Queste nuove prove del ruolo chiave che le singole barriere coralline svolgono nell emergere di nuove specie, sono una ragione di piu per prenderci la massima cura nella loro gestione e protezione', conclude Kingsford.

(ANSA)

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giovedì, gennaio 25, 2007

L'Italia con l'innalzamento dei mari
In uno studio Usa gli effetti dello scioglimento del Polo sul nostro Paese. Scomparirebbero Venezia, Livorno, Latina...
C'è una grande fetta d'Italia che rischia di sprofondare sotto il livello del mare se quanto affermano ricercatori americani dovesse realmente verificarsi. Oltre 4.500 chilometri quadrati di penisola, tra i più belli, potrebbero scomparire per sempre. La causa è ancora una volta il riscaldamento globale, il quale, come sottolinea il prossimo rapporto dell'ONU sul clima , sembra inarrestabile.
  

la costa livornese a rischio scomparsa 25 gennaio 2007 - Nel giro di un secolo o poco più tutte le aree ghiacciate dell'artico (quelle vicino al Polo Nord) potrebbero sciogliersi. Gli ultimi rilevamenti eseguiti dai satelliti della Nasa, infatti, dimostrano che lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia sta accelerando ad una velocità del tutto inaspettata. Secondo i ricercatori, se l'intera coltre di ghiaccio dovesse sciogliersi completamente il livello globale dei mari si innalzerebbe di 6 metri. Spiega Jianli Chen dell'Università del Texas (Usa): "Dai dati satellitari risulta che l'intera massa di ghiaccio che ricopre la Groenlandia si sta sciogliendo ad un tasso di circa 239 chilometri cubici all'anno, tre volte superiore a quanto ci saremmo aspettati".

Partendo da questi dati Jeremy Weiss dell'Università dell'Arizona, in collaborazione con il Servizio Geologico Americano, ha redatto varie carte interattive del pianeta in cui si possono osservare le aree che - con l'innalzamento dei mari - andrebbero via via scomparendo. Fino a considerare l'ipotesi peggiore, quella appunto dello scioglimento totale dei ghiacci groenlandesi.

L'Italia, in tal caso, ne verrebbe fortemente interessata. A rischio vi sarebbero le coste dell'alto Adriatico da Venezia fino a Grado e verso sud fin quasi a Rimini, mentre verso l'interno l'acqua potrebbe prendersi le terre fino a Ferrara. In Toscana sarebbero in pericolo le coste vicino Livorno e verso nord quelle di Tombolo fino all'Arno, l'acqua arriverebbe fino alla periferia di Pisa. Nel Lazio, Latina verrebbe sommersa e verso sud il mare ruberebbe gran parte delle coste prospicienti il Golfo di Gaeta.

Sul versante opposto, la Puglia vedrebbe inabissarsi Manfredonia e le coste che si snodano verso Barletta, mentre la Sardegna potrebbe dire addio alle coste del Golfo di Oristano, a parte della penisola del Sinis e allo Stagno di Cagliari.

Ovviamente l'entità del rischio è maggiore laddove esistono già problemi di subsidenza e di erosione o instabilità dei litorali. Problemi che riguardano soprattutto l'alto Adriatico e l'Alto Tirreno. Spiega Fabrizio Antonioli dell'Enea, che ha realizzato uno studio sul fenomeno: "L'innalzamento del mare nel nostro Paese non è causato solo dal riscaldamento globale, ma anche dall'abbassamento dei suoli, fenomeno evidente soprattutto al Nord e legato a complessi fenomeni geologici". Considerando tali fattori Venezia risulta la città a maggior rischio. Negli ultimi 100 anni è sprofondata di 23 centimetri, ma fino ad oggi l'azione dello scioglimento dei ghiacci dei pianeta è stata molto contenuta.

L'aumento del livello del Mediterraneo porta anche ad un altro problema: l'infliltrazione salina nelle falde acquifere che rischia di compromettere le risorse idriche soprattutto in Puglia e Sicilia. A rischio non è solo la disponibilità di acqua potabile, ma anche l'irrigazione: utilizzando acqua salata per irrigare i campi si favorisce la desertificazione.

Il lavoro dell'Università dell'Arizona ha messo in luce molte altre aree del pianeta che potrebbero scomparire con una risalita di 6 metri del livello marino. In Europa, Olanda e Germania vedrebbero il mare entrare nel loro territorio per decine di chilometri. La Florida sarebbe costretta ad evacuare milioni di persone perché ne scomparirebbe quasi un terzo.

Scomparirebbero le aree asiatiche dalle foci del Gange e dell'Indo e molte aree della Nuova Guinea, per non parlare delle numerosissime isole coralline degli oceani. Ma per queste non è necessario attendere che il mare si alzi di 6 metri: per molte, infatti, la fine si avrebbe anche con un innalzamento di soli 50 centimetri.

Luigi Bignami

www.repubblica.it

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