Ocean Indigo
Ci sono anime che hanno cieli azzurri e vibrazioni indaco nel cuore...
là, dove cantano le megattere ai confini del mare.


lunedì, agosto 31, 2009, 18:34
Stop alla pesca a strascico in tutto il Salento

pesca strascico31 agosto 2009 - Da stamattina nelle acque del Salento vige il divieto di pescare a strascico o volante per tutti i pescherecci iscritti nei compartimenti marittimi di Taranto, Gallipoli e Brindisi, ovvero per tutta l’area del tacco d’Italia. La norma entra in vigore nello stesso giorno in cui tornano a pescare i pescherecci della parte Nord dell’Adriatico, quelli registrati nei compartimenti marittimi di Bari, Molfetta e Manfredonia.

L’ordinamento, firmato dal sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali Buonfiglio, è entrato in vigore per proteggere gli ecosistemi dell’ambiente marino, delicati e indispensabili per il patrimonio biologico del basso Adriatico e dello Ionio, della cui fragilità avevamo già parlato.

La pesca a strascico è particolarmente invasiva nei confronti dell’ambiente marino: le reti distruggono e asportano qualsiasi cosa incontrino, tra cui pesci, coralli, invertebrati, alghe, e la pratica è dannosa nei confronti di ecosistemi complessi, che difficilmente possono essere reimpiantati. Anche se l’interruzione di un mese non sembra abbastanza per compensare tutto ciò che viene distrutto nei restanti undici.

Foto | Flickr

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lunedì, agosto 31, 2009, 18:04
CALABRIA; MAREA NERA, TRE TARTARUGHE SOFFOCATE DAL CATRAME
A Locri.

31 agosto 2009 - Tre tartarughe, spiaggiate sul litorale ionico calabrese, tra Roccella Ionica e Locri, sono morte soffocate dal catrame rilasciato, secondo quanto è emerso dai primi accertamenti, da una nave cisterna. Lo hanno reso noto gli operatori del Centro recupero tartarughe marine di Brancaleone (Reggio Calabria) che sono intervenuti con la Capitaneria di Porto di Roccella Ionica, i veterinari dell'Azienda sanitaria di Locri e alcuni volontari.
Il decesso dei tre esemplari è avvenuto, secondo i sanitari, a causa dell'occlusione delle vie respiratorie. Altre tre tartarughe, ancora in vita, sono state portate nel centro Tartanet dove sono state ripulite del catrame e assistite e sono attualmente sotto osservazione.
"Le condizioni cliniche degli animali - affermano i medici del centro - al momento si sono stabilizzate, ma ciò che preoccupa sono gli effetti a lungo termine che l'intossicazione da idrocarburi provoca, come effetti immunodepressivi, mutageni e cancerogeni. Le tartarughe trovate sono tutte molto giovani (da uno a due anni di età) e lunghe circa 20 centimetri di carapace, il che fa presupporre che il tratto di mare coinvolto rappresenti per questi esemplari giovani un'importante area di alimentazione".

(ANSA)

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venerdì, agosto 28, 2009, 07:36
il sindaco lembo a borghezio: ci critica? provasse a lavorare qui | Guarda il video
Capri, riapre la Grotta Azzurra
L'annuncio dei sindaci, tornano i barcaioli
Abrogata l’ordinanza della capitaneria di porto. Picone difende la sua scelta. Ganapini: sindrome Tafazzi

L'ingresso della Grotta AzzurraNAPOLI — Alla fine riapre. La Grotta azzurra è di nuovo accessibile e i battellieri si stanno muovendo dal porto per raggiungerla. Lo dicono i sindaci di Capri e di Anacapri, Ciro Lembo e Franco Cerrotta, annunciando l’abrogazione dell’ordinanza della capitaneria di porto di Napoli che aveva vietato l’accesso al sito noto in tutto il mondo.

NIENTE SCHIUMA - «Non è stata notata alcu­na presenza di schiuma o liquido oleo­so o odori particolari». È quanto scri­vono nella relazione di sopralluogo i tecnici dell’Arpac i quali, il 25 agosto, hanno raggiunto la Grotta Azzurra da Massa Lubrense un’ora dopo che i bat­tellieri avevano denunciato i malori che sarebbero stati provocati dalla schiuma in mare e dall’odore acre del­lo stesso.

I dati completi saranno di­sponibili oggi o domani. Intanto, pe­rò, le prime analisi escludono la pre­senza di sostanze chimiche tali da pro­vocare schiume e malori e paiono smentire il racconto dei barcaioli. «Le notizie dell’inquinamento della Grotta Azzurra hanno una fondatezza tecnico-scientifica altamente impro­babile», si sbilancia l’assessore all’Am­biente, Walter Ganapini. Tira in ballo la sindrome Tafazzi , il masochistico personaggio del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Riccardo Marone, il suo col­lega di giunta, allude a una non me­glio precisata strategia per enfatizzare i problemi del mare campano, sulla ba­se di interessi non chiari.

Sferra poi un attacco, pur senza mai citarlo espli­citamente, al contrammiraglio Dome­nico Picone, firmatario dell’ordinanza di chiusura della Grotta Azzurra: «Un atto irresponsabile. Assurdo che la grotta non sia stata chiusa perché c’è una emergenza, ma per verificare se ci sia». Lancia anche una stoccata al Go­verno: «Se il ministro per i Beni cultu­rali, Sandro Bondi, dal quale dipende la Grotta Azzurra, non ha risorse per installare telecamere lì dentro, lo dica. La Regione Campania è pronta a utiliz­zarne di proprie». Replica in serata Pi­cone: «L’ordinanza è stata dettata dal senso di responsabilità e sarà revoca­ta un secondo dopo la diffusione dei dati dell’Arpac, se confermeranno che non vi è alcun pericolo per la salute pubblica». Contesta l’accusa di eccessi­va fretta nel chiudere la grotta ai visi­tatori: «Come si fa a dire che c’è una emergenza se non la si accerta?».

Al netto delle polemiche, mentre la notizia è stata ripresa dai giornali di tutto il mondo, resta il giallo. Se le ul­teriori analisi confermeranno che non c’erano il 25 agosto, al momento dei prelievi dell’Arpac, sostanze in acqua capaci di provocare quanto denuncia­to dai battellieri, e se gli stessi hanno detto il vero, quando hanno accusato malori e hanno denunciato la presen­za di una schiuma biancastra, non si capisce bene cosa possa essere accadu­to. Tra le ipotesi, lo sversamento ille­gale della pompa di sentina di qual­che imbarcazione. Le sostanze inqui­nanti, in un ambiente semichiuso, po­trebbero avere provocato qualche pro­blema ai barcaioli, peraltro subito ri­mandati a casa dall’ospedale Capilupi. Sarebbero però state disperse dalle correnti prima che i tecnici dell’Arpac le rilevassero, solo un’ora più tardi. Chi ha buona memoria, intanto, ricor­da che già tra il 1999 e il 2000 l’acqua della Grotta Azzurra fu insozzata più volte dai liquami che fuoriuscirono da una falla nella condotta fognaria. Un disastro che andò avanti fino ad apri­le 2001, quando fu inaugurato il nuo­vo depuratore, nella baia di Occhioma­rino. È iniziato intanto il procedimen­to contro i due dipendenti di una ditta di espurgo accusati di aver riversato in mare, a un passo dalla Grotta Azzur­ra, 5 mila litri di liquami prelevati dai pozzi neri di ville e alberghi.

IL FATTO - Ancora una giornata nera per la Grotta azzurra di Capri. Nello specchio d'acqua, icona del golfo di Napoli, si affaccia ora l'ombra della camorra. Azzurra un tempo. La grotta prima ha rischiato di diventare marrone (con lo sversamento di liquami), poi verde (sono state scoperte coltivazioni di marijuana nei dintorni) e ieri bianca come la schiuma sospetta che è penetrata nell'antro causando svenimenti e malori ad alcuni barcaioli. Infine il rosso dello stop: la Capitaneria ha emesso il divieto di accesso e di transito nello specchio d'acqua..

GOVERNO PARTE CIVILE - Il governo si costituirà parte civile nel processo contro chi ha inquinato Capri: lo annuncia il ministro Prestigiacomo nella stessa intervista al quotidiano napoletano, nella quale mette anche in guardia contro una situazione, sull’isola, «favorevole per le infiltrazioni della criminalità».

L'INVASIONE DI SCHIUMA - L'anfratto marino, considerato uno dei più belli al mondo, dopo i liquami e le coltivazioni di marijuana, nella mattinata di ieri era stata invasa da una striscia di schiuma bianca e maleodorante che aveva reso l'atmosfera irrespirabile. Si è così deciso di interrompere le visite e chiudere l'ingresso. Nel pomeriggio breve riapertura, poi il successivo divieto della Capitaneria. Un barcaiolo, a causa delle esalazioni della sospetta schiuma bianca, è svenuto. Alcuni suoi colleghi, per precauzione, si sono sottoposti a visite mediche presso l'ospedale di Capri.

L'ASSESSORE: QUI SINDROME «TAFAZZI» - Per l’assessore all’Ambiente della Regione Campania, Walter Ganapini, la vicenda del presunto inquinamento alla Grotta Azzurra, preceduta dall’allarme inquinamento sul litorale flegreo nel mese di luglio, che ha avuto pesanti conseguenze sulla industria della balneazione, è «la sindrome Tafazzi» che affligge la Campania. «C’è un danno grave provocato non da quanto è accaduto alla Grotta Azzurra, che non è luogo di pericolo sanitario nè ambientale, ma dal danno all’economia e all’immagine della regione». «In ambiente marino - ha proseguito Ganapini - affinchè si formino schiume è necessaria la presenza di agenti tensioattivi o di composti molto particolare che non sono presenti tendenzialmente nello spurgo dei pozzetti, oppure occorrerebbe la presenza di materiale organico che fermentando possa formare gas, ma i primi risultati degli esami dell’Arpac sembrano escludere tutto questo.

AL LAVORO I BIOLOGI - Il fenomeno è ancora al vaglio dei biologi, dei tecnici dell’azienda sanitaria e di una squadra di tecnici del dipartimento provinciale di Napoli dell’Arpac. Insieme con i tecnici dell’Asl, anche i carabinieri e i marinai della Capitaneria di Porto che hanno avviato un’inchiesta. Nei giorni scorsi, liquami fognari erano stati riscontrati nell’area della Grotta azzurra mentre successivamente un noto ristoratore era stato sorpreso a pochi metri dalla riva mentre era impegnato a frantumare e gettare bottiglie di vetro in mare.

I DUBBI DI LEGAMBIENTE - L'associazione ambientalista solleva intanto dubbi sulla situazione della grotta naturale, simbolo del'isola di Capri. È Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, a commentare con sorpresa l'ultima scoperta, la scia bianca comparsa tra le acque cristalline: «È solo una fatalità, frutto di un destino cinico e baro o la colpa di un mix di anarchia, degrado ed illegalità come dimostrano i recenti episodi quest'estate? In attesa dei risultati delle analisi, sembra che una vera e propria maledizione sia caduta sull'isola di Capri».

Fabrizio Geremicca
25 agosto 2009(ultima modifica: 27 agosto 2009)

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giovedì, agosto 27, 2009, 08:59
Le immagini pubblicate da Sun e Telegraph
L'ultima sul mostro di Loch Ness: appare su Google Earth
«Nessie» sul Web, con le foto riprese dal satellite. Gli scettici: «Si tratta di una barca»


MILANO
- Dopo tanto silenzio, «Nessie», l'illustre inquilino del Lago di Loch Ness, sembra si sia rifatto vivo. Perlomeno in Rete. Chi cerca trova: aprendo il portale di Google Earth - esattamente al grado di latitudine 57°12'52.13"N e quello di longitudine 4°34'14.16" W, ecco veder spuntare la sagoma di una bizzarra creatura. L'oggetto misterioso è stato scoperto da Jason Cooke, un 25enne addetto alla sicurezza di Nottingham. Al tabloid Sun, che oltre al Telegraph, ha diffuso la notizia, ha dichiarato: «Non potevo crederci. Corrisponde fedelmente alla descrizione di Nessie». Sono solo alcune macchie bianche quelle che si vedono attraverso gli scatti dell'occhio del satellite di Google. L'essere misterioso sarebbe lungo circa 20 metri.

I DUBBI - Abile uso di Photoshop o incredibile ritrovamento? Il ricercatore Adrian Shine del «Loch Ness Project» ha spiegato al giornale inglese che «è veramente sbalorditivo - dobbiamo però analizzarlo più precisamente». Già, anche perché da anni non si ha più segno di vita del mostro: alcuni sostengono sia scomparso - vittima probabilmente del cambiamento climatico. Il più soddisfatto è Gary Campbell, a capo del fan club ufficiale del mostro. Ciononostante: «Per troppo tempo non si hanno più avuto avvistamenti che potessero provare che Nessi e la sua famiglia siano in buona salute», ha aggiunto Campbell. Per i più scettici, invece, «ci vuole molta fantasia per vedere in quella chiazza il mostro di Loch Ness. Più semplicemente si tratta di una barca la cui prua e poppa rimbalzano sul lago.

PRIMO AVVISTAMENTO NEL 565 - Il primo avvistamento del mostro risale al 565 d.C., quando un monaco irlandese raccontò di aver assistito al funerale di un uomo «catturato da una selvaggia bestia marina». Da allora il mito è cresciuto, gli avvistamenti pure, i sostenitori sicuramente, ma soprattutto il turismo di curiosi in questa zona.

Elmar Burchia
26 agosto 2009
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mercoledì, agosto 26, 2009, 17:20
Avvistamento eccezionale di una balena bianca in Australia

26 agosto 2009 - Queensland. E' stata avvistata Migaloo, una balena bianca, a largo della costa settentrionale del Queensland. La splendido cetaceo si dirige verso le acque calde del nord Australia in cerca di cibo e condizioni ambientali favorevoli .

ANSA
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martedì, agosto 25, 2009, 09:37
Il ricco mare di Sicilia

24 Agosto 2009 - Il mare di Sicilia si conferma ancora una volta una vera e propria miniera d’oro per quanto riguarda le scoperte archeologiche. Questa magnifica isola, grazie alla sua particolare posizione, alla fertilità della sua terra e alla gradevolezza del suo clima ha attirato da sempre popoli del Mediterraneo e del Nord-Europa che qui hanno lasciato importanti testimonianze. Siti di grande importanza archeologica sono disseminata sia sulla terra ferma che in mare dove interessanti ritrovamenti sono quasi all’ordine del giorno.
Recentemente i carabinieri hanno scoperto un nuovo sito archeologico nelle acque di Gela e i sub dell’Arma hanno riportato in superficie reperti di epoca romana, bizantina e greco ellenistica da un’antica nave. I reperti trovati costituiscono solo una piccola parte del carico trasportato e i carabinieri sommozzatori sono al lavoro per individuare il resto della nave.

Ansa
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domenica, agosto 23, 2009, 23:59
è un «Pygocentrus Nattereri», specie che può raggiungere i 30 centimetri
Grosso Piranha pescato nel Po
Catturato da un pescatore esperto, è stato «classificato» da esperti dell'Acquario del fiume

Il piranha pescato nel Po  (www.gazzettadiparma.it)
Il piranha pescato nel Po (www.gazzettadiparma.it)
PARMA -
Un esemplare di piranha di grosse dimensioni è stato pescato nel Po, in una zona tra Torricella di Sissa e Torricella del Pizzo, nel Parmense. Ne dà notizia la Gazzetta di Parma, che spiega come l'esemplare sia stato preso da un esperto pescatore di Guastalla (Reggio Emilia). L'uomo si è anche rivolto per una consulenza all'Acquario del Po di Motta Baluffi (Cremona) dove, dopo un esame accurato, si è accertato che il pesce sarebbe proprio un piranha, della varietà Pygocentrus Nattereri, conosciuto come Piranha rosso.

FORSE DA UN ACQUARIO PRIVATO - Si tratta di un pesce d'acqua dolce che può raggiungere i 30 centimetri, diffuso in Sudamerica nei bacini del Rio delle Amazzoni e nei fiumi del Paraguay. Predatore vorace, si nutre di insetti, vermi, crostacei, pesci, mammiferi e uccelli. Come l' esemplare pescato sia finito nel Po resta un mistero. Secondo l'ipotesi avanzata dalla Gazzetta di Parma, il pesce potrebbe provenire da un acquario esotico casalingo appartenente a qualche privato che, a un certo punto, ha preferito disfarsi del pesce feroce e lo ha gettato nel fiume.

23 agosto 2009

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domenica, agosto 23, 2009, 11:52
Granelli di sabbia al microscopio

Granelli di sabbia


Granelli di sabbia

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sabato, agosto 22, 2009, 10:05
Uragani sull'Atlantico
Aumentano i segnali di un graduale cambiamento degli equilibri climatici: ad Oriente la siccità, ad Occidente i cicloni

21 agosto 2009 - Segnali sempre più evidenti di una trasformazione degli equilibri climatici si avvertono in diversi angolo della Terra. Se infatti, da una parte, in India il governo dichiara l'emergenza la siccità, visto che i monsoni si mostrano sempre più deboli e rari sottraendo così un aiuto decisivo che comunque garantiscono all'agricoltura, dall'altra la rivista scientifica Nature segnala che, negli ultimi mille anni, uragani e tempeste tropicali non sono mai state così frequenti nell'oceano Atlantico.

Il governo di New Delhi ha così dichiarato ufficialmente lo stato di siccità in 161 dei 600 distretti della nazione, mentre uno studio internazionale lancia l'allarme sull'esaurimento delle falde freatiche a causa di un eccessivo sfruttamento. A riferirlo è l'agenzia Misna, l'agenzia di stampa internazionale on-line che si avvale della collaborazione di missionari non solo cattolici sparsi in tutto il mondo.

Secondo i metereologi indiani, il nordovest del paese ha avuto un calo delle piogge monsoniche estive (che dovrebbero durare fino a metà settembre) del 42%: del36% nel nordest e del 22% nella parte meridionale del subcontinente, mentre nel centro dell'india sono state registrate il 19% di precipitazioni in meno.

Fonte di grandi disagi, alluvioni e spesso vittime, i monsoni restano di fondamentale importanza per il paese e la sua agricoltura, da cui dipende il 70% degli abitanti, mentre il 60% delle fattorie fa affidamento soprattutto sui monsoni per l'irrigazione.

Pochi giorni fa il ministro delle finanze, Pranab Mukherjee, aveva criticato gli accenti allarmistici dei media, riguardo la siccità, ricordando quella più grave del 1987, che comunque il paese riuscì ad affrontare con ogni mezzo, incluso il massiccio trasporto di acqua via treno da una parte all'altra dell'india.

Le risorse idriche e il loro sfruttamento è l'argomento di uno studio realizzato dagli idrologi dell'ente spaziale americano (nasa), in collaborazione con l`agenzia aerospaziale tedesca, attraverso l'analisi delle immagini satellitari negli stati nordoccidentali del Punjab, Delhi, Rajastan e Haryana, che sono attualmente i più colpiti dall'attuale insufficiente precipitazione.

In quella regione, abitata da 114 milioni di persone, gli esperti hanno calcolato una perdita netta, tra il 2002 e il 2008, di 109 chilometri cubi di acque sotterranee, un decimo delle riserve annuali dell'intero paese. La causa, ipotizzano gli studiosi, non è nell'attuale siccità ma presumibilmente nell'abitudine dei contadini di cercare acqua per l'irrigazione sfruttando in modo eccessivo e non regolamentato le risorse sotterranee.

Quasi all'unisono, dall'altra parte del mondo, la rivista scientifica Nature ha pubblicato uno studio frutto dell'esame dei sedimenti lasciati dagli uragani, fin dal 500 dopo Cristo, durante il loro passaggio sugli stati del Nord America e sui Caraibi.

Utilizzando modelli matematici applicati a metodi di ricerca diversi, per simulare gli eventi del passato, gli scienziati hanno scoperto che la frequenza degli uragani è sensibilmente aumentata negli ultimi 15 anni, superando nettamente la media dell'ultimo millennio.

Un aumento simile si era manifestato solo tra il 500 e l'anno 1000 a causa - a quanto sembra - delle variazioni delle correnti oceaniche conosciute con i nomi di "El Nino" e "La Nina".

Secondo il climatologo dell'università della Pennsylvania e responsabile della ricerca, Michael Mann, l'aumento degli uragani registrato nell'ultimo decennio è dovuto ai cambiamenti climatici e all'incremento della temperatura nelle acqua superficiali degli oceani. "E' una tendenza che si prevede possa peggiorare, con conseguenze gravi per le popolazioni che vivono lungo le coste", ha detto Mann.

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venerdì, agosto 21, 2009, 18:22
CLIMA: USA, RECORD 120 ANNI PER TEMPERATURA MEDIA OCEANI 

WASHINGTON, 21 agosto 2009 - Gli oceani hanno toccato quest'anno la temperatura media più alta mai registrata negli ultimi 120 anni: 17 gradi centigradi, di pochi centesimi superiore al record precedente, che risaliva al 1998 e che sfiorava, senza toccarli, i 17 gradi. Lo ha rilevato il National Climatic Data Center (Ncdc), l'ufficio governativo degli Stati Uniti che si occupa di registrare i record di carattere meteorologico. La temperatura media di quest'anno delle acque degli oceani, secondo il Ncdc, é stata di circa mezzo grado centigrado superiore a quella media del Ventesimo secolo.

Per il Ncdc la temperatura di quest'anno è più alta, seppur di poco, di quella finora record registrata nel 1998. La temperatura media più bassa del secolo era stata invece di 15,2 gradi, e risale al dicembre del 1909. Secondo i meteorologi, il fenomeno di quest'anno è dovuto alla particolari condizioni provocate dal sistema di correnti denominato El Nino, che ha provocato una serie di variazioni climatiche il cui effetto ha portato ad un riscaldamento delle acque degli oceani.

ANSA
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venerdì, agosto 21, 2009, 10:29
Il fiume inquinato dalla centrale

Il fiume inquinato dalla centrale  - L'incidente di qualche giorno fa nella più grande centrale idroelettrica russa, quella di Sayano-Shushenskaya ha fatto riversare l’olio del trasformatore esploso nel fiume Yenisei (foto in alto) e la chiazza, che si sta spostando a valle, ha raggiunto un’estensione di 25 chilometri quadrati (Reuters)

19 agosto 2009 - L'incidente di qualche giorno fa nella più grande centrale idroelettrica russa, quella di Sayano-Shushenskaya ha fatto riversare l’olio del trasformatore esploso nel fiume Yenisei (foto in alto) e la chiazza, che si sta spostando a valle, ha raggiunto un’estensione di 25 chilometri quadrati

(Reuters)
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giovedì, agosto 20, 2009, 22:26
Svezia. Massi in mare per proteggere le riserve

Attivisti affondano blocchi di granito nel mare di Kattegat in SveziaInternational, 18 agosto 2009 — Abbiamo affondato 180 blocchi di granito nel mare di Kattegat in Svezia. Questi massi formeranno una barriera di protezione contro la pesca a strascico nelle zone di Lilla Middelgrund e Fladen, due aree marine 'protette' solo sulla carta.

Prima di dare inizio all'operazione abbiamo commissionato uno studio di impatto ambientale per assicurarci che le attività non avessero alcuna ripercussione sull'ecosistema. Per posizionare i 180 blocchi, gli attivisti hanno lavorato sodo per una settimana. I massi - fino a tre tonnellate di peso - ostacoleranno le reti a strascico, responsabili della distruzione dei fondali marini, ecosistemi ricchissimi di biodiversità.

Nel 2003 Lilla Middelgrund e Fladen sono state riconosciute come aree marine da proteggere sia dalla Svezia che dalla Comunità Europea (secondo la Direttiva Habitat). Purtroppo, in assenza di effettive misure legali, metodi di pesca distruttiva come lo strascico vengono comunemente praticati in queste zone di grande valore ecologico.

Data l'assenza di effettive misure legali, siamo costretti a gettare in mare blocchi di granito per proteggere habitat particolarmente sensibili. C'è bisogno di una riforma urgente della politica comunitaria sulla pesca. Noi continueremo a fare campagna con ogni strumento a nostra disposizione per chiedere l'istituzione di una rete di riserve marine che copra il 40 per cento dei mari del Pianeta.

Nel 2008 Greenpeace aveva già posizionato 320 massi a Sylt Outer, al largo della costa tedesca, un'altra area "protetta" distrutta da attività di pesca a strascico. I massi sono serviti a bloccare la pesca su tali fondali e sono già stati colonizzati da una gran quantità di vita marina.

www.greenpeace.it


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giovedì, agosto 20, 2009, 09:27
ALLARME PLASTICA, SI 'SCIOGLIE' E AVVELENA OCEANI

ROMA, 20 agosto 2009 - La plastica avvelena gli oceani: si 'scioglie' nelle acque marine rilasciando composti tossici di ogni tipo, che vengono poi assorbiti dagli organismi oceanici mettendone così a rischio la vita e la capacità riproduttiva. Infatti, contrariamente a quanto ritenuto finora, la plastica che arriva in mare, ad esempio per mano dei vacanzieri che abbandonano sulle spiagge bottiglie e sacchetti, lungi dall'essere indistruttibile, si decompone per esposizione alle intemperie e lo fa velocemente rilasciando numerose sostanze tossiche. Lo rivela uno studio diretto da Katsuhiko Saido del College di Farmacia dell'università Nihon a Chiba, presentato al 238/imo Meeting and Exposition della American Chemical Society a Washington.

"Abbiamo scoperto che la plastica che arriva negli oceani in realtà si decompone - spiega Saido - in quanto è esposta a pioggia, sole e altre condizioni ambientali, dando origine a un'altra sorgente di contaminazione globale che continuerà ad affliggerci in futuro". Secondo il rapporto Fao-Nazioni Unite per l'Ambiente (Unep), pubblicato in occasione della Conferenza mondiale sugli oceani tenutasi in Indonesia lo scorso maggio, ogni anno vengono immessi negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui 5,6 milioni di tonnellate, l'88%, proveniente da imbarcazioni mercantili. La concentrazione di massa di spazzatura riguarda zone di accumulo in alto mare, e in particolare il Pacifico centrale (la 'grande pattumiera' tra California e Hawaii di dimensioni pari a due volte il Texas).

In ogni chilometro quadrato di oceano galleggiano oltre 13.000 pezzi di immondizia di plastica. Nel 2002, sono stati trovati circa 6 kg di plastica per ogni kg di plancton vicino alla superfice di un punto di accumulo di immondizia marina nel Pacifico centrale. Finora si è sempre ritenuto che la plastica fosse 'stabile' e che, quindi, per quanto detestabili agli occhi, rifiuti plastici finiti in mare non provocassero danni. Ma non è così: i ricercatori giapponesi hanno dimostrato che nelle condizioni di temperatura, vento e sole degli oceani, la plastica si degrada e lo fa in fretta, rilasciando sostanze tossiche che vengono facilmente assorbite dai pesci. Un esempio su tutti: il polistirene, materiale termoplastico usato negli imballaggi, inizia a decomporsi già dopo un anno. Una volta decomposta, spiegano gli esperti, la plastica rilascia quindi vari tipi di stireni, composti cancerogeni, e il famigerato bisfenolo A (BPA), sostanza chimica utilizzata nel packaging alimentare (bottiglie, contenitori e rivestimenti interni di lattine) più volte sospettata di avere effetti cancerogeni e sulla fertilità, mettendo in serio pericolo l'ecosistema marino. Le simulazioni fatte dai ricercatori nipponici parlano chiaro: la plastica negli oceani trova un ambiente ideale per rilasciare i suoi veleni e minacciare gli organismi che ne abitano le acque. Un motivo in più, concludono gli esperti, per incentivare il riciclaggio dei materiali plastici.

ANSA
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mercoledì, agosto 19, 2009, 21:26
Ridurre le collisioni tra balene e navi, primi risultati dell’Istituto Tethys
Un progetto di studio e di tutela che coinvolge direttamente compagnie marittime, Capitanerie di Porto e diportisti per salvaguardare i grandi cetacei del Mediterraneo


Balenottera comune Balaenoptera physalus Foto © Istituto Tethys
18 Agosto 2009 - L’Istituto Tethys presenta in questi giorni il sito web e il materiale (poster e adesivi) relativo al Progetto Collisioni. L’obiettivo è valutare e ridurre il rischio di incidenti tra le imbarcazioni  e i grandi cetacei. Per la balenottera comune e il capodoglio le collisioni con traghetti, cargo e navi da crociera rappresentano oggi una delle principali cause di morte.

“Nelle acque del Santuario internazionale dei mammiferi marini e nel Mediterraneo in generale muoiono ogni anno diversi cetacei in seguito a un evento di collisione con un’imbarcazione. Data la gravità della situazione era necessario valutare l’entità del problema e individuare e proporre una serie di misure di mitigazione” afferma Simone Panigada, vicepresidente di Tethys e coordinatore scientifico del progetto.

Balenottera comune Balaenoptera physalus Foto © Istituto Tethys

Balenottera comune (Balaenoptera physalus) sopra e Capodoglio (Physeter macrocephalus ) sotto,  avvistati nelle acque del Santuario internazionale Pelagos con segni di collisioni con imbarcazioni.  Foto: © Istituto Tethys

Capodoglio Physeter macrocephalus Foto © Istituto Tethys

Grazie a un finanziamento del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e alla collaborazione di ACCOBAMS e della Commissione Baleniera Internazionale (IWC), l’Istituto Tethys sta sviluppando una serie di azioni di ricerca e di sensibilizzazione per la salvaguardia e la tutela di questi animali.

E’ stato realizzato il sito www.collisioni.org (in italiano e in inglese) arricchito di informazioni e immagini di collisioni avvenute in passato. Gli utenti possono segnalare l’avvistamento di un cetaceo che riporti evidenti segni di un incidente, compilando un’apposita scheda disponibile on-line. Inoltre sono stati prodotti adesivi e poster (scaricabili in alta definizione dall'area download del sito web) che verranno distribuiti in porti italiani e francesi allo scopo di sensibilizzare e informare il pubblico su questo problema. Il progetto prevede inoltre la creazione di un network che coinvolgerà istituti di ricerca, Capitanerie di Porto e le compagnie di navigazione, in modo da facilitare lo scambio di informazioni e creare una banca dati mediterranea sulle collisioni tra cetacei e imbarcazioni.

Uno dei nove adesivi realizzati dell'Istituto Tethys, scaricabili in alta definizione dall'area download del sito www.collisioni.org

Con il Progetto Collisioni, l’Istituto Tethys rinnova il suo costante impegno per la protezione dell’ambiente marino e la tutela di balene e delfini dei nostri mari.

Istituto Tethys
Viale G.B. Gadio 2, 20121 Milano
tel. 02 72001947
fax 02 86995011
cell. 339 8833470 (dott. Simone Panigada)
http://www.tethys.org
http://www.collisioni.org
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