giovedì, gennaio 31, 2008
GREENPEACE, DA ACQUACOLTURA 43% DEL PESCE, MA E' A RISCHIO
Studio di una Università inglese

31 gennaio 2008 - L'acquacoltura, comparto della produzione alimentare di origine animale con il maggior incremento, fornisce il 43% del pesce per uso alimentare; cresce dal 1970 con un ritmo dell'8,8% l'anno e negli ultimi sei anni la produzione mondiale, secondo la Fao e' passata da 35,5 a 47,8 milioni di tonnellate.
Sono questi i dati che emergono dal Rapporto elaborato da Greenpeace Research Laboratories (University of Exeter, UK) presentato al Seafood Summit 2008, la fiera mondiale dell'acquacoltura che si conclude oggi a Barcellona. Oltre a fotografare il settore, il Rapporto mette in guardia dai rischi dei metodi attualmente utilizzati, indicando i principali problemi e alcune soluzioni, affinche' l'acquacoltura 'si caratterizzi come un sistema di produzione a misura d'uomo'.
'Oggi l'acquacoltura non e' la panacea per risolvere la diminuzione dei rifornimenti di pesce causati dalla pesca eccessiva - spiega il responsabile della campagna Mare di Greenpeace, Alessandro Gianni', secondo cui - spesso causa inquinamento, usa sostanze chimiche e farmaceutiche pericolose e viola i diritti umani, compresa la sicurezza dei lavoratori'.
Un problema particolarmente grave, secondo Greenpeace e' la dipendenza dalla farina di pesce per nutrire soprattutto specie pregiate per i mercati 'di lusso'. Per un chilo di pesce d'acquacoltura occorrono mediamente tra 2,5 e 5 kg di pesce trasformato in farina o olio, mentre per far ingrassare di 1 chilo un tonno in uno degli impianti del Mediterraneo servono 20 kg di pesce scongelato. L'acquacoltura spesso quindi inasprisce il problema della pesca eccessiva che, in teoria, dovrebbe risolvere.

(ANSA)
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mercoledì, gennaio 30, 2008
BALENE: ANCHE LA SEA SHEPHERD LASCIA L'ANTARTICO
E i giapponesi attaccano l'Australia su youtube

30 gennaio 2008 - Gli attivisti anti caccia alle balene della Sea Shepherd rinunciano a tallonare le baleniere giapponesi e seguono Greenpeace in porto. Entrambi devono tornare a terra perche' a corto di carburante. Allontanati gli ambientalisti, la nuova offensiva arriva questa volta dal Giappone, che attraverso un video su YouTube attacca l'Australia e il suo 'falso moralismo', nel difendere le balene pur 'uccidendo senza problemi i canguri'.
Il video diffuso su YouTube, in inglese e sottotitolato in giapponese, oltre a ricordare che ogni cultura ritiene sacri diversi animali (per esempio la mucca per gli indu'), accusa apertamente l'Australia di razzismo, per 'aver sottratto 100mila bambini aborigeni alle loro famiglie perche' appartenevano a una cultura barbarica'. 'L'Australia, in prima fila contro l'uccisione delle balene, non ha problemi a uccidere migliaia di canguri ogni anno', dice il video, lungo quasi sette minuti.
Va anche ricordato che dal dicembre scorso la guardia costiera giapponese accompagna le baleniere in funzione anti-ecologisti.
La guerra per le balene tuttavia non accenna a spegnersi.
Oggi il battagliero capitano della Sea Shepherd, Paul Watson, ha annunciato: 'Il prossimo anno torneremo con due navi. Quando la prima finira' il carburante invieremo la seconda. Se talloniamo i giapponesi fino alla fine della stagione della pesca non potranno uccidere nemmeno una balena'.
Nei mari ghiacciati dell'Antartide e' rimasta la flotta delle baleniere (la Nisshin Maru, che lavora e congela la carne pescata, tre baleniere e due navi vedetta), e la Ocean Viking, la nave inviata dal governo australiano per raccogliere prove della pesca illecita dei giapponesi. Non si sa se i giapponesi abbiano ripreso la mattanza, che quest'anno aveva per obiettivo la cattura di 935 balene.

(ANSA)
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mercoledì, gennaio 30, 2008

Nuove isole nell’Adriatico del futuro

http://farm2.static.flickr.com/1207/888705967_d32d478215_o.jpg30 gennaio 2008 - Secondo uno studio dell’Università dell’Arizona, delle nuove isole si starebbero formando nell’Adriatico, che andrebbero ad aggiungersi alle 1185 già esistenti in Croazia. Il Prof. Richard Bennettplacche tettoniche dell’Adriatico. insieme ad un’equipe di geologi croati ha creato una rete di rilevatori GPS tra l’Italia e la Croazia per studiare il movimento delle

Dai risultati emerge che Italia e Croazia si avvicinano ad una velocità di 4 millimetri l’anno. Non è molto e dovremo aspettare circa 60 milioni di anni prima che i due paesi si uniscano e che l’Adriatico divenga un mare chiuso. Il fenomeno è dovuto al fatto che l’Adriatico è, geologicamente, una penisola di placca africana circondata da tre lati da quella eurasiatica. Secondo Bennett, quest’ultima sta chiudendo la microplacca adriatica spingendo verso l’alto le isole della Dalmazia che si trovano proprio sul punto di contatto.

I ricercatori vogliono anche capire se la faglia adriatica stia scivolando dolcemente oppure vi sia un meccanismo di collisione, per dedurre la possibilità (e magnitudine) di eventuali terremoti nella regione in futuro.

Via | Newscientist
Foto | Bea Kotecka

» Eocene to present subduction of southern Adria mantle lithosphere beneath the Dinarides

www.ecoblog.it
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martedì, gennaio 29, 2008
Sea Shepherd intende tornare a salvare le balene

La nave di Sea Shepherd intende tornare, dopo i necessari rifornimenti, a difendere le balene negli Oceani del Sud, ma servono altre persone e fondi.

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Per fare una donazione a Sea Shepherd (si puo' fare facilmente con carta di credito o pay pal):
http://www.seashepherd.org/donate.html
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"Penso che abbiamo trovato il modo di salvare queste balene" ha dichiarato il capitano Paul Watson. "Dobbiamo semplicemente continuare a mantenere la flotta giapponese in fuga. Dobbiamo inseguirli senza tregua. Non possono uccidere balene con noi alle calcagna che seguiamo ogni loro movimento."

La flotta giapponese ha ancora due mesi per portare avanti il massacro. La nave di Sea Shepherd "Steve Irwin" li ha inseguiti per quasi 3 settimane, e non e' stata uccisa nessuna balena dell'8 gennaio.

"Il nostro obiettivo e' ora impedire che la caccia ricominci prima della fine di gennaio. Sfortunatamente le nostre riserve di carburante non ci consentono di rimanere piu' a lungo" ha dichiarato il capitano Paul Watson. "Tra pochi giorni dovremo dirigerci a nord-est verso Melbourne."

La flotta giapponese si e' spostata dall'estremo ovest della loro zona di caccia a sud del Sud Africa, verso l'estremo est, vicino al mare di Ross. Ora stanno tornando nella parte est della zona. La flotta giapponese ha usato una quantita' incredibile di carburante per andare su e giu' per migliaia di miglia con le sue otto navi enormi.

La Nisshin Maru consuma 20 tonnellate di carburante al giorno. La Oriental Bluebird consuma 25 tonnellate di carburante al giorno e ciascuna delle navi piu' piccole ne usa da 5 a 10 tonnellate al giorno.
La Fukuyoshi Maru n. 68 ne consuma da 15 a 20 tonnellate al giorno. In totale, la flotta di baleniere giapponesi ha usato ben piu' di 2.000 tonnellate di carburante, spendendo oltre due milioni di dollari, senza ammazzare una sola balena.

Dopo la partenza della nave di Greenpeace "Esperanza", la Nisshin Maru si e' spostata di 300 miglia a est. Accompagnata dalla Oceanic Viking, la flotta baleniera e' situata in questa posizione: "east of the 100 Degrees line of Longitude 1800 miles southwest of Fremantle". Oltre alle sei navi della flotta giapponese, c'e' il vascello di rifornimento Oriental Bluebird e il misterioso vascello giapponese Fukuyoshi Maru n. 68 cui e' stato assegnato il compito esclusivo di tallonare la Steve Irwin.

Per riuscire a tornare li', la Steve Irwin ha bisogno di sostengo per i rifornimenti. La nave ha bisogno anche di alcune riparazioni ai motori principali, della sostituzione di una pala dell'elicottero, di rifornimenti freschi di cibo e di nuovi volontari.

"Purtroppo non abbiamo un budget simile a quello di Greenpeace" ha dichiarato il capitano Paul Watson. "Ogni anno esauriamo tutte le nostre risorse con questa campagna. Abbiamo bisogno di sostegno per comprare 200 tonnellate di carburante. Se non raccogliamo abbastanza fondi, non possiamo rifornirci e tornare indietro". La Steve Irwin ha usato 200
tonnellate di carburante dall'inizio della campagna. Sea Shepherd cerca inoltre nuovi volontari con competenze di meccanica, o di navigazione, o mediche, o culinarie (NdT: cucina vegan, tutti i pasti a bordo sono vegan, nessun animale viene ucciso per nutrire l'equipaggio).

"Se c'e' la volonta', c'e' sempre una strada", ha affermato il capitano Paul Watson. "Dobbiamo fare ogni sforzo possibile per mantenere la pressione sulla flotta giapponese, per continuare a mantenerla in movimento e cosi' impedire loro di uccidere le balene. Se avremo il carburante, potremo mantenere alta la pressione".

www.seashepherd.org
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lunedì, gennaio 28, 2008
GREENPEACE: CARBURANTE FINITO, SI TORNA A CASA

28 gennaio 2008 - E’ finito il carburante. Dopo aver tallonato la nave giapponese Nisshin Maru, inseguendola tra i ghiacci dell’Antartico e di conseguenza bloccando la caccia per 14 giorni e 14 ore, l’Esperanza sabato sera ha girato la prua verso casa. A bordo l’umore e’ misto. “Va benissimo cosi’, negli anni passati non abbiamo mai raggiunto risultati simili: seguendo la Nisshin Maru, la nave della flotta giapponese che processa e stiva la carne di balena, abbiamo di fatto bloccato la pesca, perche’ le altre baleniere non possono cacciare se non c’e’ la “nave madre” a fianco per scaricare la carne”, dice Simona.

Le fa eco Gianluca: “E’ stato deciso di tornare a terra sabato scorso perche’ il carburante sta finendo. Abbiamo comunicato il cambiamento di rotta alla nave australiana Ocean Viking, che segue i giapponesi da una settimana con l’intento di filmare la caccia alle balene per dimostrare, in un tribunale internazionale, che tratta di pesca e non di ricerca scientifica. Abbiamo anche chiesto agli australiani di restare il piu’ a lungo possibile vicini ai giapponesi.

La risposta? Ci hanno augurato buon viaggio, senza ne’ confermare ne’ smentire”. Sull’Esperanza sono contenti di aver interrotto la mattanza per due settimane, ma sono anche sicuri che appena lasciata la Nisshin Maru questa si ricongiungera’ con il resto della flotta (due navi spia e tre baleniere) per riprendere a cacciare. Bastera’ la presenza della nave australiana a far desistere i giapponesi? Probabilmente no. “Pochi capiscono che Greenpeace non ha la capacita’ finanziaria di rifornirsi di carburante in mezzo al mare, tantomeno in Antartide, dove e’ vietato da una convenzione internazionale e metterebbe a rischio il delicatissimo equilibrio ambientale”, spiega Gianluca. L’operazione dei giapponesi, che hanno travasato carburante da una nave cisterna, oltre ad essere un potenziale pericolo per l’ambiente in caso di perdite in mare, e’ incredibilmente costosa, intorno ai 700 mila euro. All’Esperanza non resta dunque che tornare a terra e ricominciare la pressione tra le gente, in Giappone, perche’ la caccia sia sospesa. A far passare il malumore ai 37 attivisti a bordo dell’Esperanza e’ toccato a Gianluca e Simona, che domenica sera si sono messi a infornare pizze. “Sono piaciute moltissimo, ma soprattutto ci siamo tutti rilassati un po’: dopo tre mesi di mare e lavoro, ne avevamo bisogno”.

L’Esperanza la settimana prossima arrivera’ a Hobart, in Tasmania, dove’ sara’ tirata a secco per lavori di carenaggio in vista della prossima spedizione. Un nuovo equipaggio arrivera’, quello di ora si disperdera’. “Per alcuni di noi e’ un lavoro, per altri – i volontari - un’esperienza da fare dopo o durante gli studi”, dice Simona. “Per me e’ la terza volta, e ormai ho capito che questa e’ la mia vita: mi prendo una piccola vacanza e poi saro’ di nuovo pronta. Ho scoperto il mare e penso che per un po’ faro’ il marinaio”.

ANSA
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lunedì, gennaio 28, 2008
ABISSI A RISCHIO, AVANZANO I DESERTI SOTTOMARINI

ROMA, 28 gennaio 2008 - Neppure le profondità degli oceani si salvano dai cambiamenti del clima, che in passato ne hanno decimato la popolazione e che potrebbero essere già responsabili di un aumento molto elevato delle aree prive di vita negli abissi. Lo dimostrano due studi pubblicati dalle riviste Pnas e Geophysical Research letters: nel primo le tracce di cambiamenti climatici avvenuti nel passato sono state trovate nella popolazione di un microrganismo fossile, mentre il secondo ha monitorato l'estensione dei 'deserti biologici', aree degli oceani prive di vita.

La ricerca pubblicata dai Proceeedings of the National Academy of Science (Pnas) si basa sui risultati di diversi campionamenti effettuati al largo della Nord Carolina, sul fondo dell'oceano Atlantico. I ricercatori dell'U.S. Geological Survey hanno verificato l'andamento delle popolazioni di microrganismi marini, fondamentali per l'ecosistema oceanico, in corrispondenza a grandi cambiamenti climatici ben conosciuti in passato.

"I dati mostrano che la comunità degli abissi è più volte collassata - scrivono gli autori - con la biodiversità almeno dimezzata durante i principali cambiamenti climatici".

I fattori che più influenzano l'ecosistema degli abissi, scrivono gli autori, sono le variazioni nella temperatura dell'acqua e nella circolazione delle correnti. Uno dei principali eventi catastrofici è stata l'uscita dalla glaciazione che ha comportato l'inizio dell'epoca chiamata Olocene, diecimila anni fa, quando le temperature più calde provocarono la perdita di metà delle specie a favore di altre più adatte al nuovo clima. Come dimostrato dalla richiesta di alcuni geologi di chiamare l'epoca attuale 'antropocene', i cambiamenti in atto adesso diventeranno presto dello stesso ordine di grandezza di quelli dell'Olocene.

In realtà qualche cambiamento negli Oceani si sta già registrando. Un esempio è la ricerca fatta tramite le rilevazioni del satellite della Nasa Seastar. Uno studio dei cosiddetti 'deserti biologici', zone dei mari profondi con una bassissima presenza di vita a causa di correnti e salinità ha scoperto che nel solo 2006 queste aree hanno aumentato la loro estensione del 15%.

"Abbiamo trovato questa tendenza in tutti gli oceani tranne che in quello Indiano - spiega Jeffrey Polovina, autore dell'articolo - e i cambiamenti climatici sono il principale indiziato per questo fenomeno". I deserti oceanici rappresentano già il 40% dell'intera superficie terrestre, comprese le terre emerse. Queste zone sono caratterizzate da correnti circolari che impediscono alle sostanze nutritive presenti sul fondo degli oceani di mescolarsi agli strati superiori, con il risultato di una piccolissima, e spesso nulla, attività biologica.

Il riscaldamento della temperatura dell'acqua peggiora la situazione, accentuando la stratificazione. Questo fenomeno biologico è già stato previsto come conseguenza dei cambiamenti del clima: "Ma nessun modello aveva previsto una crescita' così veloce - sottolinea il ricercatore - secondo i dati di cui disponiamo, negli ultimi nove anni i deserti si sono espansi dieci volte più velocemente del previsto".

ANSA
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lunedì, gennaio 28, 2008
GREENPEACE IN ANTARTIDE, SALVATE 100 BALENE
Con la nave Esperanza

28 gennaio 2008 - Cento balene salvate: per due settimane la nave di Greenpeace 'Esperanza' ha impedito alla flotta baleniera giapponese di cacciare nel Santuario delle balene dell'Oceano Antartico. Lo afferma la stessa Greenpeace rendendo noto che, adesso, l'Esperanza, a corto di carburante, deve rientrare in porto. La nave del Governo australiano, 'Oceanic Viking' sta ancora monitorando la flotta baleniera.
'Per 14 giorni l'Esperanza ha inseguito la nave macelleria della flotta baleniera giapponese Nisshin Maru. Senza la nave fattoria - riferisce Greenpeace - il resto della flotta non ha potuto operare: l'intero programma di caccia e' stato bloccato.
Secondo i piani, la flotta avrebbe dovuto uccidere circa nove balenottere minori al giorno e una balenottera comune ogni due giorni. In totale 935 balenottere minori e 50 balenottere comuni'. 'Che bisogno c'era di scappare se si trattava solo di ricerca scientifica?', chiede Alessandro Gianni', responsabile della Campagna Mare di Greenpeace. 'La verita' - prosegue - e' che ha raccolto piu' dati Greenpeace in due mesi di ricerca che il programma giapponese in 18 anni'.
Alta l'attenzione suscitata in Giappone dalle proteste degli attivisti, afferma Greenpeace: 'Media e opinione pubblica cominciano a interrogarsi sullo spreco di danaro pubblico, circa 50 milioni di dollari l'anno, gettato via per finanziare una falsa ricerca scientifica che produce tonnellate di carne di balena che nessuno vuol mangiare: nei magazzini giapponesi ci sono 4.000 tonnellate di carne di balena invenduta'.
Ma la campagna anti-baleniere non e' finita anche se l' Esperanza sta tornando in porto. 'E' il momento di mobilitarsi tutti - dice Gianni' - per isolare il Giappone: purtroppo, l' Italia non ha avviato le promesse iniziative diplomatiche per impedire al Giappone e ai suoi complici di riaprire la caccia commerciale'.
Nel prossimo giugno, a Santiago del Cile, alla 60/a riunione della Commissione Baleniera Internazionale (Iwc) si giochera' una partita decisiva, riferisce Greenpeace sottolineando che 'il Giappone ha proposto di modificare le regole dell'Iwc per riaprire la caccia. Greenpeace ha avuto dei documenti confidenziali con ipotesi agghiaccianti di ammodernamento dell'Iwc, e ha chiesto all'Italia un'opinione in proposito ma l' Italia non e' stata in grado di esprimere alcun parere in merito'.

(ANSA)
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domenica, gennaio 27, 2008
Condanne per disastro dell'Erika

27 Gennaio 2008 - Mare in Italy e l’Associazione Marevivo esprimono grande soddisfazione per la storica sentenza del Tribunale di Parigi che ha condannato ad una multa di 196 milioni di euro i responsabili del disastro ambientale causato dal naufragio della M/N Erika al largo delle coste di Brest nel 1999.
Delle 20.000 tonnellate di prodotto,1200 vennero recuperate dal mare ma più di 250.000 tonn di rifiuti (idrocarburi misti a sabbia, acqua di mare, sassi) si depositarono sulle coste per oltre 400 chilometri.
Ci sono voluti quasi dieci anni per risolvere il complicato intrigo di responsabilità e punire la compagnia pertrolifera Total per aver imprudentemente noleggiato una nave carretta, il il Registro Italiano Navale per averne incredibilmente rinnovato le certificazioni, l’armatore il gestore che hanno evitato di effettuare i necessari lavori di manutenzione e controllo.
Verranno dunque risarcite le 101 parti civili tra le quali operatori dei settori collegati all’economia del mare, le associazioni ambientaliste, regioni e enti locali.

www.mareinitaly.it

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venerdì, gennaio 25, 2008
CLIMA, RISCALDAMENTO GLOBALE MINACCIA BARRIERA CORALLINA CARAIBI
Studio scienziati: nei Caraibi piú del 50% dei coralli è morto

25 gennaio 2008 - Se non fosse opera della natura certamente la barriera corallina meriterebbe un posto fra le sette meraviglie del mondo antico, le celebri opere d'arte considerate da greci e romani come somma espressione dell'opera dell'intera umanità. Nessun problema peró perchè ora, grazie al riscaldamento globale del pianeta, questo straordinario paradiso marino rischia di trasformarsi in una reliquia della bellezza da immortalare in qualche artistica cornice.

A lanciare l'allarme una ricerca pubblicata dagli scienziati del World Conservation Union secondo cui la barriera corallina ha subito danni devastanti per gli uragani record del 2005, causati dall'aumento della temperatura sul pianeta. A minacciare lo stato di salute dei banchi di corallo non sarebbero quindi soltanto lo sviluppo costiero e la pesca eccessiva, ma soprattutto le tempeste negli oceani che stravolgono l'habitat naturale dei coralli, sempre piú dominati da specie vegetali e animali prima totalmente assenti.

Secondo Carl Gustaf Lundin, responsabile dell'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura intervistato dal 'Guardian' "se non si fa presto qualcosa le barriere coralline non resisteranno molto al riscaldamento climatico". Tra le regioni piú colpite i Caraibi, dove vive circa il 10% dei coralli, inclusa la Florida e le isole Cayman. Nell'agosto del 2005 tra il 50% e il 95% delle colonie di corallo sono andate perse.

Un danno incalcolabile per tutto l'ecosistema marino, visto che le barriere coralline sostengono circa i 25% della vita marina, e oltre quattromila pesci, offrendo ospitalità per le uova deposte e rifugio per specie come aragoste, stelle marine, granchi, oltre a svolgere un importante protezione per i litorali colpiti dalle tempeste.

(Apcom)
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giovedì, gennaio 24, 2008
Pozzanghera vulcanica

Pozzanghera vulcanica

22 gennaio 2008 - Le rocce che formano un vulcano iniziano a frantumarsi, collassano su se stesse e crollano sotto il proprio peso. Quello che rimane è una cavità di forma circolare. Spiegato con semplicità questo è il meccanismo con cui si forma una caldera, termine spagnolo che significa caldaia e che viene usato per indicare le depressioni che talvolta si formano sugli apparati vulcanici.
Il lago della foto è la caldera, riempita poi dalla pioggia, del Cerro Azul, uno dei vulcani più alti dell’isola Isabela (1689 metri) – la più grande dell’arcipelago delle Galapagos.
Alla caldera del vulcano Azul, larga circa 3 chilometri, non spetta però nessun primato. Quella più grande al mondo è infatti la caldera di Yellowstone, una depressione di più di 70 chilometri di diametro.

www.focus.it


UN ATTIVISTA DI GREENPEACE, "PICCOLO COME UN MOSCERINO"

SYDNEY, 23 gennaio 2008 - “Mi sentivo piccolo come un moscerino”, ha detto uno degli attivisti di Greenpeace, appena tornato dall’azione di disturbo che ha impedito all’enorme Nishin Maru, la nave giapponese che processa e stiva la carne di balena, di rifornirsi di carburante per diverse ore. Un gommone di Greenpeace si e’ messo tra la Nisshin Maru (lunga 130 metri) e la Oriental Bluebird (160 metri), impedendo che le due navi si legassero per iniziare il travaso dai serbatoi.

“Ho seguito tutta l’azione dall’oblo’ della cucina. Le due navi erano proprio li’ davanti, con i nostri gommoni in mezzo”, ha raccontato Simona. “Era un paio di giorni che la Nisshin Maru aspettava di fare rifornimento, siamo riusciti ad impedirglielo per tutta la mattina. Purtroppo nel pomeriggio ce l’hanno fatta”.

La nave di Greenpeace Esperanza sta seguendo la Nisshin Maru da due settimane, e finora ha di fatto bloccato la mattanza, perche’ finche’ la “nave madre” e’ lontana, le baleniere, non potendo scaricare e congelare la carne, non pescano. Simona, cuoca di bordo, ha seguito l’azione di stamattina mentre preparava il pranzo. Minestrone, spaghetti al ragu’ e al sugo di verdura: uno sguardo al tagliere e alla verdura e uno all’oblo’, una girata alle pentole con il sugo, e un’altra occhiata fuori dalla finestra.

“Sapevamo che prima o poi sarebbero riusciti a rifornirsi, perche’ noi evitiamo azioni violente, che mettano in pericolo vite umane o l’ambiente. Soprattutto a queste latitudini, dove l’equilibrio naturale e’ particolarmente delicato. Siamo in una zona dichiarata riserva naturale, dedicata a “pace e scienza” da un trattato internazionale del 1998. Qui c’e’ un equilibrio naturale delicatissimo, non possiamo buttare in mare nemmeno una buccia di cipolla.

Congeliamo e riportiamo indietro tutti gli scarti, proprio perche’ a queste latitudini nulla e’ biodegradabile. Eppure i giapponesi si mettono a travasare carburante in mare aperto, da una nave all’altra, rischiando di creare un disastro ecologico”, dice ancora Simona. Finora la Nisshin Maru ha tenuto a bada gli attivisti dell’Esperanza con cannoni ad acqua. “Nei giorni scorsi sembrava di essere in un film di fantascienza, con gli altoparlanti a volume altissimo che gridavano con voce di donna: ‘E’ il capitano della Nisshin Maru che vi parla, se non fermate le azioni di disturbo saremo costretti ad usare i cannoni ad acqua’”, ha raccontato Gianluca.

“Il volume era altissimo per noi, distanti centinaia di metri, figuriamoci per l’equipaggio giapponese, saranno diventati matti”. Nella partita a scacchi tra ambientalisti e giapponesi, i punti deboli sono le scorte di carburante che prima o poi finiranno (ne’ Greenpeace ne’ la Sea Sea Shepherd possono fare rifornimento in mare aperto); e, per il governo di Tokio, lo smacco di cruente immagini di uccisione delle balene che fanno il giro del mondo.

ANSA
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mercoledì, gennaio 23, 2008
BALENE: GREENPEACE NON RIESCE A BLOCCARE I GIAPPONESI
Riescono a fare rifornimento nonostante l'Esperanza

23 gennaio 2008 - Altra giornata di tensione nelle acque ghiacciate dell'Antartide, dopo che un gommone di Greenpeace ha impedito per diverse ore che la nave principale della flotta baleniera giapponese facesse rifornimento di carburante, ponendosi tra questa e l'imbarcazione che avrebbe dovuto rifornirla. Nel pomeriggio pero', l'operazione e' riuscita.
'Gli attivisti dell'Esperanza si sono messi tra la Nisshin Maru e la Oriental Bluebird, impedendo per tutta la mattina che la nave giapponese potesse rifornirsi', ha detto Greenpeace stamani. Piu' tardi il portavoce di Greenpeace dall'Esperanza, Dave Walsh, ha aggiunto: 'I giapponesi sono ora riusciti a far carburante, perche' era diventato troppo pericoloso rimanere in mezzo alle due navi che si avvicinavano'. Greenpeace ha comunque chiesto alla nave cisterna, che batte bandiera panamense, di lasciare la zona. 'Chiediamo alla Oriental Bluebird di allontanarsi immediatamente dalle acque dell'Antartico: la vostra presenza mette a rischio l'equilibrio naturale di una zona di mare che e' stata dichiarata riserva naturale e santuario da un trattato internazionale, nel 1998', hanno detto gli ambientalisti alla radio.
Nessuna reazione, a livello ufficiale, dai giapponesi. Nei giorni scorsi l'Istituto per la ricerca sui cetacei, che controlla la pesca, aveva detto di contare sul fatto che gli attivisti finissero presto il carburante, cercando nel frattempo di non rispondere alle provocazioni. La Sea Shepherd, che la settimana scorsa aveva abbordato la Nisshin Maru, ha ammesso oggi di avere carburante per sole due settimane, prima di essere costretta a rientrare alla base. Greenpeace non ha voluto dire quanto l'Esperanza potra' rimanere ancora nell'Antartico.
Entrambi le navi non hanno modo di rifornirsi in mare aperto.
Nel frattempo il governo australiano ha inaugurato il primo volo dell'airbus A319, per coadiuvare la Ocean Viking, la nave del governo che dovrebbe spiare le azioni dei giapponesi, inviando le prove della pesca ad un tribunale internazionale. Nonostante il divieto di pesca alle balene, disposto nel 1989 dalla Whaling commission, il Giappone continua la mattanza sotto il nome di 'pesca per scopi scientifici'.

(ANSA)
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martedì, gennaio 22, 2008
Più zone di protezione ecologica

20 Gennaio 2008 - L’associazione Marevivo ha chiesto ai delegati dei paesi della Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo, riunitisi per la 15° conferenza dei paesi contraenti ad Almeria nella Spagna meridionale, di istituire la propria Zona di protezione ecologica (ZPE) ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982.
L’istituzione di queste ZPE prevede l’allargamento da parte dei singoli paesi del mediterraneo delle proprie capacità di protezione dell’ambiente marino oltre il limite delle 12 miglia del mare territoriale. L’Italia, la Francia, la Croazia e la Slovenia lo hanno già fatto. Per l’Italia sono in corso i negoziati con i paesi adiacenti e frontalieri per la delimitazione della propria zona di intervento e per renderla operativa.
Marevivo sostiene che se tutti gli altri paesi del Mediterraneo istituissero le rispettive ZPE, si potrebbe raggiungere l’ambizioso obiettivo di avere il controllo dell’intero bacino. E così l’alto mare non sarebbe più mare di nessuno, almeno dal punto di vista ambientale.
Nelle ZPE verranno applicate tutte le norme sia del diritto del singolo stato, sia dei trattati internazionali in vigore in materia di prevenzione e repressione di ogni tipo di inquinamento marino e deterioramento degli habitat. Questo permetterà un controllo su una fascia più ampia di mare al fine di prevenire e scoraggiare lo scarico di sostanze inquinanti da parte delle navi, e il rilascio di rifiuti pericolosi, fortemente devastanti per un mare chiuso come il Mediterraneo.

www.mareinitaly.it
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